Ed ecco, infine , le ultime foto del viaggio in Namibia. Sono quelle di Roberto, l'eroe del volo SA 264 da Joannesburg a Monaco (leggi qui).
Per coloro che si fossero perduti le immagini già pubblicate, vi offriamo la possibilità di collegarvi ai due post precedenti che riportavano le foto di Cinzia, Pippo, Marcello e Valeria
foto di Cinzia (clicca qui)
foto di Pippo, Valeria e Marcello (clicca qui)
sabato 21 novembre 2009
domenica 15 novembre 2009
buon compleanno
La Trazzera compie oggi 2 anni.
LA FRITTATA CON ASPARAGI SELVATICI
PASTA C'ANCIOVA E A MUDDICA ATTURRATA

I CARDI, OVVERO LA MINACCIA

MINESTRA DI RISO CON BORRAGINE E RICOTTA
PASTA CA CIPUDDUZZA NGRANCIATA E U PECURINU STAGIUNATU
MINESTRA CON IL MACCO DI FAVE
POLPETTE DI SARDE
POLLO AGGRASSATO CHI PATATI





CUCUZZA RUSSA C'ACITU
'U SFINCUNI DEMOCRATICU
VASTEDDA DI CARNIVALI
I BUCCELLATI
SPITINEDDI ARRUSTUTU NTA BRACI
UNA NOTTE DI TERRORE A FRAGINESI
I PIPI AMMUTTUNATI

PASTA CON FINOCCHIETTI E GAMMBERETTI
PASTA AL FORNO


CIONGALOTTA: MADRE CORAGGIO E LA MIA PASTA ALLA CARBONARA
TAGLITELLE CU SUCU
PASTA CHI VRUOCCOLI ARRIMINATI
scrivete a latrazzera@libero.it
Siete quindi invitati a pranzo con le storicette di Antonella. Scegliete quella che più vi piace, cliccate sulla foto, leggete la ricetta, divertitevi e andate in cucina a prepararla. Quindi gustatevi la pietanza con tanti auguri al nostro e dal nostro blog!
SARDE C'ACITU. UNA NCAPU E UNA SUTTA
LA RICOTTA SALATA
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SARDE C'ACITU. UNA NCAPU E UNA SUTTA
LA RICOTTA SALATA
LA FRITTATA CON ASPARAGI SELVATICI
PASTA C'ANCIOVA E A MUDDICA ATTURRATA

I CARDI, OVVERO LA MINACCIA

MINESTRA DI RISO CON BORRAGINE E RICOTTA
PASTA CA CIPUDDUZZA NGRANCIATA E U PECURINU STAGIUNATU
MINESTRA CON IL MACCO DI FAVE
POLPETTE DI SARDE
POLLO AGGRASSATO CHI PATATI




CUCUZZA RUSSA C'ACITU
'U SFINCUNI DEMOCRATICU
VASTEDDA DI CARNIVALI
I BUCCELLATI
SPITINEDDI ARRUSTUTU NTA BRACI
UNA NOTTE DI TERRORE A FRAGINESI
I PIPI AMMUTTUNATI

PASTA CON FINOCCHIETTI E GAMMBERETTI
PASTA AL FORNO


CIONGALOTTA: MADRE CORAGGIO E LA MIA PASTA ALLA CARBONARA
TAGLITELLE CU SUCU
PASTA CHI VRUOCCOLI ARRIMINATI
scrivete a latrazzera@libero.it
giovedì 12 novembre 2009
gli elefanti di Etosha
Etosha è un parco naturale in Namibia (Africa) . A Etosha gli animali girano liberi ed indisturbati. Per vederli è conveniente posizionarsi ai margini di una delle numerose pozze d'acqua presenti nel parco. Alcune pozze sono naturali, altre artificiali create pompando l'acqua dal sottosuolo.
Prima o poi vedrete spuntare elefanti, zebre, giraffe, gnu, orici, gazzelle o rinoceronti.
Non è consentito scendere dall'automobile. Ma lo spettacolo è comunque assicurato. Questo
videolip di 48 secondi è stato girato lo scorso mese di settembre
.
Prima o poi vedrete spuntare elefanti, zebre, giraffe, gnu, orici, gazzelle o rinoceronti.
Non è consentito scendere dall'automobile. Ma lo spettacolo è comunque assicurato. Questo
videolip di 48 secondi è stato girato lo scorso mese di settembre
.
mercoledì 11 novembre 2009
pasto a Natale

Se nacque in una stalla
guardava il ciel che c'era
ma non voleva in spalla
la gente della sera
aveva solo detto
non ci sperate in toto
che ogni suo ristoro
creava di non che
cresceva col suo peso
ricurvo sotto il mondo
ma non pensava un giorno
di dover poi dirlo ancora
ma vi son nel globo
soltanto pinti e sogni
che sua maestà credeva
ci stessero da sè
(pinardelrio)
lunedì 9 novembre 2009
i vichinghi del Perù

Poco più di un anno fa , il 27 ottobre 2008, è’ giunta a Lima la spedizione archeologica organizzata da Accademia Kronos Viterbo che si propone di far luce sul misterioso popolo di carnagione chiara, di alta statura e dai capelli rossi che già mille anni fa viveva sulle Ande.
Secondo gli studiosi delle due università di Lima e di Arequipa, impegnati in una vasta campagna di scavi nel nord del Perù, questa popolazione, i Chachapoyas, erano probabilmente originari del nord Europa. La loro era una delle civiltà più progredite di quell'area.
Si è pensato subito ai Vichinghi, essi, infatti, attorno all' anno 1000, cioè 492 anni prima di Cristoforo Colombo, sbarcarono sulle coste del nord America. Dell'arrivo dei Vichinghi in America vi sono documentazioni scritte confermate da testimonianze archeologiche provenienti da scavi effettuati dal 1961 a Anse-aux-Meadows, sulla costa nordoccidentale di Terranova.
Oltre a ciò due manoscritti scandinavi del XIII secolo, noti come la «Saga dei Groenlandesi» e la «Saga di Erik il Rosso», raccontano di cinque diverse spedizioni dalla Groenlandia a Vinland («Terra delle viti»). Alcuni ricercatori inglesi e canadesi ipotizzano che i vichinghi non si fermarono solo a Terranova, ma che proseguirono verso sud fino ad arrivare probabilmente sulle Ande.
La spedizione è stata finanziata da Accademia Kronos e in parte da “Earth – cultura e avventura”una importante organizzazione lombarda specializzata nelle spedizioni scientifiche.
Ennio La Malfa
giovedì 5 novembre 2009
incipit (2) : Madame Bovary

In questa nuova rubrica della trazzera in terza vogliamo dedicarvi le frasi iniziali (incipit) di alcune delle più famose opere letterarie di sempre.
L'inizio di un libro è una delle parti più importanti e più difficili da scrivere ed è spesso quello che ci spinge al suo acquisto o alla sua lettura.
Ed entrò il rettore, dietro gli venivano un nuovo ancora in panni borghesi e un bidello che trascinava un banco. Quelli che dormivano si svegliarono, ci tirammo su tutti, con l'aria di esser stati sorpresi nel fervore dell'attività.
.
(Madame Bovary di Gustave Flaubert)
Traduzione di Oreste del Buono - ed Garzanti
tutti gli incipit pubblicati
giovedì 29 ottobre 2009
incipit (1): Delitto e Castigo

In questa nuova rubrica della trazzera in terza vogliamo dedicarvi le frasi iniziali (incipit) di alcune delle più famose opere letterarie di sempre.
L'inizio di un libro è una delle parti più importanti e più difficili da scrivere ed è spesso quello che ci spinge al suo acquisto o alla sua lettura.
In una sera caldissima del mese di luglio, un giovane uscì dalla piccola stanza che occupava sotto il tetto di una grande casa di cinque piani nel viottolo S. e lentamente, con fare indeciso si diresse verso il ponte di K .
(Delitto e Castigo di Fedor M Dostoevskij)
traduzione di Sergio Balakoucioff - ed Rusconi
tutti gli incipit pubblicati
L'inizio di un libro è una delle parti più importanti e più difficili da scrivere ed è spesso quello che ci spinge al suo acquisto o alla sua lettura.
In una sera caldissima del mese di luglio, un giovane uscì dalla piccola stanza che occupava sotto il tetto di una grande casa di cinque piani nel viottolo S. e lentamente, con fare indeciso si diresse verso il ponte di K .
(Delitto e Castigo di Fedor M Dostoevskij)
traduzione di Sergio Balakoucioff - ed Rusconi
tutti gli incipit pubblicati
lunedì 19 ottobre 2009
Oswego

di radiokita (dal sito www.pennadoca.net)
Dopo aver fatto l’amore per più di un’ora mangiarono le pizze, ormai fredde. Da bere avevano solo lo scotch e ne bevettero più di mezza bottiglia. Non erano dei gran bevitori e così si ubriacarono velocemente. Erano quasi le undici di sera ed era ora di ritornare. Non potevano rimanere lì perché non avevano modo di avvisare nessuno. Dovevano sperare che Noel riuscisse a far uscire l’auto da quel pantano e che non fosse troppo ubriaco per guidare.
Harriett indossò solo il cappotto e mise biancheria e vestiti nella borsa. Noel era troppo sconvolto dall’alcool per dirle qualcosa. Lei aveva bevuto solo un paio di sorsi, e le erano bastati, ma lui aveva abbondato. Gli doleva la testa. Uscirono dalla casa e si ritrovarono nel buio più pesto. Nevicava abbondantemente e le stelle erano nascoste. La luna doveva essere dietro qualche nuvola. Noel non riusciva nemmeno a scorgere l’auto. Harriet schiacciò un interruttore e una lampadina che penzolava da un cavo sopra l’entrata illuminò la veranda.
La stradina che portava fuori dalla proprietà era ridotta ad un pantano. Noel prevedeva guai a non finire. Harriett chiuse la porta a chiave e spense la luce. Noel si abituò all’oscurità, ritrovò l’auto e s’incamminò verso di essa con Harriett che gli stringeva la mano. Doveva essere caduta anche della pioggia perché si ritrovarono a camminare su un terreno molto molle, quasi liquido. Harriett cadde e Noel si dovette reggere all’auto per non essere trascinato a terra da lei. Lei era per terra, con il cappotto sollevato fino alla vita, e il sedere immerso in quella poltiglia, e rideva. L’effetto dell’alcool. Noel voleva vedere se riuscivano ad arrivare a casa prima di ridere di questo episodio. Altrimenti sarebbero stati guai.
L’aiutò ad alzarsi e le diede una maglietta abbandonata sul sedile posteriore per ripulirsi un po’. Salì al posto di guida mentre Harriett si strofinava le gambe e il fondoschiena con la maglietta di Noel e intanto piangeva. Doveva anche aver freddo. Noel provò a mettere in moto. Ok. Ci riuscì. - Sali amore, e fai gli scongiuri.- le disse. Harriett salì. Aveva il viso bagnato dalle lacrime e dalla neve. Lui la baciò sulla bocca e le accarezzò il viso mentre aspettava che il riscaldamento della vecchia Ford facesse il suo dovere e che il motore si scaldasse un po’. Fece partire l’auto lentamente ma non successe nulla. La Ford si spostava di lato, verso la casa, slittando. Poi trovò un punto di appoggio migliore e avanzò.
Noel la fece risalire verso la strada principale cercando di non farla impantanare. Fermare l’auto in salita, anche se non era una vera salita, sarebbe stato tremendo con la strada in quelle condizioni. Arrivarono sul ciglio della strada e Noel vi s’immise senza fermare l’auto. Non c’erano fanali d’auto in avvistamento e non voleva correre il rischio di fermarsi. Una volta trovatisi con tutte e quattro le ruote sull’asfalto della strada principale, Noel attirò Harriett a sé e la baciò sulla fronte. - Siamo stati fortunati.- le disse. Di colpo di sentiva anche meno sbronzo. - Tu sei stato fortunato.- piagnucolò lei. Noel la strinse per quanto gli permetteva la guida e la portò fino a casa. Entrarono in casa poco prima di mezzanotte perché le strade non erano state pulite, anche il municipio era stata presa di sorpresa dalla neve, e Noel aveva guidato piano come non gli era mai capitato prima. Appena entrati furono accolti da George. - Ciao ragazzi. Che tempaccio, eh?- li salutò. - Salve George.- lo salutò Harriett.
Lei e i Murphy si comportavano quasi come se lei fosse già diventata Harriett Murphy. Noel si sentiva spesso a disagio per questo. Se si fossero lasciati sarebbe stata una tragedia per tutta la famiglia, non solo per lui e Harriett. - Ciao papà.- disse Noel togliendosi la giacca di pelle e appendendola nel vasto atrio. Si tolse le scarpe e così fece anche Harriett. - Su, Harriett, togliti quel cappotto.- la invitò George protendendo le braccia per aiutarla. Lei guardò Noel con gli occhi sbarrati dal terrore. - Lascia papà. Ha molto freddo. Corriamo di sopra così s’infila sotto le coperte. Poi le preparo un bel tè caldo.- disse Noel guardandolo tranquillamente. Non era difficile convincere suo padre. George guardò Harriett che non dovette fingere di rabbrividire perché aveva davvero freddo, e tremava anche dalla paura. - D’accordo. Allora ti metto l’acqua a bollire.- disse sorridendo e andando verso il soggiorno. - Grazie.- disse Noel tirando un sospiro di sollievo. - Sì, grazie George.- fece eco Harriett. - Di nulla ragazzi.- si sentì dire George dal soggiorno. Noel percorse il corridoio sulla sinistra con Harriett che lo teneva sempre per mano ed entrò in cucina, proprio in fondo al corridoio.
Da lì salirono le scale che portavano di sopra proprio alla fine del corridoio superiore, di fronte alla porta della camera di Noel. Andando verso l’altra estremità del corridoio c’erano poi il bagno, che si dividevano lui e Milla, la stanza di Milla e la stanza dei loro genitori che avevano il bagno in camera. Sull’altro lato del corridoio di fronte alla stanza di Noel c’erano le scale che portavano in cucina e uno sgabuzzino, poi una stanza per gli ospiti, le scale che portavano davanti all’atrio e una stanza adibita a studio o stanza per il ferro da stiro di Francine. Si ritrovarono davanti alla stanza di Noel senza aver incontrato né Milla né Francine. Entrarono. Noel si appoggiò contro la porta in modo che nessuno potesse entrare. Chiudere a chiave sarebbe stato troppo sospetto, soprattutto in quella casa dove la fiducia e la lealtà erano molto importanti. Chiudersi a chiave in una stanza destava molto sospetto e andava contro l’armonia e lo spirito di fratellanza che doveva regnare tra quelle pareti. Non c’erano segreti in quella famiglia.
Anche se George e Francine non sapevano del nido d’amore di Harriett e Noel. Noel fece togliere il cappotto ad Harriett. - Devi proprio farti una doccia.- le disse.- Sei tutta sporca.- - Falla con me.- gli propose. - Non mi sembra il caso.- le spiegò. - Oh, avanti. Credi che tua sorella non mi abbia mai sentito gemere di notte e non sia andata a dirlo ai tuoi.- gli disse senza peli sulla lingua. Noel fu sorpreso. - Non so...- cercò di dire.- Senti, non me la sento. Non qui. Non ora.- Lei sollevò le spalle, rassegnata. Non le era mai riuscita di fargli fare qualcosa che non volesse anche lui. - Vieni qui. Mettiti questo.- le passò il suo accappatoio.- Vai a farti la doccia. Io vado a farti il tè. Ci vediamo a letto.- le disse ammiccando. Lei lo baciò e gli mise una mano sulla natica destra. Uscì ed entrò in bagno. Noel di affacciò in corridoio. Nessuna traccia di Milla e Francine. Scese in cucina e trovò l’acqua in un pentolino sopra una piastra elettrica già accesa. Si sedette al tavolo dove solitamente facevano colazione tutti insieme e aspettò che l’acqua bollisse.
Quando Harriett si fermava lì a dormire, e capitava circa due volte a settimana, stavano un po’ stretti a quel tavolo ma la cosa non dispiaceva a Noel. Dopo aver passato una notte fantastica con Harriett si ritrovava a far colazione di fianco a lei, con le mani di entrambi che scivolavano sotto il tavolo appena possibile per ritrovare parte dell’intimità che avevano conosciuto nella camera di lui. Milla fece capolino con la sua tradizionale tenuta da sera. Calzoncini di cotone aderenti e maglietta di cotone bianca ancor più aderente. Reggiseno e mutandine in bell’evidenza. Chissà cosa avrebbero dato i suoi compagni di classe per vederla vestita così. Davvero non si rendeva conto di essere più che attraente. Ma sarebbe arrivato il giorno in cui a scuola, si sarebbe resa conto di avere gli occhi di tutti i maschi puntati su di sé. - Avete fatto tardi fratellino.- osservò. - Dovresti essere già a letto, tu.- disse ignorando le allusioni. - Mamma è crollata. Oggi hanno avuto un sacco di lavoro e hanno fatto i salti mortali per non doversi portare il lavoro a casa. Anche papà è stanco.- gli confidò. - E’ su che dorme Francine?- chiese Noel. - Sì. Così si è persa il vostro arrivo notturno, mezzi ubriachi.- lo punzecchiò. Noel rise. Voleva spiazzarla e sapeva di potersi fidare. - Dovevi vedere cosa indossava Harriett sotto il cappotto.- disse sorridendo. Milla spalancò la bocca stupita e scioccata. - Davvero?- chiese curiosa. L’acqua bolliva e Noel non perse un attimo. Riempì il thermos e si dileguò con zucchero e due bustine di tè. Le tazze le aveva già in camera, in un armadietto. - Dai, dimmi che scherzi.- lo supplicava Milla mentre lo seguiva sulle scale. - Ti mentirei.- disse ed entrò in camera.
Milla rimase ferma davanti alla porta chiusa della stanza di Noel. Aveva le guance rosse per l’emozione. Per lei erano cose che succedevano solo nei telefilm. Neanche le sue amiche avevano sentito simili storie dai loro fratelli o sorelle più grandi. Si voltò sentendo un rumore e si ritrovò di fronte Harriett con i capelli bagnati e l’accappatoio di Noel ben stretto addosso. Si sorrisero. - Dio, come vorrei avere capelli belli come i tuoi.- disse Harriett accarezzando i biondi ricci di Milla. - Ed io vorrei avere la tua età e un fidanzato carino come mio fratello.- disse lei quasi sospirando. - Così ti perderesti tre anni di vita. Non avere fretta e goditi i tuoi quattordici anni. Ti capiteranno tante belle cose prima di arrivare ai miei diciassette...- disse Harriett. Milla la baciò sulla guancia.
La sentiva vicina come una sorella. - Buonanotte.- le augurò sorridendo. - Buonanotte.- contraccambiò Harriett. Entrarono nelle loro stanze. Harriett vide Noel a letto e lasciò cadere l’accappatoio tuffandosi sotto le lenzuola. - Il tè è sul comodino.- disse lui. - Scaldami tu, sciocco.- disse lei abbracciandolo e cercando il calore del suo corpo.
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dal sito http://www.pennadoca.net/
Dopo aver fatto l’amore per più di un’ora mangiarono le pizze, ormai fredde. Da bere avevano solo lo scotch e ne bevettero più di mezza bottiglia. Non erano dei gran bevitori e così si ubriacarono velocemente. Erano quasi le undici di sera ed era ora di ritornare. Non potevano rimanere lì perché non avevano modo di avvisare nessuno. Dovevano sperare che Noel riuscisse a far uscire l’auto da quel pantano e che non fosse troppo ubriaco per guidare.
Harriett indossò solo il cappotto e mise biancheria e vestiti nella borsa. Noel era troppo sconvolto dall’alcool per dirle qualcosa. Lei aveva bevuto solo un paio di sorsi, e le erano bastati, ma lui aveva abbondato. Gli doleva la testa. Uscirono dalla casa e si ritrovarono nel buio più pesto. Nevicava abbondantemente e le stelle erano nascoste. La luna doveva essere dietro qualche nuvola. Noel non riusciva nemmeno a scorgere l’auto. Harriet schiacciò un interruttore e una lampadina che penzolava da un cavo sopra l’entrata illuminò la veranda.
La stradina che portava fuori dalla proprietà era ridotta ad un pantano. Noel prevedeva guai a non finire. Harriett chiuse la porta a chiave e spense la luce. Noel si abituò all’oscurità, ritrovò l’auto e s’incamminò verso di essa con Harriett che gli stringeva la mano. Doveva essere caduta anche della pioggia perché si ritrovarono a camminare su un terreno molto molle, quasi liquido. Harriett cadde e Noel si dovette reggere all’auto per non essere trascinato a terra da lei. Lei era per terra, con il cappotto sollevato fino alla vita, e il sedere immerso in quella poltiglia, e rideva. L’effetto dell’alcool. Noel voleva vedere se riuscivano ad arrivare a casa prima di ridere di questo episodio. Altrimenti sarebbero stati guai.
L’aiutò ad alzarsi e le diede una maglietta abbandonata sul sedile posteriore per ripulirsi un po’. Salì al posto di guida mentre Harriett si strofinava le gambe e il fondoschiena con la maglietta di Noel e intanto piangeva. Doveva anche aver freddo. Noel provò a mettere in moto. Ok. Ci riuscì. - Sali amore, e fai gli scongiuri.- le disse. Harriett salì. Aveva il viso bagnato dalle lacrime e dalla neve. Lui la baciò sulla bocca e le accarezzò il viso mentre aspettava che il riscaldamento della vecchia Ford facesse il suo dovere e che il motore si scaldasse un po’. Fece partire l’auto lentamente ma non successe nulla. La Ford si spostava di lato, verso la casa, slittando. Poi trovò un punto di appoggio migliore e avanzò.
Noel la fece risalire verso la strada principale cercando di non farla impantanare. Fermare l’auto in salita, anche se non era una vera salita, sarebbe stato tremendo con la strada in quelle condizioni. Arrivarono sul ciglio della strada e Noel vi s’immise senza fermare l’auto. Non c’erano fanali d’auto in avvistamento e non voleva correre il rischio di fermarsi. Una volta trovatisi con tutte e quattro le ruote sull’asfalto della strada principale, Noel attirò Harriett a sé e la baciò sulla fronte. - Siamo stati fortunati.- le disse. Di colpo di sentiva anche meno sbronzo. - Tu sei stato fortunato.- piagnucolò lei. Noel la strinse per quanto gli permetteva la guida e la portò fino a casa. Entrarono in casa poco prima di mezzanotte perché le strade non erano state pulite, anche il municipio era stata presa di sorpresa dalla neve, e Noel aveva guidato piano come non gli era mai capitato prima. Appena entrati furono accolti da George. - Ciao ragazzi. Che tempaccio, eh?- li salutò. - Salve George.- lo salutò Harriett.
Lei e i Murphy si comportavano quasi come se lei fosse già diventata Harriett Murphy. Noel si sentiva spesso a disagio per questo. Se si fossero lasciati sarebbe stata una tragedia per tutta la famiglia, non solo per lui e Harriett. - Ciao papà.- disse Noel togliendosi la giacca di pelle e appendendola nel vasto atrio. Si tolse le scarpe e così fece anche Harriett. - Su, Harriett, togliti quel cappotto.- la invitò George protendendo le braccia per aiutarla. Lei guardò Noel con gli occhi sbarrati dal terrore. - Lascia papà. Ha molto freddo. Corriamo di sopra così s’infila sotto le coperte. Poi le preparo un bel tè caldo.- disse Noel guardandolo tranquillamente. Non era difficile convincere suo padre. George guardò Harriett che non dovette fingere di rabbrividire perché aveva davvero freddo, e tremava anche dalla paura. - D’accordo. Allora ti metto l’acqua a bollire.- disse sorridendo e andando verso il soggiorno. - Grazie.- disse Noel tirando un sospiro di sollievo. - Sì, grazie George.- fece eco Harriett. - Di nulla ragazzi.- si sentì dire George dal soggiorno. Noel percorse il corridoio sulla sinistra con Harriett che lo teneva sempre per mano ed entrò in cucina, proprio in fondo al corridoio.
Da lì salirono le scale che portavano di sopra proprio alla fine del corridoio superiore, di fronte alla porta della camera di Noel. Andando verso l’altra estremità del corridoio c’erano poi il bagno, che si dividevano lui e Milla, la stanza di Milla e la stanza dei loro genitori che avevano il bagno in camera. Sull’altro lato del corridoio di fronte alla stanza di Noel c’erano le scale che portavano in cucina e uno sgabuzzino, poi una stanza per gli ospiti, le scale che portavano davanti all’atrio e una stanza adibita a studio o stanza per il ferro da stiro di Francine. Si ritrovarono davanti alla stanza di Noel senza aver incontrato né Milla né Francine. Entrarono. Noel si appoggiò contro la porta in modo che nessuno potesse entrare. Chiudere a chiave sarebbe stato troppo sospetto, soprattutto in quella casa dove la fiducia e la lealtà erano molto importanti. Chiudersi a chiave in una stanza destava molto sospetto e andava contro l’armonia e lo spirito di fratellanza che doveva regnare tra quelle pareti. Non c’erano segreti in quella famiglia.
Anche se George e Francine non sapevano del nido d’amore di Harriett e Noel. Noel fece togliere il cappotto ad Harriett. - Devi proprio farti una doccia.- le disse.- Sei tutta sporca.- - Falla con me.- gli propose. - Non mi sembra il caso.- le spiegò. - Oh, avanti. Credi che tua sorella non mi abbia mai sentito gemere di notte e non sia andata a dirlo ai tuoi.- gli disse senza peli sulla lingua. Noel fu sorpreso. - Non so...- cercò di dire.- Senti, non me la sento. Non qui. Non ora.- Lei sollevò le spalle, rassegnata. Non le era mai riuscita di fargli fare qualcosa che non volesse anche lui. - Vieni qui. Mettiti questo.- le passò il suo accappatoio.- Vai a farti la doccia. Io vado a farti il tè. Ci vediamo a letto.- le disse ammiccando. Lei lo baciò e gli mise una mano sulla natica destra. Uscì ed entrò in bagno. Noel di affacciò in corridoio. Nessuna traccia di Milla e Francine. Scese in cucina e trovò l’acqua in un pentolino sopra una piastra elettrica già accesa. Si sedette al tavolo dove solitamente facevano colazione tutti insieme e aspettò che l’acqua bollisse.
Quando Harriett si fermava lì a dormire, e capitava circa due volte a settimana, stavano un po’ stretti a quel tavolo ma la cosa non dispiaceva a Noel. Dopo aver passato una notte fantastica con Harriett si ritrovava a far colazione di fianco a lei, con le mani di entrambi che scivolavano sotto il tavolo appena possibile per ritrovare parte dell’intimità che avevano conosciuto nella camera di lui. Milla fece capolino con la sua tradizionale tenuta da sera. Calzoncini di cotone aderenti e maglietta di cotone bianca ancor più aderente. Reggiseno e mutandine in bell’evidenza. Chissà cosa avrebbero dato i suoi compagni di classe per vederla vestita così. Davvero non si rendeva conto di essere più che attraente. Ma sarebbe arrivato il giorno in cui a scuola, si sarebbe resa conto di avere gli occhi di tutti i maschi puntati su di sé. - Avete fatto tardi fratellino.- osservò. - Dovresti essere già a letto, tu.- disse ignorando le allusioni. - Mamma è crollata. Oggi hanno avuto un sacco di lavoro e hanno fatto i salti mortali per non doversi portare il lavoro a casa. Anche papà è stanco.- gli confidò. - E’ su che dorme Francine?- chiese Noel. - Sì. Così si è persa il vostro arrivo notturno, mezzi ubriachi.- lo punzecchiò. Noel rise. Voleva spiazzarla e sapeva di potersi fidare. - Dovevi vedere cosa indossava Harriett sotto il cappotto.- disse sorridendo. Milla spalancò la bocca stupita e scioccata. - Davvero?- chiese curiosa. L’acqua bolliva e Noel non perse un attimo. Riempì il thermos e si dileguò con zucchero e due bustine di tè. Le tazze le aveva già in camera, in un armadietto. - Dai, dimmi che scherzi.- lo supplicava Milla mentre lo seguiva sulle scale. - Ti mentirei.- disse ed entrò in camera.
Milla rimase ferma davanti alla porta chiusa della stanza di Noel. Aveva le guance rosse per l’emozione. Per lei erano cose che succedevano solo nei telefilm. Neanche le sue amiche avevano sentito simili storie dai loro fratelli o sorelle più grandi. Si voltò sentendo un rumore e si ritrovò di fronte Harriett con i capelli bagnati e l’accappatoio di Noel ben stretto addosso. Si sorrisero. - Dio, come vorrei avere capelli belli come i tuoi.- disse Harriett accarezzando i biondi ricci di Milla. - Ed io vorrei avere la tua età e un fidanzato carino come mio fratello.- disse lei quasi sospirando. - Così ti perderesti tre anni di vita. Non avere fretta e goditi i tuoi quattordici anni. Ti capiteranno tante belle cose prima di arrivare ai miei diciassette...- disse Harriett. Milla la baciò sulla guancia.
La sentiva vicina come una sorella. - Buonanotte.- le augurò sorridendo. - Buonanotte.- contraccambiò Harriett. Entrarono nelle loro stanze. Harriett vide Noel a letto e lasciò cadere l’accappatoio tuffandosi sotto le lenzuola. - Il tè è sul comodino.- disse lui. - Scaldami tu, sciocco.- disse lei abbracciandolo e cercando il calore del suo corpo.
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dal sito http://www.pennadoca.net/
mercoledì 30 settembre 2009
parolacce.net
Parolaccia è una forma dispregiativa del termine.
La parolaccia serve a parlare, in modo abbassante e offensivo, delle pulsioni fondamentali dell'uomo: il sesso, il metabolismo, l'aggressività, la religione. Per questo, vista la delicatezza dei concetti a cui si riferiscono, le parolacce sono sempre oggetto di linguistici, e sono diventate un linguaggio specializzato nell'esprimere le primarie dell'uomo: rabbia, sorpresa, disgusto, paura, eccetera.
Le parolacce, antiche quanto il linguaggio umano, si dividono in 3 categorie fondamentali:
imprecazioni (es. "merda!"): sono una forma di interiezione, ovvero di dialogo con se stessi, e servono a sfogare simbolicamente la propria aggressività contro un oggetto inanimato o contro una situazione; le imprecazioni comprendono anche le profanità (ovvero l'uso dei termini sacri al di fuori dei contesti religiosi) e le bestemmie;
insulti (es. "coglione!"): sono le parole usate per attaccare e ferire un'altra persona, abbassandone l'autostima;
maledizioni (es. "vaffanculo!"): sono le espressioni con cui si augura il male al destinatario.
Le parolacce, il cui serbatoio linguistico principale è costituito dalle oscenità (ovvero dalle espressioni che si riferiscono al sesso), sono presenti già nelle prime opere letterarie dell'umanità, come l'epopea di Gilgamesh.
dal sito www.parolacce.net
La parolaccia serve a parlare, in modo abbassante e offensivo, delle pulsioni fondamentali dell'uomo: il sesso, il metabolismo, l'aggressività, la religione. Per questo, vista la delicatezza dei concetti a cui si riferiscono, le parolacce sono sempre oggetto di linguistici, e sono diventate un linguaggio specializzato nell'esprimere le primarie dell'uomo: rabbia, sorpresa, disgusto, paura, eccetera.
Le parolacce, antiche quanto il linguaggio umano, si dividono in 3 categorie fondamentali:
imprecazioni (es. "merda!"): sono una forma di interiezione, ovvero di dialogo con se stessi, e servono a sfogare simbolicamente la propria aggressività contro un oggetto inanimato o contro una situazione; le imprecazioni comprendono anche le profanità (ovvero l'uso dei termini sacri al di fuori dei contesti religiosi) e le bestemmie;
insulti (es. "coglione!"): sono le parole usate per attaccare e ferire un'altra persona, abbassandone l'autostima;
maledizioni (es. "vaffanculo!"): sono le espressioni con cui si augura il male al destinatario.
Le parolacce, il cui serbatoio linguistico principale è costituito dalle oscenità (ovvero dalle espressioni che si riferiscono al sesso), sono presenti già nelle prime opere letterarie dell'umanità, come l'epopea di Gilgamesh.
dal sito www.parolacce.net
venerdì 7 agosto 2009
Obliteratrice
di Daniele Billitteri
Il filippino obliterò. Non aveva idea di cosa significasse obliterare, verbo figlio prediletto di una burocrazia auto referente. Ma obliterò come aveva visto fare ai passeggeri sull’autobus. Era circondato da ragazzi cumpa’ di qua, cumpa’ di la: bravo Filippo, paghi tu e a noi ce la sucano. Fermata, n.2 controllori uno a ore dieci uno a ore tre. Commando. Cumpa’ coglioni. Filippo sorride
Il filippino obliterò. Non aveva idea di cosa significasse obliterare, verbo figlio prediletto di una burocrazia auto referente. Ma obliterò come aveva visto fare ai passeggeri sull’autobus. Era circondato da ragazzi cumpa’ di qua, cumpa’ di la: bravo Filippo, paghi tu e a noi ce la sucano. Fermata, n.2 controllori uno a ore dieci uno a ore tre. Commando. Cumpa’ coglioni. Filippo sorride
domenica 26 luglio 2009
petru fudduni

In questi giorni di caldo, "sbisitavu" e stamattina mi sono tutta intillicchiata con un tailleur rosso, che devo dire mi fa fiura addosso.
Trattandosi di un colore che attira molto l'attenzione, i miei colleghi mi hanno detto di tutto: the woman in red, rosso contro la maaria, di russu va vistuta l'ignuranza e qui il motivo per cui sto scrivendo..... l'espressione "di russo va vistuta l'ignoranza" sembrerebbe legata ad una delle tante storie che vedono protagonista Petru Fudduni, noto personaggio siciliano un po' filosofo, un po' letterato, un po' scienziato ma povero a tal punto che per rifocillarsi mendica e chiede l'elemosina.
Petru Fudduni mendicava spesso sotto il Palazzo Arcivescovile della sua docesi; un giorno il povero Petru che aveva molto appetito chiese a sua Eminenza se poteva favorirgli qualcosa affinché potesse sfamarsi, l’arcivescovo gli disse: “Povira e minnica è la scienza” e gli diede un pezzo di pane, il nostro filosofo rispose: “eh cara Eminenza veru è, ma avi a sapiri ca di russo va vistuta l’ignoranza”.Così mio padre racconta….
antonella gullo
Di Pietro detto Fudduni si sa ben poco di vero e reale, finanche la sua nascita non è certa, probabilmente nell’ultimo ventennio del sedicesimo secolo. La sua storia si circonda delle credenze popolari e degli aneddoti degli uomini che onorando la sua capacità poetica e di illustre rimatore lo diffusero in numerosi luoghi e in singolare sfide poetiche e racconti saggi. Petru Fudduni, che italianizzato divenne Pietro Fullone, fu un grande poeta dialettale, con straordinaria prontezza di lingua e doti elevate di liricità.
Di mestiere era certamente uno spaccapietre, duro lavoro che trasfuse egregiamente nella sua rima tagliente e pesante. Rinomati inoltre i suoi tenzoni con poeti siciliani del tempo, in sfide rimate e pungenti che non risparmiavano nessuno. Ebbe però cattiva sorte solo a Mineo che si dice sia la patria della poesia avendo ricevuto giusta risposta da un contadino locale. La sua poesia era ispirata dalla fame, dalla miseria, dai rancori nei confronti dei potenti. Ma è innegabile il profondo spirito religioso che permea spesso le sue rime. Una religiosità in cui vibra il mistero divino, in cui si percepisce l’amore di Dio e il sacrificio del suo Figlio fattori congiunti di una vicenda per l’uomo.
E anche nelle rime religiose lo stile di Fudduni cambia, diviene molto più colto, con virtuosismi barocchi che fanno dubitare anche sulla credibilità della sua produzione. Nominato e preso ad esempio dal popolo Petru Fudduni visse fino al 1670, morendo a Palermo circondato dalla stima dei letterati e del popolo.
Trattandosi di un colore che attira molto l'attenzione, i miei colleghi mi hanno detto di tutto: the woman in red, rosso contro la maaria, di russu va vistuta l'ignuranza e qui il motivo per cui sto scrivendo..... l'espressione "di russo va vistuta l'ignoranza" sembrerebbe legata ad una delle tante storie che vedono protagonista Petru Fudduni, noto personaggio siciliano un po' filosofo, un po' letterato, un po' scienziato ma povero a tal punto che per rifocillarsi mendica e chiede l'elemosina.
Petru Fudduni mendicava spesso sotto il Palazzo Arcivescovile della sua docesi; un giorno il povero Petru che aveva molto appetito chiese a sua Eminenza se poteva favorirgli qualcosa affinché potesse sfamarsi, l’arcivescovo gli disse: “Povira e minnica è la scienza” e gli diede un pezzo di pane, il nostro filosofo rispose: “eh cara Eminenza veru è, ma avi a sapiri ca di russo va vistuta l’ignoranza”.Così mio padre racconta….
antonella gullo
Di Pietro detto Fudduni si sa ben poco di vero e reale, finanche la sua nascita non è certa, probabilmente nell’ultimo ventennio del sedicesimo secolo. La sua storia si circonda delle credenze popolari e degli aneddoti degli uomini che onorando la sua capacità poetica e di illustre rimatore lo diffusero in numerosi luoghi e in singolare sfide poetiche e racconti saggi. Petru Fudduni, che italianizzato divenne Pietro Fullone, fu un grande poeta dialettale, con straordinaria prontezza di lingua e doti elevate di liricità.
Di mestiere era certamente uno spaccapietre, duro lavoro che trasfuse egregiamente nella sua rima tagliente e pesante. Rinomati inoltre i suoi tenzoni con poeti siciliani del tempo, in sfide rimate e pungenti che non risparmiavano nessuno. Ebbe però cattiva sorte solo a Mineo che si dice sia la patria della poesia avendo ricevuto giusta risposta da un contadino locale. La sua poesia era ispirata dalla fame, dalla miseria, dai rancori nei confronti dei potenti. Ma è innegabile il profondo spirito religioso che permea spesso le sue rime. Una religiosità in cui vibra il mistero divino, in cui si percepisce l’amore di Dio e il sacrificio del suo Figlio fattori congiunti di una vicenda per l’uomo.
E anche nelle rime religiose lo stile di Fudduni cambia, diviene molto più colto, con virtuosismi barocchi che fanno dubitare anche sulla credibilità della sua produzione. Nominato e preso ad esempio dal popolo Petru Fudduni visse fino al 1670, morendo a Palermo circondato dalla stima dei letterati e del popolo.
sabato 18 luglio 2009
Lu verbu
Ogni sera, mio padre prima di addormentarsi recita le sue belle preghiere, anche se a messa ci ha sempre jutu ‘nto piccaredda ma trattandosi di un, così come lui ama definirsi, “Cristiano Cattolico Apostolico di Santa Romana Chiesa” preghiere non se fa mancare e quasi ad alta voce, recita: un’avimmaria, un pater nostru, un gloria o patri e tri verbu, si, recita u verbu tri voti, picchi è costretto dalla stessa preghiera, picchì chi lu dici tri voti è scanzatu di tanti guai, ma soprattuttu da mala morti.
Lu verbu sacciu, lu verbu vogghiu diri
Lu verbu chi lassau nostru signuri
Si nni iu a la cruci pi muriri e pi lassari a nuatri piccaturi,
Oh piccaturi oh piccatrici iemu ad adurari sta bella cruci!
La cruci quantu è alta e quantu è bedda
‘Cun brazzu stisu ‘ncelu e navutru in terra.
Chiddu d’interra è pi piccatura,
Chiddu di ‘ncelu è pi un mazzu di sciuri.
Ora va e gesuzzu dici: picciriddi granni,
ninni jamu agghiri dda!
Dda c’è la verginimmaria cu libru d’oru che parra e dici:
Cu sapi lu verbu e nun lu dici
S’arricogghie na quarara di pici
Cu sapi lu verbu e nu lu imparirà
centu vruricati di focu verrà
Cu lu dici tri viaggi in via sia scansati da mala via
Cu lu dici tri viaggi a notti sia scansati da mala morti
Cu lu dici tri viaggi cu malu a ttempu scanzatinnni di troni e di lampi.
(antonella gullo)
Lu verbu sacciu, lu verbu vogghiu diri
Lu verbu chi lassau nostru signuri
Si nni iu a la cruci pi muriri e pi lassari a nuatri piccaturi,
Oh piccaturi oh piccatrici iemu ad adurari sta bella cruci!
La cruci quantu è alta e quantu è bedda
‘Cun brazzu stisu ‘ncelu e navutru in terra.
Chiddu d’interra è pi piccatura,
Chiddu di ‘ncelu è pi un mazzu di sciuri.
Ora va e gesuzzu dici: picciriddi granni,
ninni jamu agghiri dda!
Dda c’è la verginimmaria cu libru d’oru che parra e dici:
Cu sapi lu verbu e nun lu dici
S’arricogghie na quarara di pici
Cu sapi lu verbu e nu lu imparirà
centu vruricati di focu verrà
Cu lu dici tri viaggi in via sia scansati da mala via
Cu lu dici tri viaggi a notti sia scansati da mala morti
Cu lu dici tri viaggi cu malu a ttempu scanzatinnni di troni e di lampi.
(antonella gullo)
sabato 20 giugno 2009
andiamo a Borgetto a regalare un libro

Si terrà il 21 Giugno 2009, a Borgetto (PA), in Piazza Vittorio Emanuele Orlando, la “Giornata della raccolta Libri” nell’ambito della già avviata campagna di acquisizione di cartacei e materiali audiovisivi denominata DONA UN LIBRO DONA CULTURA, promossa dall’Assessorato alla Cultura di Borgetto, nell’ambito del progetto culturale onnicomprensivo NON SOLO MAFIA.
Si confida nella sensibilità dei componenti delle Istituzioni, dei concittadini di Borgetto e dei Borgettani d’America, già informati dei propositi dell’Assessorato che si concretizzeranno presto con l’apertura della Biblioteca Comunale di Borgetto nei locali di Via Municipio, non appena avverrà la consegna del restauro. Riappropriarsi, senza grandi sforzi economici, del patrimonio culturale, delle tradizioni e degli insegnamenti demologici e filologici del nostro grande predecessore Prof. Dott. Salvatore Salomone Marino, allievo del Pitrè, è la priorità che si prefigge l’Amministrazione del Comune Borgetto cercando con ogni sforzo di spostare l’asse dell’interesse generale, specie dei giovani, verso la cultura, come deterrente per l’eliminazione graduale delle devianze moderne.
Ogni oggetto donato sarà registrato su appositi registri, previo rilascio di ricevuta, per la rintracciabilità da parte del donatore e tutti i dati successivamente trasferiti in un database dedicato, in modo da dare in futuro ampia diffusione del patrimonio pubblico, anche online.
L’ASSESSORE Dott. Francesco Davì
Comune di Borgetto 03/06/2009 - 17:06
Si confida nella sensibilità dei componenti delle Istituzioni, dei concittadini di Borgetto e dei Borgettani d’America, già informati dei propositi dell’Assessorato che si concretizzeranno presto con l’apertura della Biblioteca Comunale di Borgetto nei locali di Via Municipio, non appena avverrà la consegna del restauro. Riappropriarsi, senza grandi sforzi economici, del patrimonio culturale, delle tradizioni e degli insegnamenti demologici e filologici del nostro grande predecessore Prof. Dott. Salvatore Salomone Marino, allievo del Pitrè, è la priorità che si prefigge l’Amministrazione del Comune Borgetto cercando con ogni sforzo di spostare l’asse dell’interesse generale, specie dei giovani, verso la cultura, come deterrente per l’eliminazione graduale delle devianze moderne.
Ogni oggetto donato sarà registrato su appositi registri, previo rilascio di ricevuta, per la rintracciabilità da parte del donatore e tutti i dati successivamente trasferiti in un database dedicato, in modo da dare in futuro ampia diffusione del patrimonio pubblico, anche online.
L’ASSESSORE Dott. Francesco Davì
Comune di Borgetto 03/06/2009 - 17:06
martedì 16 giugno 2009
venerdì 22 maggio 2009
Interrogazione: la traduzione
Dimmelo, Achille, insegui sempre la tua fortuna?
con tutti gli altri uomini speciali, un po’ come fossero dei
un tantino camorristi (prepotenti) ma, in fondo, perfino pii,
state tutti là adesso, così forti e morti?
E adesso che non puoi attaccare, ti tocca difenderti da qualcosa:
da un diavolo incazzato, dai tuoi santi, dalle spine che sono il ghigno di una rosa?
Dimmelo:
Ancora le lanci, le lance?
Ancora le mangi, le arance?
Achi’, ma sentirsi sempre rispettati dal popolo impaurito
è sul serio un sentire che ti riempie molto?
E coloro che non uccidono nessuno sono minchie (idioti)?
Lo pensi perfino in questo momento che sei spento (passato nell’aldilà)?
Comprendendo te e chi vive di gran Grandezza
e quelli che… ”comandare è meglio che far l’amore”,
reputandolo un detto da non tenere in considerazione
ma che è la rovina di questo Mondo e mi fa molta stizza ,
mi vengono in mente soltanto due questioni,
te le porgo qui davanti a testimoni.
Lo sai, per tutti si sciolgono i propri anni (finisce il tempo):
attento(!) a queste profonde e grandi domande:
Ancora le mangi, le arance?
Ancora le lanci, le lance?
(pippo montedoro)
(pippu ‘u Muntiruoru)
scrivi a latrazzera@libero.it
con tutti gli altri uomini speciali, un po’ come fossero dei
un tantino camorristi (prepotenti) ma, in fondo, perfino pii,
state tutti là adesso, così forti e morti?
E adesso che non puoi attaccare, ti tocca difenderti da qualcosa:
da un diavolo incazzato, dai tuoi santi, dalle spine che sono il ghigno di una rosa?
Dimmelo:
Ancora le lanci, le lance?
Ancora le mangi, le arance?
Achi’, ma sentirsi sempre rispettati dal popolo impaurito
è sul serio un sentire che ti riempie molto?
E coloro che non uccidono nessuno sono minchie (idioti)?
Lo pensi perfino in questo momento che sei spento (passato nell’aldilà)?
Comprendendo te e chi vive di gran Grandezza
e quelli che… ”comandare è meglio che far l’amore”,
reputandolo un detto da non tenere in considerazione
ma che è la rovina di questo Mondo e mi fa molta stizza ,
mi vengono in mente soltanto due questioni,
te le porgo qui davanti a testimoni.
Lo sai, per tutti si sciolgono i propri anni (finisce il tempo):
attento(!) a queste profonde e grandi domande:
Ancora le mangi, le arance?
Ancora le lanci, le lance?
(pippo montedoro)
(pippu ‘u Muntiruoru)
scrivi a latrazzera@libero.it
venerdì 15 maggio 2009
INTERROGAZIONE
Rimmìllu, Achille, assicuti siempri ‘a to’ suorti?
cu tutti l’atri uomini spiciali, un pocu comu ‘i dii
n’anticchia camurristi ma, all’ultimu, puru pii,
stati tutti ddà, uora, accussì fuorti e muorti?
E uora c’on po’ attaccari, t’attuocca difinniriti ‘i qualchi cuosa:
r’un diavulu ‘ncazzatu, r’i toi santi, r’i spini ca sunnu ‘a smuorfia r’i ‘na ruosa?
Rimmìllu:
Ancuora ‘i lanci, i lanci?
Ancuora ‘i manci, i aranci?
Achi’, ma sintirisi siempri rispittatu r’u puopulu scantatu
è pi’ vieru un sintirisi c’assai ti inchi?
E chiddi c’on ammazzanu a nuddu sunnu minchi?
‘U piensi puru a ‘stu minutu ca si’ astutatu?
Capiennu a tia e a cu campa ri gran Grannizza
e a cu’ ca …”cumannari è mugghiu ‘i futtiri”,
pinsànnulu un pruvierbiu c’onn’è ri sientiri
ma è ruina ri ‘sta Tierra e mi fa assai stizza,
mi viennu sulamenti rui quistiuni:
t’i fazzu cca, ravanti a tistimuni.
‘U sai, pi’ tutti squagghianu ‘i soi anni;
attientu(!) a ‘sti prufunni e gran dumanni:
Ancuora ‘i manci, i aranci?
Ancuora ‘i lanci, i lanci?
(pippo montedoro)
scrivi a latrazzera@libero.it
cu tutti l’atri uomini spiciali, un pocu comu ‘i dii
n’anticchia camurristi ma, all’ultimu, puru pii,
stati tutti ddà, uora, accussì fuorti e muorti?
E uora c’on po’ attaccari, t’attuocca difinniriti ‘i qualchi cuosa:
r’un diavulu ‘ncazzatu, r’i toi santi, r’i spini ca sunnu ‘a smuorfia r’i ‘na ruosa?
Rimmìllu:
Ancuora ‘i lanci, i lanci?
Ancuora ‘i manci, i aranci?
Achi’, ma sintirisi siempri rispittatu r’u puopulu scantatu
è pi’ vieru un sintirisi c’assai ti inchi?
E chiddi c’on ammazzanu a nuddu sunnu minchi?
‘U piensi puru a ‘stu minutu ca si’ astutatu?
Capiennu a tia e a cu campa ri gran Grannizza
e a cu’ ca …”cumannari è mugghiu ‘i futtiri”,
pinsànnulu un pruvierbiu c’onn’è ri sientiri
ma è ruina ri ‘sta Tierra e mi fa assai stizza,
mi viennu sulamenti rui quistiuni:
t’i fazzu cca, ravanti a tistimuni.
‘U sai, pi’ tutti squagghianu ‘i soi anni;
attientu(!) a ‘sti prufunni e gran dumanni:
Ancuora ‘i manci, i aranci?
Ancuora ‘i lanci, i lanci?
(pippo montedoro)
scrivi a latrazzera@libero.it
mercoledì 13 maggio 2009
frasi celebri
Molti di voi oramai conoscono la riubrica "frasi celebri" che la Trazzera pubblica nella sua colonna della home page. Fino ad oggi le frasi pubblicate sono state 10. Di seguito ve le riportiamo tutte. Leggetele (o rileggetele) con attenzione perchè contengono molti spunti per profonde riflessioni. Almeno così è stato per noi che le abbiamo scovate.
10 - Il capitale cerebrale ed umano è identico per l'uomo e la donna, solo che nella donna viene distrutto dalla cultura sociale , mentre nell'uomo viene sopravvalutato.
(Rita Levi Montalcini)
9 - Io credo in un’America dove la separazione di Chiesa e Stato sia assoluta. Dove nessun gruppo religioso cerchi di imporre i suoi voleri direttamente o indirettamente sulla popolazione o sugli atti pubblici dei suoi funzionari.
(John Fitzgerald Kennedy )
8 - Non va allontanato il povero, ma la povertà. Non si può continuare a emarginare chi non partecipa allo sviluppo economico. E lo sviluppo economico non è la soluzione. Serve uno sviluppo solidale
(Don Vittorio Nozza)
7 - Quando io do da mangiare a un povero, tutti mi chiamano santo. Ma quando chiedo perché i poveri non hanno cibo, allora tutti mi chiamano comunista.
(Pessoa Càmara, vescovo brasiliano)
6 - Le istituzioni migliori nelle mani di uomini ingiusti e senza amore genereranno sofferenza e miseria, mentre istituzioni tecnicamente meno perfette, ma affidate a uomini di cuore, capaci di rispettare le personalità dei lavoratori, potranno forse promuovere piùefficacemente il bene comune
(R. Voillaume)
5 - La finanza è l'arte di far passare i soldi di mano in mano fino a farli scomparire
(Robert W. Sarnoff)
4 - non amo la concorrenza, è l'opposto della solidarietà
(anonimo)
3 - Ce n'è abbastanza per i bisogni di tutti, ma non per l'avidità di ciascuno (Ghandi)
2 - non essere così modesto... non sei poi così grande!
(Golda Meir)
1 - Non c'è nulla di tragico ad avere 50 anni tranne a volerne avere 20 a tutti i costi"
(dal film "viale del tramonto"... appunto!)
scrivi a latrazzera@libero.it
10 - Il capitale cerebrale ed umano è identico per l'uomo e la donna, solo che nella donna viene distrutto dalla cultura sociale , mentre nell'uomo viene sopravvalutato.
(Rita Levi Montalcini)
9 - Io credo in un’America dove la separazione di Chiesa e Stato sia assoluta. Dove nessun gruppo religioso cerchi di imporre i suoi voleri direttamente o indirettamente sulla popolazione o sugli atti pubblici dei suoi funzionari.
(John Fitzgerald Kennedy )
8 - Non va allontanato il povero, ma la povertà. Non si può continuare a emarginare chi non partecipa allo sviluppo economico. E lo sviluppo economico non è la soluzione. Serve uno sviluppo solidale
(Don Vittorio Nozza)
7 - Quando io do da mangiare a un povero, tutti mi chiamano santo. Ma quando chiedo perché i poveri non hanno cibo, allora tutti mi chiamano comunista.
(Pessoa Càmara, vescovo brasiliano)
6 - Le istituzioni migliori nelle mani di uomini ingiusti e senza amore genereranno sofferenza e miseria, mentre istituzioni tecnicamente meno perfette, ma affidate a uomini di cuore, capaci di rispettare le personalità dei lavoratori, potranno forse promuovere piùefficacemente il bene comune
(R. Voillaume)
5 - La finanza è l'arte di far passare i soldi di mano in mano fino a farli scomparire
(Robert W. Sarnoff)
4 - non amo la concorrenza, è l'opposto della solidarietà
(anonimo)
3 - Ce n'è abbastanza per i bisogni di tutti, ma non per l'avidità di ciascuno (Ghandi)
2 - non essere così modesto... non sei poi così grande!
(Golda Meir)
1 - Non c'è nulla di tragico ad avere 50 anni tranne a volerne avere 20 a tutti i costi"
(dal film "viale del tramonto"... appunto!)
scrivi a latrazzera@libero.it
mercoledì 6 maggio 2009
5 maggio
Ei fu. Siccome immobile,
dato il mortal sospiro,
stette la spoglia immemore
orba di tanto spiro,
così percossa, attonita
la terra al nunzio sta,
muta pensando all'ultima
ora dell'uom fatale;
né sa quando una simile
orma di pie' mortale
la sua cruenta polvere
a calpestar verrà.
Lui folgorante in solio
vide il mio genio e tacque;
quando, con vece assidua,
cadde, risorse e giacque,
di mille voci al sònito
mista la sua non ha:
vergin di servo encomio
e di codardo oltraggio,
sorge or commosso al sùbito
sparir di tanto raggio;
e scioglie all'urna un cantico
che forse non morrà.
Dall'Alpi alle Piramidi,
dal Manzanarre al Reno,
di quel securo il fulmine
tenea dietro al baleno;
scoppiò da Scilla al Tanai,
dall'uno all'altro mar.
Fu vera gloria? Ai posteri
l'ardua sentenza: nui
chiniam la fronte al Massimo
Fattor, che volle in lui
del creator suo spirito
più vasta orma stampar.
La procellosa e trepida
gioia d'un gran disegno,
l'ansia d'un cor che indocile
serve, pensando al regno;
e il giunge, e tiene un premio
ch'era follia sperar;
tutto ei provò: la gloria
maggior dopo il periglio,
la fuga e la vittoria,
la reggia e il tristo esiglio;
due volte nella polvere,
due volte sull'altar.
Ei si nomò: due secoli,
l'un contro l'altro armato,
sommessi a lui si volsero,
come aspettando il fato;
ei fe' silenzio, ed arbitro
s'assise in mezzo a lor.
E sparve, e i dì nell'ozio
chiuse in sì breve sponda,
segno d'immensa invidia
e di pietà profonda,
d'inestinguibil odio
e d'indomato amor.
Come sul capo al naufrago
l'onda s'avvolve e pesa,
l'onda su cui del misero,
alta pur dianzi e tesa,
scorrea la vista a scernere
prode remote invan;
tal su quell'alma il cumulo
delle memorie scese.
Oh quante volte ai posteri
narrar se stesso imprese,
e sull'eterne pagine
cadde la stanca man!
Oh quante volte, al tacito
morir d'un giorno inerte,
chinati i rai fulminei,
le braccia al sen conserte,
stette, e dei dì che furono
l'assalse il sovvenir!
E ripensò le mobili
tende, e i percossi valli,
e il lampo de' manipoli,
e l'onda dei cavalli,
e il concitato imperio
e il celere ubbidir.
Ahi! forse a tanto strazio
cadde lo spirto anelo,
e disperò; ma valida
venne una man dal cielo,
e in più spirabil aere
pietosa il trasportò;
e l'avvïò, pei floridi
sentier della speranza,
ai campi eterni, al premio
che i desideri avanza,
dov'è silenzio e tenebre
la gloria che passò.
Bella Immortal! benefica
Fede ai trïonfi avvezza!
Scrivi ancor questo, allegrati;
ché più superba altezza
al disonor del Gòlgota
giammai non si chinò.
Tu dalle stanche ceneri
sperdi ogni ria parola:
il Dio che atterra e suscita,
che affanna e che consola,
sulla deserta coltrice
accanto a lui posò
dato il mortal sospiro,
stette la spoglia immemore
orba di tanto spiro,
così percossa, attonita
la terra al nunzio sta,
muta pensando all'ultima
ora dell'uom fatale;
né sa quando una simile
orma di pie' mortale
la sua cruenta polvere
a calpestar verrà.
Lui folgorante in solio
vide il mio genio e tacque;
quando, con vece assidua,
cadde, risorse e giacque,
di mille voci al sònito
mista la sua non ha:
vergin di servo encomio
e di codardo oltraggio,
sorge or commosso al sùbito
sparir di tanto raggio;
e scioglie all'urna un cantico
che forse non morrà.
Dall'Alpi alle Piramidi,
dal Manzanarre al Reno,
di quel securo il fulmine
tenea dietro al baleno;
scoppiò da Scilla al Tanai,
dall'uno all'altro mar.
Fu vera gloria? Ai posteri
l'ardua sentenza: nui
chiniam la fronte al Massimo
Fattor, che volle in lui
del creator suo spirito
più vasta orma stampar.
La procellosa e trepida
gioia d'un gran disegno,
l'ansia d'un cor che indocile
serve, pensando al regno;
e il giunge, e tiene un premio
ch'era follia sperar;
tutto ei provò: la gloria
maggior dopo il periglio,
la fuga e la vittoria,
la reggia e il tristo esiglio;
due volte nella polvere,
due volte sull'altar.
Ei si nomò: due secoli,
l'un contro l'altro armato,
sommessi a lui si volsero,
come aspettando il fato;
ei fe' silenzio, ed arbitro
s'assise in mezzo a lor.
E sparve, e i dì nell'ozio
chiuse in sì breve sponda,
segno d'immensa invidia
e di pietà profonda,
d'inestinguibil odio
e d'indomato amor.
Come sul capo al naufrago
l'onda s'avvolve e pesa,
l'onda su cui del misero,
alta pur dianzi e tesa,
scorrea la vista a scernere
prode remote invan;
tal su quell'alma il cumulo
delle memorie scese.
Oh quante volte ai posteri
narrar se stesso imprese,
e sull'eterne pagine
cadde la stanca man!
Oh quante volte, al tacito
morir d'un giorno inerte,
chinati i rai fulminei,
le braccia al sen conserte,
stette, e dei dì che furono
l'assalse il sovvenir!
E ripensò le mobili
tende, e i percossi valli,
e il lampo de' manipoli,
e l'onda dei cavalli,
e il concitato imperio
e il celere ubbidir.
Ahi! forse a tanto strazio
cadde lo spirto anelo,
e disperò; ma valida
venne una man dal cielo,
e in più spirabil aere
pietosa il trasportò;
e l'avvïò, pei floridi
sentier della speranza,
ai campi eterni, al premio
che i desideri avanza,
dov'è silenzio e tenebre
la gloria che passò.
Bella Immortal! benefica
Fede ai trïonfi avvezza!
Scrivi ancor questo, allegrati;
ché più superba altezza
al disonor del Gòlgota
giammai non si chinò.
Tu dalle stanche ceneri
sperdi ogni ria parola:
il Dio che atterra e suscita,
che affanna e che consola,
sulla deserta coltrice
accanto a lui posò
martedì 28 aprile 2009
Rugantino
AL TEATRO CRISTAL DI PALERMO DAL 14 AL 17 MAGGIO 2009
Correva l'anno 1830, primo del breve pontificato di Pio VIII, e Rugantino incastrato alla berlina, proprio davanti all'osteria di Mastro Titta, boia di Roma, per la prima volta incontra Rosetta, bellissima popolana romana sposata a Gnecco er matriciano.
Prima per scommessa poi per affetto, Rugantino viene travolto dall’amore per la bellissima Rosetta.
Per motivi politici, il marito di Rosetta Gnecco, viene pugnalato proprio davanti casa sua nel bel mezzo della festa di carnevale, mentre tenta in contumacia di tornare dall’esilio impostogli dal Conte Paritelli per l’assassinio non comandato del farmacista liberale “Corsetti”.
Quella stessa sera di Carnevale, Rugantino va in giro per Roma e casualmente trova la compagnia di Donna Marta Paritelli che per il carnevale si è travestita da popolana desiderosa com’è di passare una serata eccitante con un semplice plebeo. I due girando per i vicoli bui e per piazza Trastevere si accorgono di Gnecco riverso per terra morto.
Donna Marta presa da terrore scappa urlando “Qualcuno ha fatto Gnecco”. Di fronte al fatto compiuto, il “Burlone” non si lascia scappare l’occasione per tessere una ennesima sua bravata.
Per apparire uomo “duro e screpante” agli occhi dell’amata, affacciatasi al balcone per via delle urla di Donna Marta Paritelli, Rugantino, riesce a far credere a Rosetta di averle ucciso il marito per liberarla finalmente dall’incubo di quell’uomo duro e collerico buono a nulla. Per un nefasto gioco del destino però, da quella stessa piazza passa una ronda di guardie che trova Rugantino ancora con il coltello in mano poco prima sfilato dal corpo esamine di Gnecco.
I Gendarmi, certi di avere fra le mani l’assassino di Gnecco, inseguono il fuggiasco fin sul sagrato della chiesa dove però lo stesso, con l’aiuto degli amici riesce a scappare.Quell’ultima bravata intanto ha segnato la vita di Rugantino, che viene formalmente accusato del delitto di Gnecco dallo stesso Cardinale Severini, arrestato, giudicato dal tribunale ecclesiastico e infine ghigliottinato dallo stesso “Mastro Titta”, amico di sempre, proprio nella stessa piazza dove “Ruga” da bambino, spensierato, giocava a far la “cianchetta” (Lo sgambetto) ai malcapitati passanti.

Correva l'anno 1830, primo del breve pontificato di Pio VIII, e Rugantino incastrato alla berlina, proprio davanti all'osteria di Mastro Titta, boia di Roma, per la prima volta incontra Rosetta, bellissima popolana romana sposata a Gnecco er matriciano.
Prima per scommessa poi per affetto, Rugantino viene travolto dall’amore per la bellissima Rosetta.
Per motivi politici, il marito di Rosetta Gnecco, viene pugnalato proprio davanti casa sua nel bel mezzo della festa di carnevale, mentre tenta in contumacia di tornare dall’esilio impostogli dal Conte Paritelli per l’assassinio non comandato del farmacista liberale “Corsetti”.
Quella stessa sera di Carnevale, Rugantino va in giro per Roma e casualmente trova la compagnia di Donna Marta Paritelli che per il carnevale si è travestita da popolana desiderosa com’è di passare una serata eccitante con un semplice plebeo. I due girando per i vicoli bui e per piazza Trastevere si accorgono di Gnecco riverso per terra morto.
Donna Marta presa da terrore scappa urlando “Qualcuno ha fatto Gnecco”. Di fronte al fatto compiuto, il “Burlone” non si lascia scappare l’occasione per tessere una ennesima sua bravata.
Per apparire uomo “duro e screpante” agli occhi dell’amata, affacciatasi al balcone per via delle urla di Donna Marta Paritelli, Rugantino, riesce a far credere a Rosetta di averle ucciso il marito per liberarla finalmente dall’incubo di quell’uomo duro e collerico buono a nulla. Per un nefasto gioco del destino però, da quella stessa piazza passa una ronda di guardie che trova Rugantino ancora con il coltello in mano poco prima sfilato dal corpo esamine di Gnecco.
I Gendarmi, certi di avere fra le mani l’assassino di Gnecco, inseguono il fuggiasco fin sul sagrato della chiesa dove però lo stesso, con l’aiuto degli amici riesce a scappare.Quell’ultima bravata intanto ha segnato la vita di Rugantino, che viene formalmente accusato del delitto di Gnecco dallo stesso Cardinale Severini, arrestato, giudicato dal tribunale ecclesiastico e infine ghigliottinato dallo stesso “Mastro Titta”, amico di sempre, proprio nella stessa piazza dove “Ruga” da bambino, spensierato, giocava a far la “cianchetta” (Lo sgambetto) ai malcapitati passanti.
venerdì 10 aprile 2009
la Vucciria al cinema Lubisch. Un palermitano non può non vederlo

Pippo Basile, che da cinquant’anni prepara “pani c’a meusa”, Claudio Di Giovanni, che di giorno vende il polpo bollito in piazza e la sera fa l’animatore in discoteca, sono due dei protagonisti di “Vucciria”, del regista tedesco Markus Lenz.
Il documentario, girato per le strade e tra la gente del famoso mercato palermitano, è attualmente in programma al cinema Lubitsch di Palermo, nell’ambito del decennale di vita della sala di via Guido Rossa a Bonagia.
Prodotto dal Goethe-Institut Palermo, “Vucciria” presenta, attraverso le voci di chi ancora ci vive e lavora, la storia e la situazione attuale di uno dei quartieri più antichi del capoluogo siciliano. Un luogo che ha perso le voci, i colori, il fermento di un tempo (documentati nel presenta, attraverso le voci di chi ancora ci vive e lavora, la storia e la situazione attuale di uno dei quartieri più antichi del capoluogo siciliano.
Un luogo che ha perso le voci, i colori, il fermento di un tempo (documentati nel film dal famoso quadro di Guttuso e dalle vecchie foto dei protagonisti), per diventare negli anni un triste esempio di degrado edilizio, igienico e sociale. Case, ormai pericolanti e abbandonate, i rifiuti ammassati nei vicoli deserti, dimenticati dall’amministrazione comunale.
E tuttavia la Vucciria continua a parlare: ricorda quando la gente, proveniente persino dalle zone più lontane della città, si accalcava davanti alle bancarelle per acquistare i prodotti freschi. Parla degli anni del boom edilizio e del sacco di Palermo, quando il quartiere fu svuotato e i suoi abitanti trasferiti in periferia. Parla delle responsabilità e delle irresponsabilità che hanno prodotto il degrado.
La Vucciria che ci appare attraverso l’occhio di Markus Lenz è tutt’altro che immobile e cristallizzata. Attraverso le voci di chi la vive, diviene un riflesso di tutti quei processi di cambiamento che continuano ad interessare l’intera città, di cui essa rimane il cuore, ferito sì, ma ancora flebilmente pulsante.
Con la produzione del film di Lenz, il Goethe-Institut Palermo diretto da Heidi Sciacchitano testimonia ancora una volta la propria forte vocazione cinematografica e l’attenzione al tema della città. “Vucciria” rientra nel progetto triennale del Goethe-Institut Omniapolis, dove la città come simbolo e luogo di mutamenti epocali è il filo conduttore di numerose iniziative, occasioni di dibattito e confronto sulle forme del vivere presente e sulle prospettive della convivenza futura. Scopo del progetto è quello di capire quali siano le forme espressive che le città concedono ai propri cittadini, dando voce a coloro che attraverso diverse forme e tecniche artistiche riconquistano gli spazi (e i non-spazi) pubblici, da tempo ormai scomparsi.
A parte la serata di presentazione ch eha visto il conema traboccare di spettatori, il gilm è stato poi dimenticato o ignorato dai palermitani e dai media locali. Noi della Trazzera lo abbiamo visto e ne siamo rimasti incantati. UN VERO PALERMITANO NON PUO' NON VEDERLO
martedì 7 aprile 2009
Il siciliano secondo Nonciclopedia

La lingua parlata in Sicilia è l'ostrogoto isolano. Comunemente chiamato siciliano è una lingua incomprensibile a quasi tutto il resto d'Italia: solo qualche napoletano e pochi esponenti del Mato Grosso svervegio riescono a capire.
Seppure contenga diversi milioni di vocaboli, diversi da quelli italiani, per articolare un discorso in siciliano è sufficiente saper usare semplicemente le parole minchia, sticchiu/pacchiu e spacchiu. Con queste tre parole è possibile formare il 97% dei periodi verbali d'uso comune in Sicilia.
Qualche famoso linguista, leccando bene la sarda, insiste nel dire che anche in sicilia si parli l'Italiano. L'italiano regionale di Sicilia, ammesso che davvero esista, si contraddistingue per le seguenti sgrammaticature.
I Siciliani (ed un po anche i Calabresi) intercalano spesso con "miiiì", come se fosse un rito abbreviato. Di fatto lo è considerando che la parola miiiì è il troncamento di un'altra parola volgare: "miiiìnkia". Molti ormai sono abituati a pronunciarla tronca perché sembra meno scurrile, anche se si sa non è così. E.g.
- Miiinkia, non ci posso credere !
- Miii, non ci posso credere
Si nota la differenza di formalità tra le due frasi.
Attenzione, la lettura del seguente elenco potrebbe portare vomito convulso ed odio incontrollato nei confronti della grammatica:
- a un siciliano fa male la mola e non il molare...
- tutti gli italiani si asciugano i capelli con il phon, un siciliano usa il fono.
- mentre un siciliano esce da casa dice a sua madre sto tornando! o sto venendo!
- un siciliano esce i soldi e non tira fuori i soldi...
- ci sono una poco di cose da fare...
- se la fida a fare qualcosa, non riesce a fare qualcosa
- si siddia a fare qualcosa, non si secca a fare qualcosa
- gentilmente invita qualcuno a buttare sangue dal cuore...
- suonando al portone di un amico, il siciliano dice macheffà, sceendi?
- quando guida sta attento alle scaffe. Le buche in Sicilia non esistono.
- dopo pranzo, scotòla la tovaglia.
- quando toglie le scarpe si mette le tappine... e se vuole dirlo in italiano stretto dice le pianelle.
- se l'è squarata o s'ha squarau!.
- vedendo un amico un po' sovrappeso lo apostrofa: ta futti 'a spisa! (te la mangi la spesa)...
- conosce il significato della parola agghiacciare.
- ringrazia l'automobilista che si è fermato mentre attraversava sulle strisce pedonali. (e che c'entra con la lingua?)
- si domanda se ha preso tuttecose.
- i suoi vicini buttano voci.
- per dire che si è esposto alle correnti d'aria e si è preso un brutto raffreddore, dice: M'AMMAZZAIU!
- Minchia Di Mare non è un pesce...
- scusi un taBBBacchino?
- per un siciliano tutti gli asiatici sono cinisi, forsi giappunisi.
- e tutti gli uomini di colore sono tucchi.
- La megghiu parola è chidda cà nun si dici...
- Pruvulazzo non è un formaggio.
- sa cos'è uno sfincione.
- come intercalare usa miiiinchia 'mpare!!!!
- per un siciliano tutti gli africani sono marocchini
- un siciliano "esce la macchina" e "piscia il cane"...
(dal sito nonciclopedia)
giovedì 26 marzo 2009
A voce alta.. abbassiamo i decibel


The Reader - con Kate Winslet (premio oscar 2009) e Ralph Fiennes
Forse se la protagonista di questo film si fosse imbattuta nel mitico Maestro della trasmissione televisiva “Non è mai troppo tardi” che tanto si prodigò per alfabetizzare l’italietta o gli italiani degli anni 60, si sarebbe “sparagnata”tanti guai e forse non avrebbe più fatto questo film e anche gli spettatori avrebbero potuto non vederlo.
Ma non è andata così e fin dall’inizio della pellicola dobbiamo affrontare la questione dell’iniziazione sessuale di un ragazzo da parte di una donna adulta, ancora giovane e bella, nella Berlino di fine anni 50.
Tra giochi sessuali e amplessi passionali, il ragazzino sembra sempre più affascinato, soddisfatto e legato alla donna che si mostra dura e possessiva ed abbastanza disturbatella. Dopo circa un quarto d’ora lo spettatore si comincia a chiedere se il film evolverà con una pennellata di Tinto Brass o succederà qualcosa?
Ed eccolo accontentato è in arrivo la lettura: latino, greco, poesie e racconti recitati a voce alta si alternano alle pulsioni amorose e confinano i due protagonisti in un loro spazio, in una relazione a parte, che non induce nello spettatore alcuna tensione emotiva. Parentesi chiusa.
Si sa che i rapporti disturbati e squilibrati non possano durare a lungo. Finalmente il colpo di scena (per chi non ha letto prima la trama) e la storia repentinamente prende un'altra direzione. I due protagonisti si rincontrano dopo qualche anno in un aula giudiziaria: la donna imputata di aver fatto parte delle S.S. e di aver procurato la morte di molte persone, il ragazzo un po’ cresciuto che studia per diventare procuratore o avvocato
Lo spettatore è allora investito dalla spinose questioni: quanta colpa si può attribuire ad una persona ignorante che per eseguire gli ordini si è macchiata di crimini orrendi ma non sembra accorgersene e si vergogna terribilmente di essere analfabeta?
Cosa ci vuole dire la protagonista- imputata con quell’aria spaesata di chi non sembra comprendere quale sia stata la proprio responsabilità avendo compiuto solo il proprio dovere ineluttabile di esecuzione degli ordini? Perché si vergogna così tanto di non saper leggere ne scrivere?
Ma a cosa serve la lettura dei libri? A farci migliori? Per la protagonista sembra essere piuttosto un sicuro conforto e trastullo. Trascorre le giornate in galera come fosse Alice nel paese delle meraviglie, in un ordine confinato dove finalmente, in quiete, impara a leggere e scrivere ascoltando attraverso un registratore i romanzi dei grandi scrittori raccontati a voce alta dal protagonista, ormai divenuto adulto.
Né memoria ne rimorsi sembrano affiorarle alla coscienza.
E lo spettatore? Distante e annoiato, osserva senza partecipazione lo svolgersi di drammi che non riescono ad essere drammatici. E quasi per contrasto il pensiero va alle molte donne e uomini che si sono sottratti, ribellati, esiliati per non rendersi responsabili dei massacri del nazismo.
Uomini e donne che non sapevano leggere e scrivere ma avevano provato disgusto a vedere la violenza prepotente e selvaggia contro i propri simili, uomini e donne che a distanza di anni, sono ancora segnati dal degrado umano.
All’uscita, si ha la sensazione di essere stati avvolti da tanto fumo e niente arrosto e tra le varie forzature della trama ci si chiede infine: Ma perché nel carcere berlinese davano alla protagonista tedesca che voleva imparare a leggere ed a scrivere libri in lingua inglese?
(Elle Erre)
domenica 8 marzo 2009
sabato 31 gennaio 2009
piazza Marina

Alle 8 è già lì.
Porta due valigette piene di sogni. Oggi deve vendere qualcosa. Non ha neppure gli spiccioli per una colazione e spera che qualche bimbo, passando davanti ai suoi giochi di legno, chieda alla mamma di comprargliene uno.
Apre le piccole valigie blu. Un collega lo osserva con fastidio. Ma a piazza Marina, di sabato, c’è posto per tutti e Garzon , che è timido, si muove piano, si guarda intorno e mette ogni cosa vicina. Tutto in un angolo davanti l’inferriata del giardino Garibaldi.
Non viene mai la domenica. La domenica deve sognare. Sognare è importante per il suo lavoro. Lui i sogni, poi, li costruisce: di legno o di cartapesta. A volte nei sogni rivede la sua Valencia, ma non può permettersi di sognare Valencia. Nessuno si comprerebbe la sua infanzia di legno. Nessuno si interessa a lui. Ma lui si interessa agli altri. Garzon sogna per gli altri.
Si avvicina un uomo con gli occhiali. Garzon lo saluta, lo chiama per nome. Lo conosce. E’ uno di quelli che una volta erano stati suoi amici. Amici suoi e di Rita, la sua compagna. Che oggi non c’è più. E non ci sono più neanche il suo volto, le sue carezze i suoi racconti. I suoi amici.
Ecco un bimbo. Osserva l’aquila. E’ grande e tutta colorata di rosa. E ondeggia su e giù appesa a dei fili invisibili che Garzon ha attaccato alle sue ali.
Il bimbo la fa oscillare, Garzon sorride e gli dà una carezza. Poi la mamma se lo porta via.
E’triste Garzon. Dà una leggera spinta all’aquila, poi un’altra e un’altra ancora. L’aquila ondeggia sempre di più. Le ali si coprono di piume, gli occhi si schiudono, un colpo di vento giunge dai ficus oltre l’inferriata del giardino e l’aquila vola via. Garzon è felice , il suo sogno volerà alto. Volerà via. Anche Garzon va via. Nessuno più lo vedrà a piazza Marina.
(pinardelrio)
martedì 13 gennaio 2009
laura 13 gennaio 2009

L'attesa di una semplice passione
Avendola vissuta qualche volta,
Unifica speranze e delusioni
Riconoscendo solo chi ti ascolta.
Avendo poi tagliato con lentezza
Veri traguardi di maturazione,
Elimini dai fianchi con destrezza
Novanta grammi di alimentazione!
Tutto diventa chiaro a questo punto:
Inutili le critiche nostrane
Quanto banale il peso che hai raggiunto,
Utilizzando diete senza pane;
Anche se poi la voglia di insalata
Trovabile in ogni angolo remoto
Ti indice a ritenerla abbandonata!
Resisti alla visione di tue foto
Elegante, slanciata, alzi la testa
Nell'indossare i tuoi abiti scuri
Non potendo far più per la tua festa
Ecco le due parole:tanti auguri!
(papa)
venerdì 2 gennaio 2009
amore legato 2

Amore Legato
Stasera non verrai
lo so
lo sai
ed è così diverso
stare con te o senza
che l'aria cambia colore.
Non ti dico queste cose d'amore
ritrarresti gli occhi
stringeresti le labbra
che amo invece aperte
nei mille baci
ma ti accarezzo più forte le mani
quando, parco d'abbracci
cerchi le mie.
Hai chiesto della mia tristezza
senza accarezzarmi
ma dopo
hai dormito rivolto a me.
All'alba, ancor prima
hai cercato il sogno
e mi sono fatta prendere
ti ho cavalcato nel caldo dell'aurore
e del lenzuolo che
lieve
mi circondava i fianchi.
Al buio ti vedo come al sole
conosco la tua pelle
come se fosse mia
l'odore
il fresco sapore di te.
(Maria Angela Rossi)
dalla raccolta Chanson d' (Sabinae Edizioni, 2008).
Stasera non verrai
lo so
lo sai
ed è così diverso
stare con te o senza
che l'aria cambia colore.
Non ti dico queste cose d'amore
ritrarresti gli occhi
stringeresti le labbra
che amo invece aperte
nei mille baci
ma ti accarezzo più forte le mani
quando, parco d'abbracci
cerchi le mie.
Hai chiesto della mia tristezza
senza accarezzarmi
ma dopo
hai dormito rivolto a me.
All'alba, ancor prima
hai cercato il sogno
e mi sono fatta prendere
ti ho cavalcato nel caldo dell'aurore
e del lenzuolo che
lieve
mi circondava i fianchi.
Al buio ti vedo come al sole
conosco la tua pelle
come se fosse mia
l'odore
il fresco sapore di te.
(Maria Angela Rossi)
dalla raccolta Chanson d' (Sabinae Edizioni, 2008).
domenica 21 dicembre 2008
BUCCELLATI

I buccellati sono i nostri dolci tipici natalizi, che nonostante le invasioni gastronomiche dei panettoni e pandori, rappresentano un forte richiamo al Natale. I buccellati profumano d'oriente grazie ad un lontano scambio di tradizioni con gli arabi e rappresentano i dolci del barocco siciliano e per la magnificenza delle forme e per la complessità degli ingredienti. Nelle linee generali sono dolci a pasta asciutta, ricoperti da una glassa di zucchero, con un ripieno di frutta secca e candita, dove i fichi secchi, l'uva passa, la zuccata, le mandorle ed il cioccolato sono i principali componenti dell'impasto aromatizzato con varie spezie. La fantasia delle nostre nonne e la disponibilità di altri ingredienti presentano un vasto ventaglio di varianti tale da diversificarne il gusto. Il buccellato è un dolce di scambio, rappresenta il dono natalizio che racchiude tutte le amorevoli cure della sua lunga preparazione. È difficile dare una ricetta perché in genere non si procede mai secondo ricettario ma vengono seguiti i gusti delle famiglie per cui la ricetta che si propone è una delle tante possibili.
Ingredienti del ripieno:
1 Kg fichi secchi 300 gr uva sultanina
300 gr cioccolato fondente 400 gr zuccata
250 gr mandorle
100 gr noci
2 manderini
una stecca di cannella
1/2 cucchiaio di chiodi di garofano
1/2 cucchiaio di cumino (camomo)
caffè
Ingredienti per la pasta:
1 Kg farina 00
1/2 Kg farina di grano duro 200 gr zucchero
200 gr strutto
2 Buste di vaniglia
l Uovo intero + 2 tuorli
40 gr di carbonato di ammonio (ammoniaca)
Ingredienti per la glassa 2 albumi
400 gr zucchero a velo
2 Bustine di vaniglia Poche gocce di limone codette colorate
PREPARAZIONE
Il ripieno deve essere preparato almeno un giorno prima in modo tale da regolarne il giusto grado di morbidezza (un ripieno troppo molle fa sciogliere la pasta dopo la cottura).
Ammollare in acqua calda l'uva sultanina, triturare finemente le mandorle e le noci, tagliuzzare il cioccolato, macinare·i fichi ,secchi dopo ammollatura in acqua calda, tritare le bucce dei mandarini, pestare in un mortaio i chiodi di garofano, il camomo e la cannella ed infine preparare un infuso di caffè e zucchero con circa 100 gr di caffè e 50 gr di zucchero per litro di acqua.
In una ciotola molto capiente versare tutti gli ingredienti ad eccezione del cioccolato e amalgamare il tutto versando a poco a poco l'infuso di caffè caldo. Il giusto grado di morbidezza è raggiunto quando con un cucchiaio si preleva senza resistenza il composto. Appena raffreddato il composto aggiungete il cioccolato. Il giorno successivo si valuta nuovamente la consistenza e se necessario aggiungete solo acqua fredda quanto basta.
Ingredienti del ripieno:
1 Kg fichi secchi 300 gr uva sultanina
300 gr cioccolato fondente 400 gr zuccata
250 gr mandorle
100 gr noci
2 manderini
una stecca di cannella
1/2 cucchiaio di chiodi di garofano
1/2 cucchiaio di cumino (camomo)
caffè
Ingredienti per la pasta:
1 Kg farina 00
1/2 Kg farina di grano duro 200 gr zucchero
200 gr strutto
2 Buste di vaniglia
l Uovo intero + 2 tuorli
40 gr di carbonato di ammonio (ammoniaca)
Ingredienti per la glassa 2 albumi
400 gr zucchero a velo
2 Bustine di vaniglia Poche gocce di limone codette colorate
PREPARAZIONE
Il ripieno deve essere preparato almeno un giorno prima in modo tale da regolarne il giusto grado di morbidezza (un ripieno troppo molle fa sciogliere la pasta dopo la cottura).
Ammollare in acqua calda l'uva sultanina, triturare finemente le mandorle e le noci, tagliuzzare il cioccolato, macinare·i fichi ,secchi dopo ammollatura in acqua calda, tritare le bucce dei mandarini, pestare in un mortaio i chiodi di garofano, il camomo e la cannella ed infine preparare un infuso di caffè e zucchero con circa 100 gr di caffè e 50 gr di zucchero per litro di acqua.
In una ciotola molto capiente versare tutti gli ingredienti ad eccezione del cioccolato e amalgamare il tutto versando a poco a poco l'infuso di caffè caldo. Il giusto grado di morbidezza è raggiunto quando con un cucchiaio si preleva senza resistenza il composto. Appena raffreddato il composto aggiungete il cioccolato. Il giorno successivo si valuta nuovamente la consistenza e se necessario aggiungete solo acqua fredda quanto basta.
La pasta va lavorata come qualsiasi pasta biscotto con l'aggiunta di sola acqua poiché il latte fa perdere la fragranza e la friabilità dopo la cottura. Lavorare in una ciotola lo strutto insieme allo zucchero ed alle uova. Preparare una miscela delle due farine, con l'aggiunta della vaniglia e del carbonato di ammonio, da versare in una spianatoia a fontana ed amalgamare con il composto di uova, zucchero e strutto con aggiunta di acqua sino ad arrivare alla consistenza di pasta biscotto.
Con un matterello stendere la pasta, riporre il ripieno ed arrotolare. Si possono creare tutte le forme desiderate dalla ciambella al tortello, ma per tutte le forme prescelte la superficie del buccellato deve essere intagliata o con una lametta o con delle forbici ben taglienti. L'intagliatura ha lo scopo di trattenere la glassa e viene sempre effettuata dalle mani più esperte perché è un'arte decorativa.
La cottura va a forno moderato (circa 180°) per 30 minuti. Per preparare la glassa si montano a neve soda gli albumi e si aggiunge poco alla volta lo zucchero mescolando continuamente. Alla fine aggiungere la vaniglia e poche gocce di limone poiché un eccesso farebbe ingiallire la glassa. Stendere con un pennello la glassa sui buccellati ancora caldi e cospargere di codette e cannella macinata.
Appena asciutti riporre i dolci in un recipiente chiuso ermeticamente. In luogo asciutto possono essere anche conservati per mesi, golosità permettendo.
(a cura di Antonella Gullo)
martedì 9 dicembre 2008
i piedi di vita

I piedi, come fu,
sembravano di piombo
le mani, come sempre,
sudavano di grasso
la fronte, m’hanno detto,
colava di sudore
la lingua, la sentivo,
bruciava di calore
e dentro la fornace
ardevan le sue carni
che forse non olean
ma sapevano di pace
la pace che trovò
nessuno mai lo seppe
ma questa, non si dica,
che è storia di vita
(pinardelrio)
sembravano di piombo
le mani, come sempre,
sudavano di grasso
la fronte, m’hanno detto,
colava di sudore
la lingua, la sentivo,
bruciava di calore
e dentro la fornace
ardevan le sue carni
che forse non olean
ma sapevano di pace
la pace che trovò
nessuno mai lo seppe
ma questa, non si dica,
che è storia di vita
(pinardelrio)
venerdì 28 novembre 2008
panino ca' muitatella
Istruzioni:1. reperire un panino preferibilmente caldo e inciminato (la tradizione pretende la mafaldina ma a parere dello scrivente l'uso alternativo del semprefresco, del rimacinato, del francesino o della vastidduzza mantiene alto il livello della produzione. Al contrario sembrerebbe pacifica l'inammisssibilità al connubio della rosetta , per ovvi motivi che attengono alla pretesa mascolinità del prodotto. Per lo stesso futile motivo, le scuole più integraliste ritengono non ammessibile il "francesino" )
2. reperire, possibilmente presso altro rivenditore, della mortadella rigorosamente tagliata al momento (prove di laboratorio sembrerebbero dimostrare che gli aromi del predetto ingrediente si dileguino nell'atmosfera con una velocità di diffusione (più tecnicamente sbapurazione) non riscontrabili in nessun altro gas esistente, benchè nobile)
3. ritornare con i due ingredienti, frettolosamente, a casa, prima che quello si raffreddi e questi perda il profumo (sbapuri). Non dimenticate di pagare i due rivenditori perchè in quel caso gli ingredienti acquisirebbero un retrogusto di "amaro"
4. giunti a casa con sufficiente anticipo rispetto ai tempi di degradazione dell'ingrediante di cui al punto 2., tagliare il panino lungo il piano di mezzeria longitudinale, stendendo, almeno, due mani di mortadella;
5. riponete prontamente la metà inciminata sul preparato avendo cura di rispettare l'originario verso. In caso contrario potrebbe risultare compromessa l'intera preparazione e rendersi necessario ritornare al puno 1. per scadenza dei perentori termini previsti
6. assaporate ad ampi morsi il manufatto così realizzato sorseggiando a circa metà panino e lasciando liberamente sfogare gli effluvi viscerali prontamente accorsi verso tutti gli orifizi.
7. eventuali insistenti rumori dalle pareti circostanti non dovrebbero destare preoccupazione perchè, verosimilmente, provenienti dai vicini dei piani superiore ed inferiore,
dissenzienti e proclivi alle comunicazioni della più antica tradizione siciliana: "u' manicu i scupa" .
8. procedete, serenamente, fino alla fine ma ricordate che, ad oggi, ancora non ha trovato soluzione la ricerca della migliore bevanda da abbinare al piatto
9. gli attuali e più diffusi orientamenti indicano nella birra la compagna che più integra l'alleanza, ma la ricerca è tutt'oggi aperta.
Chi ddici! e ancora lo chiamano "u panino ca muitatella"!
ciao
(GiGi )
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