venerdì 11 marzo 2016

ma di cosa è fatta la benzina?

Oramai è stranoto che il prezzo della benzina al distributore non segue per niente la quotazione del petrolio greggio. Anzi si sa che quando le quotazioni del greggio salgono, la benzina segue il trend al rialzo. Ma quando l'Oro Nero cala di prezzo, il calo del carburante è minimo o non si nota neppure.

Dalla analisei dei due prezzi negli ultimi anni viene fuori un fatto a dir poco clamoroso e scandaloso.
Prendiamo in esame due anni: il 2008 e il 2015. Ebbene nell'anno 2008 la quotazione del greggio raggiunse le stelle toccando la punta di ben 132 dollari al barile. Lo stesso anno in Italia la benzina al distributore costava circa 1,40 euro al litro.

Andiamo ad oggi. A fronte di un prezzo bassissimo del petrolio greggio (59 $ al barile) la benzina è schizzata a circa 1,70 euro al litro. E' incredibile,  inspiegabile e criminale.

In sintesi, il petrolio, in 7 anni è sceso del 50% e il prezzo della benzina che fa? Scende? Ma quando mai! Aumenta del 30%! Qualche economista illuminato può spiegarci il perché?
Grazie.


L'unica spiegazione che riesco ad azzardare è che fino ad oggi qualcuno ci abbia ingannato e che in effetti la materia prima per fabbricare la benzina non sia il petrolio. Ma allora come si fa il carburante?
Per trovare la risposta a questa domanda possiamo seguire due strade
A )girare la domanda alla famiglia Angela (Piero e Alberto)
B) scoprire quale sia stato il bene che in questi 7 anni (2008 - 2015) abbia avuto un aumento di prezzo paragonabile a quello della benzina (+30%)
Vediamo un po': 

L'oro è aumentato del 100% (da 577 a 1052 € al grammo) quindi non può essere,
L'uranio del 1000% (da 7 a 70$ per libbra) non ci siamo
I quotidiani sono aumentati del 45% ci siamo quasi
La tazzina di caffè di appena il 7%. Troppo poco
Le quotazioni dello  zucchero sono crollate (- 35%). Impossibile. Ma almeno sappiamo che nella benzina non c'è lo zucchero!
Il veleno per topi non ha avuto variazioni di prezzo degne di nota. Meno male
il cardamomo ha avuto una impennata del 72%
Le uova di galline allevate a terra registrano un +12% in 7anni. Niente
Il siero di botulino un vero boom : + 48%. Anche questo è troppo.
L'acqua potabile imbottigliata è aumentata,in media, del......29%. Ecco, ci siamo!
La Trazzera ha svelato il mistero: la benzina è fatta di acqua!

venerdì 24 luglio 2015

Lo Ish

Una rilettura di “Moby Dick”, Herman Melville


Lo Ish è ebraico Ish,  uomo /  Lo, negazione,
La traduzione qui proposta è: inumano

Moby Dick. Personaggi
Il Comandante. Achab
"Se questo mondo fosse un piano infinito e navigando a oriente noi potessimo sempre raggiungere nuove distanze e scoprire cose più dolci e nuove di tutte, allora il viaggio conterrebbe una promessa.
Ma, nell'inseguire quei lontani misteri di cui sogniamo, o nella caccia tormentosa di quel fantasma demoniaco che prima o poi nuota dinanzi a tutti i cuori umani, nella caccia di tali cose intorno a questo globo, esse o ci conducono in vuoti labirinti o ci lasciano sommersi a metà strada.
Possiamo dubitare della conoscenza del mondo esterno, mentre non possiamo dubitare della conoscenza di sé"

Achab naviga curvo, quasi proteso verso le profondità marine, alla ricerca del Mostro Bianco –perché poi bianco, che è il colore della purezza??
Il fantasma demoniaco nuota dinanzi a noi, conducendo i cuori umani a vuoti labirinti, sommergendoli
E dunque la balena altro non è che un pretesto per cercare e combattere la parte oscura di sé?
E ucciderla, se ne saremo capaci?
O non sarebbe meglio, imparare a conoscerla e a saperla gestire?
O piuttosto Achab cerca riparo nel Mostro, o ritorno alla materia che di ogni cosa è principio e fine?

Procede a zig zag, il comandante di Pequod – la nave cannibale che si nutre delle carcasse dei suoi nemici- orientando direzione e rotta di continuo, come chi non sa dove andare, se è giusto andare là, o da un'altra parte, se c’è una ragione, e una giustezza, per procedere verso quella, e nessun'altra, direzione. Il passo incerto di chi arde dalla sete, alla ricerca dell'infelicità, alla fiumara, o al pozzo secco, alla sorgente prosciugata, anelante alla salvezza, oppure al suo contrario, alla pace della consapevole e disincantata certezza che non vi è salvezza.
Mai più. Per nessuno
Resta, dunque, la ignorante miope stupida illusione di chi ancora crede, cieco e muto e sordo
E si dibatte, e combatte, per un incubo vano, che forse non esiste.
E’ dunque impossibile incontrare il lato oscuro di sé, e una volta trovato, dominarlo?
Cercare compattezza, un nuovo stato di coscienza dell’Io, armonia ed equilibrio: non questo il destino di Achab e Ismaele e Pequod

"Ha l'uomo quattro cose | che non servono nel mare: | ancora, timone e remi, | e paura di naufragare….
Vedere la parte acquea del mondo. È un modo che ho io di cacciare la malinconia e di regolare la circolazione"

La paura di naufragare, perdere la ragione, luci che non più emergono dalle tenebre dell’inconscio: la ragione, un’isola piccolissima nell’oceano dell’irrazionale.
Immaginiamo il suo mantello: una cotta di lana spessa, scolorita dai lunghi giorni di sole e di vento, dall'umidità delle notti sulle acque, la trama pesante conserva il ricordo, l’odore e il segno annoso di stagioni e incontri e distacchi, di faticoso risalire le onde quanto di rovinoso discenderne.
Tagli difformi e irregolari nel tessuto, quasi brandelli di pelle sopravvissuti alla lebbra del dolore di vivere, e ancora miracolosamente attaccati, a proteggere la carne sottostante.
Lo sguardo del comandante Achab non abbandona mai l’Orizzonte
Non si accorge delle stelle, non sa della Luna
Eppure è notte


Il Secondo a bordo. Ismaele
"Call me Ishmael
Dalla Bibbia, il figlio di Abramo e della schiava Agar.
Il fratricidio, già accaduto nella storia biblica con Caino e Abele, non si ripete una seconda volta: viene impedito dalla coscienza di Ismaele.
Per non uccidere il fratello Isacco, erede legittimo di Abramo, Ismaele fuggiasco sceglie di addentrarsi nel deserto, dove si perde condannando se stesso a vagabondare per la vita intera.
E dunque:
"Chiamatemi Ismaele" : "Chiamatemi esule, vagabondo"
Nel vuoto di sabbia, nel luogo oscuro, il cuore si scotta, si ustiona, l’anima è in fiamme : non vi sono perché, la frenesia non conosce né la propria origine né la propria direzione.
L’Ignoto vince ogni diffidenza
Abbandonato nell'oceano, Ismaele é ripescato solo molte ore dopo, completamente impazzito.
Una strana profezia predice la fine sua e di Achab"

A te lettore che, forse, attendi un giudizio:
Comincio a credere, che l'artista deve amare la vita e odiare l'arte; il contrario di ciò che ho pensato finora”


giovedì 18 giugno 2015

Franceschino e il Lupo


... a sergio

Nei monti delle Madonie, in una casetta nel fitto del bosco, abita un certo Franceschino: alto biondo e allampanato, ha sempre l'aria di uno che si è appena  svegliato ......
Per il resto, una personcina molto perbene

Come fan molti, decide di prendere un animale domestico.
Però..: ma quale cane, nooo!, ma quale gatto...noooo!, non un uccellino né un pappagallo.....
Si pigghiò un lupo, VERO!!, un lupo cecoslovacco !!!!!!!

L'animale, fin da cucciolissimo, mostra le sue tipicità: nonostante la recinzione del giardino, scappa spesso e volentieri, forma un branco di cani, dotati di padroni ma anche randagi, che protegge e domina
Oltre a ciò, attacca e uccide chiunque gli si oppone (umani no, per fortuna!)

Un bel/anzi brutto giorno dello scorso autunno, il lupo ormai adulto, esce e non fa ritorno
Passano i giorni, il povero Franceschino lo cerca dappertutto, disperato, senza successo; affigge volantini e pizzini  (innocenti...) ovunque: pali della luce, alberi, bar e trattorie e ristoranti, persino in tutti i paesi limitrofi, indicando il nr. di cellulare e promettendo una ricompensa a chiunque fornisca notizie utili al ritrovamento dell' animale

Orbene, anzi ormale, noi amici iniziamo a  preoccuparci:  sono giorni che del lupo non vi è traccia e sapendolo solo, e affamato!,  temiamo che possa attaccare armenti vari: capre o pecore o vacche
La legge dei "vestiamari" (=allevatori di bestiame) è durissima: non c'è scampo né salvezza per chi attacchi il bestiame.
Morte certa! Perché una pecora, o una capra, per non dire poi una vacca, valgono molto ma molto ma molto di più di un cane!

Ordunque, il povero Franceschino ha quasi perso le speranze  finché...... 
Un giorno sente abbaiare insistentemente al cancello: è uno dei randagi del "branco"
Il cane abbaia e abbaia: Franceschino si decide a seguirlo
Percorrono poche decine di metri addentrandosi nel bosco e ...eccolo! Immobilizzato da una zampa bloccata in una tagliola, il lupo
Sta in silenzio. Lo sguardo selvaggio, nessun suono

Il lupo non attacca l'uomo dove trova facilmente da mangiare. Nel Parco delle Madonie c'è cacciagione in abbondanza. E avendo l'istinto  "fin da cucciolissimo",  non ha avuto paura di nulla.
Ma, come tutti gli animali "osservati dall'uomo", finisce nella trappola assassina. 
E' la legge dell'istinto condizionato: come mai non ci sono finiti i cani suoi amici? 
Comunque si è salvato, il suo padrone è stato fortunato ad avere riconosciuto l'abbaiare dell'amico randagio.

Morale: la zampa in cancrena viene amputata, il povero lupo ora va in giro su tre zampe: però vive!

Lo incontriamo a mare
Franceschino si avvicina,  l'animale al guinzaglio
Prendo la mia cucciola barboncina in braccio
Sotto le dita sento i battiti accelerati del cuoricino, tesa come una corda,  immobile: intanto si fissano a lungo negli occhi
Impaurita, forse; forse attratta dal lupo a tre zampe.

Istinti a doppia opportunità: bene e male danno risultati a volte stupefacenti. 

Poi si allontanano, il lupo a tre zampe e il padrone allampanato e insonnolito


venerdì 30 gennaio 2015

Mosca: il generale Ingorgo

di nicola lombardozzi

Mosca. E non dimenticatevi un buon libro. Se vi preparate ad andare in giro per Mosca in auto, è assolutamente

fondamentale. Perché appena finirete nell’ingorgo, e state tranquilli che ci finirete, il tempo si fermerà all’improvviso e non avrete scampo.



Certo, i primi dieci minuti li potete impegnare a guardarvi intorno, cercare di capire dove sia l’intoppo, sperare che sia tutta colpa di un incidente o di un’auto che si è bloccata al centro della carreggiata. È umano, succede a tutti. Vi convincerete che basterà superare quell’ostacolo e tutto tornerà a scorrere fluido e veloce. Ma non è mai così. E ogni volta finirete per rassegnarvi.

Poi, prima di arrendervi e tuffarvi nella lettura, potete
sempre impiegare un altro quarto d'ora a contemplare i vostri compagni di avventura. Potete fare considerazioni economiche e sociali: le vecchie scoppiettanti Zhigulì anni sessanta rimpizzate di immigrati caucasici tutti rigorosamente sintonizzati sulla musica ossessiva della legzinka; i poderosi Suv dal cruscotto in radica e finiture in pelle guidate da esili, truccatissime, bionde modelle in pelliccia; i minacciosi camion coperti di fango e ruggine che videro i fasti di Stalin; le anonime utilitarie Renault che contengono quelle sempre più diffuse famigliole normali della piccola borghesia appena riapparsa dal buio della Storia. 
Se la lettura sociologica vi sembrasse troppo impegnativa, quando si sta immobili nel centro di un ingorgo, resta sempre quella antropologica o quella più terra terra dei sani vecchi luoghi comuni. La prima cosa è il silenzio. Nessun clackson, nessuno che protesta contro il Comune o contro la sfiga. Solo attesa e rassegnazione. Un paio di signore di mezza età lavorano a maglia. Molti sono già assorti su un libro appoggiato sul volante. I bambini giocano sui sedili posteriori come se fossero già arrivati a casa o sulla piazzola attrezzata di un parco pubblico. 

Si sentono appena il ronzio dei tergicristalli, il borbottìo dei motori al minimo che restano accesi per mantenere il riscaldamento. A quel punto ti vengono in mente considerazioni un po' grossolane: strano popolo, sembra che stare fermi ad aspettare sia uno dei loro scopi nella vita. Oppure: da noi in Italia sarebbe un casino, la cosa finirebbe sui giornali, se ne parlerebbe per giorni. Qui invece tutto appare normale, ineluttabile. 

Come mai? Uno come Vladimir Sorokin, autore del memorabile romanzo “La coda”, uscito clandestino in era sovietica (in Italia per Guanda), dovrebbe essere un esperto in materia. Il suo libro raccontò, intrecciando i dialoghi di una folla in fila davanti a un negozio, quella assurda miscela di rassegnazione e speranza di cambiamento che caratterizzava i russi dell'epoca. Ora il mistero gli sembra ancora più inesplicabile: “Un tempo si stava in coda davanti ai magazzini Gum, adesso lungo le strade intasate. Ma il principio resta lo stesso. Deve far parte del nostro animo. Siamo in eterna attesa di qualcosa di meraviglioso che prima o poi ci cadrà addosso dal cielo”. 

Ma se avete un appuntamento, o comunque qualcosa da fare a casa, anche le considerazioni degli intellettuali sono poco consolatorie. Intanto siete ancora fermi. Abbandonare l'auto e fuggire a piedi, è tecnicamente impossibile. Siete al centro della trappola e non c'è via di fuga. Un'altra possibilità è concentrarsi sulla radio in Fm che fornisce continuamente il servizio di informazione sul traffico. Ma non vi danno mai una speranza. Solo senso di colpa. Ti spiegano, sempre in ritardo, che “era chiaro” che in quella zona si sarebbe formato un ingorgo. Che avreste fatto meglio a non prendere la macchina. 

 Insomma che in fondo ve lo siete meritato. E ti snocciolano con sadismo quei dati che ormai trovi pure su Wikipedia e che ti fanno sentire ancora più in debito con te stesso e con le persone che ti aspettano: “Lo sapete che gli automobilisti di Mosca spendono nel traffico venti giorni a testa in un anno?”. E ci sono poi le valutazioni più immaginifiche: “Ogni giorno, sommando il tempo perso da tutti i disgraziati strangolati negli ingorghi, si arriva a ben 250 anni sprecati”. Incredibile. 

Si potrebbe tornare indietro, in un pomeriggio, al 1763 quando regnava la Zarina Caterina II la Grande. Tempi di guerre e di rivolte, ma forse con le strade meno intasate.
Intanto qualche ragazzo ha preso coraggio, è sceso dall'auto e si è messo a fare lo scemo con la brunetta della vettura a fianco. Sono teneri. E speri che “si innamorino pure, ma che non dimentichino di togliere entrambe le loro auto dal mio pezzo di carreggiata”. A forza di stare immobili si diventa cattivi.

Dai un'altra occhiata ai tuoi compagni di detenzione urbana e scopri un'altra follia: nessuno telefona. Ma come? Solo a Mosca è possibile assistere a evoluzioni a ottanta all'ora con il telefono incollato all'orecchio. Incoraggiata dalle multe ridicole (appena due euro, quando te la fanno) sembra che la passione più diffusa tra gli automobilisti moscoviti sia parlare al telefono mentre si guida, meglio ancora mentre si fa manovra. Da fermi mai. Forse non è divertente. Forse fa anche questo parte dell'animo russo. Bisognerebbe affrontare l'argomento con Sorokin, prima o poi. 

Fissi un'ambulanza che si fa largo in qualche modo salendo sui marciapiedi. Segui le sue evoluzioni, tifi per quel poveraccio sconosciuto che, forse sta rischiando la vita. Ma poi ti ricordi quello che hai letto sul giornale tempo fa: molti autisti di ambulanza danno passaggi per dieci euro a chi se lo può permettere. La polizia qualche volta li becca. Qualcuno lo multa. E qualche altro invece lo scorta a destinazione perché è uno di quelli che contano.u

Poi, generalmente dopo la prima ora di immobilità, qualcosa cambia nel tuo stato d'animo. Capisci che è inutile sperare. Diventi più freddo. Ti cominci a chiedere cosa si possa fare. Da anni i sindaci ci hanno provato. Più volte lo stesso presidente Putin, ha preso personalmente in pugno la situazione. Senza riuscire a fare niente. Eppure le grandi Prospettive di Mosca, la Kutuzovskij, la Leningradskij, sono strade immense di dimensione cinese. La domenica, quando gli ingorghi si spostano sulle vie per le dacie di villeggiatura e la città diventa deserta, fanno paura con le loro sette, otto corsie per senso di marcia.
 Attraversare incroci vuoti dalle dimensioni di una pista d'aeroporto può provocare agorafobia o comunque un lieve senso di vertigine. Come fanno a riempirsi e paralizzarsi in questo modo? Va bene il boom dell'automobile, va bene il numero degli abitanti e dei pendolari che, tra censiti e abusivi, supererebbe i venti milioni, ma appare lo stesso senza senso. Forse, dicono quelli che sanno di urbanistica, la colpa è della leziosa forma circolare di Mosca e di quasi tutte le città russe. 

Prima c'era un solo anello, quello dei Boulevard alberati e delle case patrizie. Poi quello dei Giardini che ormai è da considerarsi in pieno centro. Poi un terzo e un quarto immenso anello autostradale. Tutti di dimensioni che sembrerebbero a prova di ingorgo. Ma il fatto è che su una di queste quattro strade devi per forza passare. Chiunque si metta in auto nella capitale russa sa che prima o poi finirà in uno di questi imbuti

E ci resterà per ore. In attesa del miracolo che prima o poi arriva. E che non ti dà nessuna soddisfazione.
Quando incredibilmente la fila riprende la marcia, ti guardi intorno freneticamente alla ricerca del motivo: un incidente gravissimo, un posto di blocco, una tubatura esplosa, dei lavori in corso maledettamente urgenti. Niente. Intanto cominci a correre e la curiosità ti passa. Chissenefrega della causa, ormai sei libero. Quasi arrivato. C'è solo un'altra piccola coda che si è appena formata proprio adesso. Chissà perché. 


Nicola Lombardozzi

copyright repubblica.it

martedì 13 gennaio 2015

Makarov la pistola che venne dal freddo

di Nicola Lombardozzi 

Quando in un racconto compare una pistola, questa prima o poi dovrà sparare. Anton Cechov, che non amava i fronzoli inutili in letteratura, usava questa immagine per invitare a una narrazione asciutta, senza particolari ininfluenti. E la userebbe certamente in questi giorni per mettere in guardia i cantori di un mito sinistro che celebrano l'addio delle forze armate russe alla Makarova o pistola Makarov, «simbolo di un'epoca», raccontata con una vena nostalgica degna di oggetti meno letali. 

Intellettuali e cronisti, alcuni perfino di animo pacifista, si perdono nei loro ricordi evocando esperienze personali, i film e i libri dell'infanzia, raccontando della Makarova come fosse l' automobile del nonno o la crostata casalinga negli stenti del dopoguerra.  E fanno da nobile sottofondo a un coro di esperti e appassionati che si esaltano in particolari meno sentimentali come «blindatura delle munizioni», «capacità di penetrazione». Quelle caratteristiche che sono fondamentali in una pistola per farne quello che è: uno strumento per uccidere

Nessuno ha calcolato le vittime della Makarova in sessantun'anni di onorato servizio. A stento, qualcuno ha ricordato la più celebre. Anna Politkovskaja, la giornalista più odiata dal Cremlino, uccisa con quattro colpi di pistola Makarov sparati da un misterioso, e ben addestrato, assassino che l' aspettava nell'androne di casa una mattina d'ottobre del 2006. Fu proprio la scelta dell'arma a dare subito una connotazione politica a quell'omicidio ancora irrisolto. 


Pistola d'ordinanza dell' esercito e poi della polizia, in dotazione ad alcuni rami dei servizi segreti, la Makarova è sempre stata l'arma dei "cattivi" nella letteratura e nella cinematografia occidentale specializzata in intrighi e storie di spie da Frederick Forsyth a Martin Cruz Smith. La usavano, male, gli agenti che cercavano di uccidere James Bond; la impugnavano, torvi, gli ufficiali incaricati di giustiziare i condannati con il fatidico colpo alla nuca. Né vale a ingentilirne il ricordo, scoprire che il tenero e immortale Jurij Gagarin ne portasse una con sé, nascosta dentro a uno stivale, a bordo della sua traballante Vostok Uno, il 12 aprile 1961 quando diventò il primo uomo della storia a lanciarsi nello spazio. Non serviva per difendersi da improbabili incontri con extraterrestri. Probabilmente avrebbe potuto trarlo d'impaccio in caso di atterraggio in paesi ostili o tra popolazioni particolarmente aggressive. In ogni caso, lo raccontò lui stesso, la Makarova con il colpo in canna gli diede un senso di sicurezza maggiore degli instabili e pionieristici strumenti di bordo. 

Che poi, a ben guardare, la Makarova non era nemmeno questo gran prodigio della tecnologia bellica. Semmai, una perfetta riproduzione della filosofia sovietica di ogni prodotto industriale dagli ascensori alle affettatrici: rudimentali, facili da riparare, di durata illimitata. Questo contava molto più delle finezze occidentali e di quelle soluzioni sofisticate che rendevano l'oggetto bello ma inaffidabile. L'ingegnere dell'Armata Rossa Nikolaj Makarov, che nel 1951 vinse il concorso per la nuova pistola militare d'ordinanza, applicò questo principio nel rielaborare un progetto simile a quello della pistola Walther PP dell'esercito tedesco. Ne fece un giocattolino a basso costo, di facile produzione e che aveva il pregio di non incepparsi mai nemmeno se fosse stata immersa nel fango o custodita senza l'adeguata manutenzione. 

Trattata male, lubrificata di rado, tenuta da mani inesperte, la pistola Makarov spara sempre. Un po' come l' ancora più celebre fratello maggiore. Quel fucile mitragliatore Kalashnikov AK 47 celebrato con l' agghiacciante slogan: «Può usarlo anche un bambino». Come testimoniano le tristi vicende dei bambini soldato mandati a morire nelle guerre civili africane. Dotata di un calibro 9,3, più grande del 9 parabellum della Nato (particolare che politicamente dava una bella soddisfazione), la Makarova era famosa soprattutto per il cosiddetto "potere d' arresto", cioè per quel "calcio di mulo" che infliggeva con conseguenti rotture di costole, perfino a chi si fosse dotato di un giubbotto antiproiettile. 

 Ottima dunque per le operazioni di polizia. Molto meno per i lavori di precisione. Proprio all'inizio degli anni Cinquanta un dibattito tecnico-filosofico animò le rigide cronache sovietiche a proposito del battesimo del fuoco della nuova pistola. Accadde che un giovane tenente, campione di tiro, si ritrovasse a tornare nel suo appartamento moscovita qualche ora prima del previsto. Circostanza sfortunata perché gli permise di trovare nudi in camera da letto la moglie e l' amante. La soluzione possibile sembrava una sola: quattro colpi della pistola nuova di zecca, appena ricevuta in fureria. Li ferì entrambi, lievemente. Il dibattito non riguardò ovviamente il tentato omicidio d'onore. Ma un particolare ritenuto assai più sconcertante: come era possibile che un tiratore, giovane e sobrio, non fosse riuscito a uccidere i suoi bersagli a una distanza tanto ravvicinata? Con la scusa di commentare un episodio di cronaca nera, molti lettori e qualche esperto misero in imbarazzo il governo con le loro critiche velate a un'arma che appariva grossolana e imprecisa. 

Per chiudere il caso al più presto, il tenente fu assolto e tornò ad addestrarsi per «adeguarsi alle esigenze della nuova arma moderna». L'errore di mira del tenente rivelava una certa approssimazione del progetto ma la pistola di Makarov, prodotta in milioni di esemplari, era ormai destinata a essere l'arma più diffusa nel Patto di Varsavia con varie riproduzioni e perfezionamenti in Bulgaria e Ddr. Tanto da donare un indiscusso alone di familiarità a un oggetto di morte. Molti bambini sovietici hanno provato a intagliarla nel legno per farne un giocattolo, fingere di sparare o semplicemente legarsela alla cintola per darsi un contegno nei raduni dei pionieri comunisti. 

A consacrare il suo ruolo di dispensatrice di sicurezza ci ha pensato nel 1993 il
film Makarov del cerebrale regista Vladimir Khotinenko. La storia di un intellettuale, timido e fragile stravolto dalla violenza e dagli squilibri economici dell'era Eltsin, successiva alla fine dell'Unione Sovietica. Alla fine, una bella Makarova in tasca gli restituirà le antiche certezze e gli consentirà di affrontare più serenamente quei tempi bui. 

 Esagerazioni che alimentano la nostalgia per il mito perduto, adesso che il ministero della Difesa ha deciso di dotarsi di una nuova arma. La pistola che soppianterà la Makarova viene descritta ovunque con tutte le sue doti di penetrazione, maneggevolezza, velocità di ricarica. È un progetto russo che parte dall'idea di un tecnico italiano. Si chiama Strizh che è un nome poetico perché vuol dire rondone. Giornali e riviste ne esaltano il design moderno e la leggerezza. Dimenticando che, come tutte le pistole del mondo, prima o poi spara.

nicola lombardozzi

Copyright Repubblica.it 2012
 

giovedì 23 ottobre 2014

Lucy, la prima donna


"Tutto è in continuo cambiamento. Non c’è nulla di duraturo"
Peter Cameron, da Andorra, 2014


Caro e indulgente Lettore,
Lampo ed io non ti racconteremo la trama: quella la trovi agevolmente su Internet o nei quotidiani
Non è quella che ci importa.
Amiamo la suggestione del messaggio e siamo drogati, come la maggior parte di Voi, dall'incosciente volere capire perché siamo arrivati alla sconfitta dell'intimità insostituibile del nostro 'IO': non più singoli IO omogenei, bensì un plurimo IO eterogeneo.
     A chi tra voi ha amato la regia di Luc Besson in Nikita o Juno diremo: scordatevelo. La società del controllo e della sicurezza degli uomini si è trasformata: in meglio o in peggio decidete voi, ma nella globalità della nuova umanità.
      Nella stesura del pezzo, per quella magica alchimia che è la fortuità degli accadimenti di esistenza nostra – e meno male!- , Lampo ed io ci siamo imbattuti in tale pittore di Pistoia, vivente, Max Loy, che, per ricordarci che le emozioni forse sono ancora singolari, sentenzia:
 “E’ così: ogni azione e ancor più manifestamente quelle dettate dal sentimento, affondano le radici in una regione misteriosa dalla quale ogni gesto assume un significato trascendente che è caratteristico della figura dell’uomo: egli trascende se stesso, così le sue azioni sono allegorie, immanenza e trascendenza insieme.
Questo è un mistero grande, l’unico.”
 
E già questo.. è interessante, speriamo Vi faccia riflettere.
Per un'analisi più approfondita del film, la telefonata di Lucy alla madre:
 "Mamma, sento tutto.  Lo spazio. La terra. Le vibrazioni. La gente. Riesco a percepire la gravità. Riesco a percepire la rotazione della terra. Il calore del mio corpo. Il sangue nelle mie vene. Riesco a percepire il mio cervello. Il profondo della mia memoria. Il dolore nella mia bocca. Ora capisco queste cose. Riesco a ricordare la sensazione della tua mano sulla fronte quando avevo la febbre. Ricordo di accarezzare il gatto, era così morbido. Ricordo il gusto. Il gusto del tuo latte nella mia bocca. Il sapore, il liquido caldo."
Lei è drogata, ma, se vogliamo penetrare il messaggio, sembra quasi che parli di noi/Voi.
 
  Un accenno al Tempo, il valore unico, come scopre Lucy, grazie ai suoi nuovi poteri. E la materia? Scorre un'auto sul fondo un paesaggio di campagna: accelerando  la velocità del passaggio dell'auto, l'auto scompare. Il nostro passaggio su questo pianeta? Passaggio invisibile. 
Metafora dell'esistenza   Metamorfosi dell'uomo Metafisica della morte.
        Viviamo il nostro tempo e non aggiungiamo nulla di singolarmente diverso da chi ci ha preceduto. Passaggio invisibile: collaboriamo tutti insieme alla distruzione del singolo IO per ottenere una personalità ed una conoscenza che da soli è impossibile.
         In termini di socialità, relazioni personali ed educazione intellettuale, essere geni e riuscire a trasformare il nostro tempo in qualcosa di utile per gli altri: chi inventa novità di utilità universale? Il computer, come entità sovrauniversale che ci avvolge tutti, buoni e cattivi, geni ed ignoranti, e tutti ci coinvolge nella nuova droga cerebrale che si chiama Sharing. Tutto è da condividere: la potenza è mostruosamente utile agli uomini, "un cervello usato al di sopra delle singole capacità di utilizzo di esso". 
 
      Pensate Lucy come una finestra aperta rivolta alla ricerca delle connessioni, non ovvie, tra passato e futuro: la donna diviene un’assenza, è materia principio computer albero radice. Perché, direte voi, una donna e non un uomo per spiegare questa invasione cerebrale? Bella domanda
La risposta, semplice e scientifica, secondo noi: Lucy è il risultato di ricerche ed era femmina. Avremmo preferito che fosse un maschio, ad esempio il maschio Alfa di una qualsiasi tribù preistorica. Ma è solo un nostro pensiero.
Per una riflessione su spazio e tempo; e persone. 
 
       La visione della città New York di 2 secoli prima, metafora di due dimensioni: l'architettura e l'uomo. E’ possibile ricomporre un’identità umana smarrita, corrosa da instabilità e assenza?
Architetture che nascono per racchiudere la vita, per non riuscire a contenerla.
La chiavetta-Lucy, scelta semplice ma illuminante: la traslazione del sapere, l’eredità ai posteri. Attraverso la relazione con il passato va costruita una forma per il futuro
      Le continue, imprevedibili, variazioni della condizione contemporanea, generano l’instabilità degli umani e la relazione instabile con passato e futuro: la moderna discontinuità lacera il presente. Droga cerebrale che inquina, rende egoisti, prevaricatori, asserviti alla società capitalista e al dio denaro. Lo Sharing è la salvezza dell'umanità!

         L’incontro Lucy–Lucy, in stile ET, il sogno–viaggio all’indietro nel tempo e nella formazione del pianeta Terra fino al Big Bang, l’interezza della conoscenza degli uomini in questo esatto momento sta nel cervello di Lucy: è il computer che fa da Sharing del totale sapere. 
 
     Il vuoto nella vita ha un equilibrio incerto:occorre riempire l’esistenza propria e di altri con significati, lavorando sull'emozione. Pena, l’incapacità di costruire o ricostruire il nostro tempo; e di tramandarne il senso.
Da non confondere con lo Sharing, di difficilissima, impossibile protezione, il senso di intimità si rivela il solo capace di risolvere un atto emozionale.

      "Il Passato non determina il Futuro. Puoi fare più di quello che pensi.
L’Amore non è mai uno spreco. Non smettere mai di imparare.
Cerca la Bellezza. Il Sonno e i Sogni ti purificano.
Rispetta la Sofferenza degli altri, ma non darle il Potere di distruggerti.
Abbi fede nella Natura. Nessuno sa fare tutto le cose che sai fare tu.
Rispetta la Forza e la Bellezza del tuo corpo. Trasforma la Bellezza in una Sfida.
Credi in ciò che ami. Fare del Bene ti rende più forte. Apriti all’amore degli altri.
Ricrea ogni giorno la tua Vita. Tutto è in continuo cambiamento. Non c’è nulla di duraturo"
Peter Cameron, da Andorra, 2014

"La bellezza della totale condivisione è la capacità del singolo di potersi alleare con chiunque per esaltare la tua emozione nel bene e nel male. Sconfiggere l'unicità freudiana dell'essere. In cambio si è coscienti del sapere universale che lo sharing può dare. Domanda: è meglio il sapere tutto o la salvaguardia delle proprie emozioni?"

Lampo e Oscuria



sabato 11 ottobre 2014

una bottiglia di rum da 130 euro!



Holly
Occhi menta e basilico, il biondo chignon raccolto con sapienza ammicca in cima al collo pelle di luna; le labbra pennellate con esattezza di rosso vermiglio, nel più puro Tiffany style
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L’Editore annaspa, ansima, infine con un rantolo di voce:” Io non ti ho mai vista….…perché?”
Domanda legittima, cui segue l’audacissima –manco iddu pare!- domanda:”Ci sposiamo?”
“Si vittero, s’amarono, si dissero:”Mio Bene, vuoi dividere le mie pene….”
Pene…?!?!
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Eros moderno, anziché frecce, Riverino adagia sul tavolo una bottiglia di rum, marca XXX, costo 130 euro
Il liquido scorre nelle gole, solleticando cuori e patti.Ignora il nostro cerchio amicale sbellicato di risa e generoso di battute, Holly fissa l’Editore: “Sentiamo, sentiamo” fa Holly.Menta e basilico rinfrescano la psiche dell’impavido, ormai lanciato. 
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 Senti questa storia. Mia nonna ….. Guglielmina ascolta!!! stai scrivendo? Mia nonna voleva farsi suora. Invece le imposero di sposarsi, in chiesa  Questo accadeva a Licata, nel 1800 circa. Quindici parti, cinque figli: lei costrinse i figli maschi a farsi preti, le femmine, perpetue.”
Proposta indecente a Holly?!?! Improbabile.
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Si addiviene all’accordo di matrimonio: lui va in chiesa, lei va in municipio per lei. Giorno e ora, per fortuna, coincidono. Inoltre, “Io sono ssssignorina”, puntualizza Holly
“Anch’io!!!”, contento l’Editore
Cos’ ti sistemi finalmente!” osa Jeanbalve
Ma tu farti un chiletto di c…. tuoi no?!?” graffia Holly
L’Editore è perplesso:Ce ne sono due di matrimoni, quello d’amore e quello di interesse. Matrimonio di interesse non è, d’amore neppure …quindi…..che matrimonio è?” 
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I beni.
La sposa porta in dote un’auto, non è chiaro se sia in affitto o in leasing, un lavoro, una casa, e …..il gatto, anzi la gatta, Sissi, di cui si dirà in seguito
L’Editore: auto cabrio nuova blu, e l’autista, di proprietà…!
Nooo, il tuo autista è la mia damigella, la Pesca. E ho anche la Rosa, e la Pervinca. Beni separati!!!!” esige Holly “Per quel giorno ti cerchi un altro autista, oppure vieni in autobus!”
E’ deciso: l’Editore giungerà in tram, ammesso che per il dì fatidico i lavori del tram siano ultimati

Il trattamento: Luogo: noto locale per raffinati ed esclusivi trattamenti, dove gli sposi siedono su troni disposti su una pedana che, come per magia! si solleva
Tronyiyiyiy !! esulta Holly, “non ci sono paragoniiiii!!!”
Gli invitati: look sportivo-casual, desidera l’Editore. “Sì, sì ” acconsente Holly
Taleeeeeee! Siamo d’ accordo!” felice l’Editore
Tranne il Pittore, costretto -prima ultima e unica volta nella vita- a indossare camicia  cravatta e pantaloni lunghi, come i maschi grandi
Regali di nozze:
Allo sposo: abbonamento del Palermo, curva nord
Alla sposa: abbonamento del Palermo, tribuna coperta centrale, e vipssssssss

Viaggio di nozze: Romantico, propone l’Editore: Parigi,
Noooo!- strilla Holly “La cosa più noiosaaaaa che ho letto nella mia vita è Valigia a volo d’uccello in “Notre Dame de Paris”, di Victor Hugo. Tu mi devi portare a Santo Domiiiingo, a Cubaaa mi devi portareeeeee!!!”
A Borgonuovo ti portassi!!” l’Editore, piccato
A Santo Domingo ci si va sole…..per i dominghi…..!” suggeriscono le tre damigelle, la Pervinca la Rosa e la Pesca
Voli separati, allora, ma anche giornate separate”, conclude tranquilla Holly

Resta, ahimè,  il gatto. Anzi la gatta
L’Editore è allergico e zoofobo
Traslocherà la povera Sissi in terrazzino....o altrimenti salverà vita e alloggio graffiando a morte l’Editore..?

Non mi sposo perché non mi piace avere della gente estranea a casa. Alberto Sordi


lunedì 6 ottobre 2014

Intervista con il Mito Ettore, di Troia


“…giochiamo con il cuore di colui che ci legge perché, se non sente nulla, allora ci avrà letto invano”
Herman Melville

Incontrai Ettore la prima volta da ragazzina.
L’Iliade non mi piacque affatto,  al contrario mi innamorai perdutamente dell’Odissea:
« Narrami, o musa, dell'eroe multiforme,  che tanto vagò,  dopo che distrusse la Rocca sacra di Troia: di molti uomini vide le città e conobbe i pensieri, molti dolori patì sul mare nell'animo suo, per riacquistare a sé la vita e il ritorno ai compagni..….».
Da lì,  il mio istinto appassionato di avventura,  sfide, scoperte, sete e fame di conoscenza, si sarebbe dipanato in Salgari Verne Cervantes Kipling: mai sazio.
Ma questa è un’altra storia.
« Cantami, o Diva del Pelide Achille  l’ira funesta che infiniti addusse lutti agli Achei molte anzi tempo all'Orco generose travolse alme d'eroi…….. »
Eppure …..qualcosa mi prendeva, vibrava nelle mie corde.
Una lunga scia di emozioni e di entusiasmo che la sera non placò, la notte fu incapace di quietare con il sonno.
Sinapsi si rincorrevano veloci, cavalli purosangue, liberando endorfine adrenalina energia vitale
Cosa mi esaltava? Il viaggio nel Tempo, nella Storia, l’intervista all’eroe, l’unico, à mon avis, al Mito: Ettore, di Troia
Ettore, in geometria, sarebbe il cerchio perfetto
La pelle abbronzata dal caldo sole del vicino oriente, occhi dolci e tristi, la piega della bocca all’ingiù di chi – spezzato troppo presto e con violenza- non ha goduto delle promesse della Vita
E’ bello, figlio di Re, ama riamato la moglie Andromaca, assapora la fresca gioia della paternità, vive in un luogo bellissimo, la costa turca.
Uomo di pace, armonia, la sua pietas anticipa Enea: è un figlio della Luce

Il suo contrappunto, Achille
Semidio, distruttivo,  furibondo,  vampiro anaffettivo, amante di sé solo: malgrado gli svariati sessualmente eterogenei accoppiamenti, resta un uomo solo
Non la vittoria in guerra, o l’onore degli Achei, o la gloria muovono la sua ossessione per Ettore e il bisogno di ucciderlo: pulsione primaria è la distruzione della gioia della bellezza della vita che sono in Ettore
“ Fa subito sparire ogni altra stella, così pare or men bella”
Francesco Petrarca ne “Il Canzoniere”

Achille desidera privarlo di tutto: per far ciò, deve privarlo della vita
E dunque:
“ Com’aquila che d’alto per le fosche Nubi a piombo sul campo si precipita A ghermir una lepre o un’agnelletta”
Canto XXII

Dio non guarda, non si accorge, forse distratto dal ben diverso duello tra Davide e Golia. La Storia non si ripete, questa volta
Nulla può l’uomo  contro il semidio: nei passi verso Achille, la morte è nella mente di Ettore, nei suoi occhi gli occhi amati  
“Ma non fia per questo Che da codardo io cada: periremo,Ma glorïosi, e alle future genti Qualche bel fatto porterà il mio nome”
Canto XXII

Nel suo cuore muore la paura,  e vive il coraggio
Ettore muore, e diviene immortale.
Amore è imperituro, eterno: si libera nel cielo azzurrissimo di Turchia, un giorno di ennemila anni fa
“Sciolta dal corpo Prese l’alma il suo vol verso l’abisso,Lamentando il suo fato ed il perduto
Fior della forte gioventude”.
Canto XXII

Ad Achille, il semidio mai nato, mai vivo, resta solo l’accanimento sulle spoglie mortali dell’eroe
E se fossero traslati nel nostro tempo, Ettore e Achille, moderni eroe e antieroe?
Omero consapevole o ignaro, o nella voce della coralità del popolo greco delle origini, la funzione del mito fu di insegnare e divenne fondamento della psicanalisi.

“Achille è l’archetipo del guerriero che da sempre abita la psiche dell’uomo. Nello stato psichico di accecamento dall’ira viene meno il controllo della coscienza, l’uomo entra in un contatto con la sua potenza, avverte di essere una cosa sola col suo scopo, crede di essere invincibile, di poter ottenere subito quello che vuole. La distanza dalla persona che scatena l’ira si azzera e l’altro/a viene vissuto come un ostacolo al dispiegarsi compiuto della collera. L’archetipo del guerriero è la divinità greca e latina di Ares (Marte), il dio della guerra, che per millenni si è impadronito della psiche dei maschi.
Achille sa che l’ira non è in suo potere, ma è lui che appartiene all’ira.
Se riconosciuta e rispettata, dentro di noi, l’ira può  trasformarsi in forza vitale, energia indispensabile per affrontare la vita che ci chiede un atteggiamento eroico.
Diversa è la condizione dei maschi oggi. Educati dalla società a rinunciare alla loro forza, uomini deboli mai iniziati ai misteri della vita dal padre, uomini “per bene”, non hanno un rapporto con l’Ombra e con gli dei che la abitano:  non reggono il dolore di una separazione, la tristezza della malattia e della vecchiaia, un insuccesso subito. Il loro Io troppo debole, se preda dell’ira, ne è sopraffatto.
L’uomo moderno non riconosce il guerriero che è in lui.
L’Io è sopraffatto, distrutto: ne consegue la deriva dell’identità maschile”.
Sulla violenza maschile. Paolo Ferliga

Tanti Achille incontriamo ogni giorno della nostra vita. Ettore? Pochi.

Il desiderio di Ettore, che desidero:
“Immagina, questa l’idea, di unirsi tutti in un luogo devastato dai conflitti e farne uno di visioni e di sogni”