domenica 18 novembre 2012

Cosa deve essere un blog?



Nella home page di questo blog c'è un piccolo post che festeggia i 5 anni di vita del sito creatoda pippo vinci.
Ad oggi su quel post celebrativo si contano ben (per questo blog) 10 commenti. I commentatori, oltre a fare gli auguri, discutono su cosa sia un blog , o cosa dovrebbe essere. E ognuno ha la sua rispettabilissima opinione. In fondo nessuno si è mai sognato di relegare il concetto di blog entro limiti netti ed invalicabili. Il blog è un mezzo per dire delle cose. Pertanto io giudicherei un blog solo in funzione delle cose che dice e su nient'alto che questo.

Io voglio dire la mia ed il simpatico (anche se a me sconosciuto) blogger mi ha concesso l'onore di trasformatre il mio commento in un post vero e peroprio. Il primo della mia vita

Ebbene io non giudicherei la qualità o la legittimità di un blog sul numero dei commenti e neppure sul numero delle visite, ma sicuramente (ripeto) sulla qualità stessa dei  post pubblicati. E' come giudicare un libro solo sulle vendite (grande libro, volevo i pantaloni? O i best sellers di Bruno Vespa?)

Aggiungo che nei blog molto commentati, si apre una specie di guerra tra i commentatori. Nessuno cede alla opinione dell'altro, tutti tengono duro, fino a quando l'esaperazione e/o la mancaza di argomenti a favore della propria teoria tesi  si trasformano in becero insulto.

Ed allora ben venga un blog poco (?) seguito, ma pacato nei toni (non certo nei contenuti)  come La Trazzera.

Sergio Cane - palermo

venerdì 2 novembre 2012

Ezio Mauro non ha capito niente

Oggi su Repubblica.it c'è la consueta analisi di Ezio Mauro sui fatti della politica. Mauro afferma due cose che fanno comprendere come il direttore del noto  e diffuso quotidiano abbia (a mio parere)  compreso molto poco o nulla del fenomeno Grillo.
Il suo pensiero è così sitetizzato:
"...l'avvicinamento di Grillo a Di Pietro segna una svolta nella strategia dell'antipolitica che ora pesca nel mare della sinistra ..."

 prima castroneria: grillo = antipolitica : oramai questa semplificazione offensiva la pensa solo il Direttore mentre analisti politici e sopratutto politici  e strateghi del palazzo hanno smesso di lanciare questa accusa a Beppe Grillo. Tutti (tranne Mauro) hanno capito che la vera antipolitica è quella portata avanati per oltre un ventennio dalla casta. E grazie a questa antipolitica della casta che il Movimento 5 Stelle sta avendo questo enorme successo!

seconda castrioneria: l'antipolitica pesca nel mare della sinistra: forse il Direttore è un po' confuso, ma considerare Antonio di Pietro un uomo di sinistra è com considerare  berluscini un democratico o Stalin un francescano. Ma dove vive Ezio Mauro?

sabato 20 ottobre 2012

2002 La prima volta a Cuba (11)

Giovedì 10 gennaio 2002 – undicesimo giorno
    
Siamo di nuovo ricchi

Oggi è una giornata cruciale. Non ci sono alternative: o ricchi o poveri.
Si va al Nacional con il terrore dipinto nel volto. E infatti non ci sono ancora i soldi. La tizia del Nacional ci suggerisce di andare all’oficina che risolve i problemi di questo tipo. L’oficina si trova nei pressi dell’Hotel Habana Libre. Yolanda ci dice che qui tutti fanno la nostra fine. Tutti vengono a Cuba pensando di essere ricchi e di fare i nababbi . Poi invece si accorgono che noi non siamo minchia e gli fottiamo un sacco di soldi. Ma ormai è troppo tardi e così fanno questa fine.

Comunque la cacacazzi ci mette in contatto con il servizio Visa in Italia. La soluzione c’è: basta mettersi in contatto con la mia banca e chiedere di aumentare la disponibilità della VISA. Mi! E a lei facile sembra? A noi sembra una soluzione impossibile. Da film di 007. Come minchia facciamo a telefonare alla mia banca? E quelli poi si convincono? E se si convincono, in quanto tempo faranno tutto ciò? E’ la fine. Penso che 30 anni di studio sono stati buttati al vento e non mi salveranno da questa tragedia. Comunque ci proviamo. Ma  dove troviamo il numero di telefono della mia banca?.

Lo troviamo su internet Telefoniamo. In Italia è quasi ora di chiusura e il Minchia che mi risponde dice che ci penserà domani. Come, DOMANI !? Io insisto cercando difargli capire in che situazione sono. Cade la linea e già ho speso quasi tutti i soldi per questa chiamata inutile. Le speranze si affievoliscono. Richiamo, becco il direttore che mosso a pietà dice che posso farmi una vacanza tranquilla e che ci pensa lui a me. Farà tutto in tempi brevissimi. Non ci crediamo per niente. Intanto non abbiamo più soldi . La telefonata ha esaurito tutti i nostri possedimenti (38 dollari!!)

E’ il tracollo! Se il direttore ci ha ingannati saremo costretti a dormire tre giorni all’aeroporto senza nulla dd mangiare e senza neppure i soldi per pagare la tassa di uscita. Una vergogna mondiale!
Da poveri andiamo al Malecon, ci corichiamo sul muretto e aspettiamo. Alcuni giovani avaneri33 si tuffano a mare felici. Anche loro sono poveri, ma ci sono abituati. Mica possono vivere col cutugno34 tutta la vita!
Le avanere fanno autostop per rimorchiare. Dei poliziotti, forse gelosi, le cazzìano. Abbiamo fame e ci dirigiamo verso un quartiere molto, ma molto popolare dove si dovrebbe mangiare con pochi spiccioli. Entriamo in un bar popolare. Un sandwich, una birra ed una Coca Cola locale alla spina. I baristi ballano e sono neri, quindi gelosi, come ci ha detto la cognatina.
Mentre ci gustiamo il povero spuntino al bancone, si avvicina il solito disperato e ci vuole vendere sigari, targhe di auto, passaggi con carro paricular. Noi non gli diciamo che siamo più disgraziati di lui. Non ci crederebbe mai.Torniamo al Nacional per ricontrollare se siamo ancora poveri.
     
Evviva. Siamo di nuovo ricchi!
Il mio direttore ha fatto il miracolo.. E subito ci adeguiamo al nostro stato di benestanti andando a prendere un costoso Daiquiri35 al bar del Nacional. E ci sembra pure economico :$ 3,5. Trattasi di granita i limone con rum.
Bene, si ricomincia la vita da ricchi all’Habana. Ma Nadia non demorde e costringe Pippo a tornare a casa a piedi. Decidiamo pure di invitare a cena Jolaise. Appuntamento all’Habana Libre alle 21.
Mangiamo al ristorante  xxxxxxxxxxxx che si trova proprio accanto al nostro bar preferito di scoppiati. L’ambiente è accogliente. C’è la solita guardiana triste dei cessi. Pippo mangia merluzzo, Jolaise invece porco. Nadia è fissata col vegetariano e si assuppa36 un orribile riso indiano con .. bacon! Il tutto allietato da due tristi, ma bravi musicisti con violino e chitarra. Il costo della cena è di 8 dollari a testa.

      Vogliamo continuare a divertirci e per farlo chiediamo ai passanti di indicarci una bella discoteca locale. Ci dicono di andare al “Rosalia de Castro”. E’ a due passi. In un vecchio palazzo tipo via Roma*. Al primo piano. Sembra di essere ad una festa privata anni sessanta. Una stanza lunga con tutte le sedie accostate al muro. Di diverso c’è la presenza del bar. L’ingresso 2 dollari. A Jolaise controllano il passaporto.
      Si comincia con la solita pallosa musica salsa. Poi si continua con uno show di due animatori che usano 3 disgraziati per divertire il pubblico. Che in effetti si diverte. Poicomincia la musica “disco”. E da questo momento riprende l’assalto a forte Apache. L’assalto agli europei (cioè noi) per motivi “ufficialmente” erotici, ma “realmente” economici.
Nadia è circondata da cubani e  due italiani . Pippo è conteso da tre cubane. I due però resistono e si difendono l’un l’altro. Jolaise balla bene , ma sempre allo stesso modo  qualunque musica mettano. Alle 1 e 30 si torna a casa.


domenica 14 ottobre 2012

esca viva (3)

Mio padre aveva la pistola, la notte a volte si perdeva nelle campagne e mia madre diceva stai tranquilla non è solo, c’è la sua squadra con lui. Qui ho sette/dodici anni – Mamma, la sua squadra sono quelli che mi vengono a prendere all’uscita della scuola e doposcuola con la macchina verde polizia oliva quando papà non può? 

Sì. Beh, sì, brave persone, mamma, possiamo stare tranquille. Papà li chiamava per cognome, proprio come a noi la maestra a scuola. Volevo sapere se avevo altre cose in comune con quelli lì. Mi mettevano nel sedile posteriore anche se io preferivo stare davanti e non mi appoggiavo mai allo schienale, stavo tesa dietro il sedile del guidatore e guardavo i suoi occhi dallo specchietto, con le mie braccia che gli sfioravano le spalle.

Anche tu vuoi bene al mio papà? Sì, tuo papà è buono. Devo metterti alla prova, Zamparo, ti confesso una cosa che ho fatto, se tu la dici a papà io dico a lui che non deve fidarsi di te. La vedi questa?, e tiravo fuori una biglia bellissima color cielo striata del bianco delle nuvole che non portano pioggia oppure una collanina di confetti rosa pallido – guarda, si chiama colliè – me l’ha dato una mia compagna in cambio di due ninnoli di cristallo del lampadario della sala da pranzo. Sono i ninnoli numero undici e dodici. Cooosa? Ninnoli, Zamparo, o forse tu li chiami brindoli, come mia nonna?

Bene, mia nonna. Mentre io mi agitavo al ventazzo di Trapani e decidevo di essere diventata la fidanzata di Mistretta, brigadierino american style anni settanta con la faccia di Maurizio Merli, perché veniva a prendermi in moto a scuola e alle compagne biondine veniva un travaso di bile e le suorine affaccendate per un momento sospendevano la gesticolazione ansiosa e si lisciavano le sopracciglia e pigolavano brigadiere non la vediamo mai in chiesa, se viene alla messa delle dieci, vedrà, sentirà anche il nostro coro – composto da quelle che noi chiamavamo “interne” perché vivevano lì ed erano più cresciutelle di noi, tredici o quattordici anni, nella mia classe ce n’erano due - la nonna con una specie di marito e una figlia zitella e un figlio scapolone e fimminaro viveva sempre a Palermo.

E tutti questi personaggi baldraccati mi tracimavano di vizietti, mi sollevavano in danze di giramondo, mi sciroccavano in panieri di coccole e zuccheri. Un paio di volte al mese andavamo a trovarla la nonna. Viveva in un suk, non nel senso di collocazione topografica, nel senso che casa loro era proprio un suk. 

Lunghi corridoi resi stretti dalla quantità abnorme di mobilio anticaglia stoffe alle pareti piatti di ottone perfino sopra le porte e nella stanze mobilucci scarpiere armadietti vetrinette, tutto stracolmo di roba usata stoffe recuperata da vecchi vestiti lumi con piumaggi multicolori incisi e trine di ceramica, passamanerie bronzate, fiocchi di seta, poltrone tipo bergère bottoni d’osso e savacci cuscini scarpe con struzzo e tutto fiorato quadrettato, a pois, ventagli per un occhio o per coppie, bigiotteria ingombrante e coloratissima e cappelli, una cascata di oggetti tunisini, pouf molli di cuoio umettati dell’afrore locale, caffettani cobalto o rossi con granite di pietruzze o ingigliati di fili d’oro appesi in giro per casa. 

Colori prevalenti: vinaccia, che non so esiste, sospetto l’abbia coniato lei e corrisponde a una via di mezzo tra color melanzana e bordeaux, forse oggi Harper’s Bazaar lo definirebbe color prugna, e appresso quasi tutte le tonalità di verde, da quello acqua dei suoi occhi a quello tenebroso delle fiaschette di mio nonno, e infine i viola, dal glicine all’episcopale. Tutti i suoi cappelli fin da quando era nata.

In camera da letto le coperte erano stratificate. Fiorata di base e plaid quadrettati in tinta, almeno uno per i piedi e uno per le spalle e, sopra i guanciali gonfissimi federe pastello e su quelle cuscini floreali broccati. Mia nonna dinoccolava assiepandosi in questo o quell’anfratto o indaffarandosi a cercare cose poiché non riusciva mai a trovarle nel momento in cui ne aveva bisogno. Le ritrovava dopo, le spostava sostenendo di metterle in evidenza per il prossimo bisogno ma era un rigurgito continuo, metastasi di disordine prive di ogni possibile controllo, degenerato – soggetto il disordine - soprattutto da quando mia madre s’era sposata e aveva lasciato la casa materna. 

Mia madre era disgustata, soffriva di un voltastomaco perenne di fronte alla marmellata di oggetti, papà ci rideva, io avrei voluto avere cento occhi e mille mani per non trascurare nulla di quell’adorabile brique-à-braque profumante di muffa e di sebo.
“le briciole le raccoglie
chi non ha altre voglie
o ardirebbe ardire
e io che sono ardente
ho bisogno di fruire-capire-morire-tradire”,

mmmh… ”potrei mettere a posto il lampadario di mammam rubando dodici ninnolim della nonnam, la sua lumiera è somigliantem nella forma ma il colore è grigiom – cristallo fumé -, quella di mammam è invecem bella trasparentem”, mmmh…
Da questa tavolozza gitana, da questo sciame di oggetti arteriosclerotici, da questo regno di mago merlino e io ero anacleto, si passava al regno della grande mantide dormiente, alla trance che spezza gli abbagli dei colori smaniosi. Palermo-Trapani andata e ritorno. Per fortuna però mi si arrotava la fantasia, certi usignoli posati sulla placenta della luna mi tenevano compagnia, gli angeli si disponevano ad arco sul mare, monili schiumanti al sapore di zagara, un po’ scapigliati e biondissimi e campanule al collo da cui stillava un suono di clorofilla che plink plink plink, intimidiva il mare.
Come una proda sguazzata al centro di una secca metallica sono cresciuta. Mi restavano un mucchio di desideri scalzi nei pugni serrati, mi vedevo come una corteccia guardata al buio titillante lampi di resina e con il midollo brucato dai bagordi dell’immaginazione. Infine tornammo a Palermo definitivamente e ne fui felice ma un certo ramo di cattività mi era già cresciuto dentro.

rossella valentino  



giovedì 11 ottobre 2012

P R O M E T H E U S. Ridley Scott



una immagine del film
“Non c’è niente nel deserto e nessuno ha bisogno di niente”


Un’immensa cascata, la forza impetuosa purificatrice nettante dell’acqua, il bianco assoluto abbagliante.
Il primo fotogramma è il cuore magico e il messaggio ideologico del film.
La telecamera zoomma su un Uomo immenso, anch’egli candido, lo sguardo fisso su una chiara astronave che si solleva lentamente. L’Uomo beve da una sfera un liquido rosso luccicante. Quindi sullo schermo appare la via che il liquido percorre all’interno del corpo dell’UOMO.
Ciò che viene distrutto per primo: l’elica del D N A
Infine ogni parte interna del suo corpo va in pezzi. Morente, l’UOMO precipita nelle acque turbolente della cascata.
E’ il PRIMO UOMO

Distrutto da Quelli che l’hanno creato. Nessuna etica, nessuno scopo. Solo odio. O altro?
L’intreccio filmico muove dal ritrovamento, in siti assolutamente distanti tra loro e nello spazio e nel tempo, di iscrizioni rupestri: ritraggono uomini enormi a braccia levate verso piccole sfere. “I Padri dell’Umanità ci stanno chiamando. Vogliono che andiamo da loro”.
La fede nell’esistenza di Dio Creatore o l’alternativa scientifica della teoria darwiniana vengono negate in toto.
Un anziano magnate appassionato di …sapere.. o ... di immortalità, appronta un’astronave di specialisti.
L’equipaggio conta 17 esperti.
Oltre ad un Robot.
Questi, unico desto, trascorre il tempo del lungo viaggio imparando le lingue e assimilando dalla tv i comportamenti umani. Un clone desideroso di umanità?!?!
Il film rimanda spesso a citazioni già viste in Blade Runner: nella stessa maniera é proprio al Robot/Replicante, riproduzione perfetta e perfezionata dell’essere umano, ancorché priva –“purificata” e al di sopra- delle debolezze dei sentimenti e delle emozioni, che vengono affidati  e l’intervento salvifico finale del superstite e le più intense e significative frasi del film:

“Gli esseri umani si sentono al sicuro solo se interagiscono con i loro simili”

“Il respiro…una fiamma contenuta. Dispensa calore per tutti i viventi,  regala energia ai meritevoli”.

Per il resto, purtroppo il film non cela il declino dell’ormai annoso Ridley Scott, insieme al momento personale davvero difficile.
L’interpretazione etica proposta potrebbe essere duplice:
Positiva - I Creatori decidono di distruggere la propria Creatura Uomo, perché troppo perfetta, più capace e superiore di essi stessi.
Negativa - La fame di conoscenza di ulissiana memoria porta alla dannazione, sua inevitabile conseguenza.
Oppure, un suggerimento/monito a tutti noi:

Non permettiamo che la Terra degli Uomini divenga questo:
”Non c’è niente nel deserto e nessuno ha bisogno di niente”

.

giovedì 4 ottobre 2012

2002 . la prima volta a Cuba (10)




Mercoledì 9 gennaio 2002 – decimo giorno 
 La pomata magica
Pippo sta  di merda e non si vuole alzare. Verso le 12 riceviamo visite- La piccola cognatina (donna di Peppone) con una amichetta. Questa è la situazione : 4 belle donne (3 cubane ed una bulgara), sul terrazzino a bere, fumare e chiacchierare. Pippo a letto malato. La cognatina spiega a Nadia tutto sul suo legame con Peppone. Dice che questi è un uomo generoso e, anche se non è bello, va bene così.
 Poi continua offrendole la casa e  la bamba31 (con pagamento posticipato). E infine una crema miracolosa che serve per non sentire dolore quando ti sodomizzano. La bulgara dice che per cominciare accetta solo la casa. Il resto si vedrà. 
              Alle 5 non ne possiamo più di carriarci* Jolaise e decidiamo di mollarla. Lei sta dove la metti. Oltre a Jolaise dobbiamo restituire anche la macchina che non possiamo più permetterci. Nadia, che è fradicia come tutti ii ulgari, ha letto sul contratto che ci devono restituire tutti i giorni non goduti. Al negozio scopriamo che il simpaticone ha scritto sul contratto 75 dollari di anticipo invece di 100. noi protestiamo vivacemente. Loro (incredibile) ci credono e accettano di restituirci 236 dollari. Pensiamo che ci saranno più che sufficienti per tirare avanti fino alla fine del viaggio. Quattro giorni. 

         Ma poi scopriamo l’inganno! Non ci danno proprio un cazzo. Ce la dovremo vedere con la VISA. Abbiamo ancora una speranza. Corriamo al National sperando di trovare il gruzzolo sulla carta di credito. Patate! La carta è sempre vuota. Siamo disperati. Pippo comincia a collaudare la povertà. Per fortuna Jolaise non graverà più sul bilancio familiare e questo ci consente di non morire subito.

Si torna a casa a piedi cercando di capire come sopravvivere per i prossimi 4 giorni. Si analizzano le possibili soluzioni (e anche quelle impossibili, come Dylan Dog32):
-       tornare subito nel vecchio continente (ammesso che ci sia posto sull’aereo)
-       vendere tutto (.. ma a chi?)
-       dormire all’aeroporto
-       chiedere l’elemosina (.. ma a chi?)

sulla via del ritorno incontriamo una chiesa. Ecco una soluzione che non avevamo considerato. Ed è forse la più realistica : chiedere il miracolo a Gesù! Qui forse Gesù il miracolo te lo fa visto che noi siamo quelli buoni e loro no perché sono comunisti. (citazione di Berlusconi in occasione della partita del Milan contro lo Steaua Bucarest n.d.r.).

C’è in atto una cerimonia che è per metà cattolica e per  metà protestante. Ci sono suonatori che suonano, ballerine che ballano, un predicatore che predica e tutti gli altri che urlano con le mani in alto e gli occhi chiusi.
Torniamo a casa sicuri che questa visita alla casa del Signore ci porterà bene.

lunedì 1 ottobre 2012

Le letterine



.. all'inizio sul parabrezza..
A dire la verità, ma proprio tutta tutta, nni stù palazzo qualcosa di magico strano arcano ci deve essere..
E pensare che  vivo lì da solo un paio d’anni quando cominciano le…. Letterine!
All’inizio sul parabrezza é solo un foglio né a righe o quadretti, solo blank, piegato alla perfezione, manca solo un po’ un alito un’idea un velo di …profumo maschile. Certamente non Drakkar. lui ..non chiede
Scrive.

Complimenti, apprezzamenti  manierati e con stile, molto …a tempo reale..:
“Quel vestito nero a corolla + stivali di camoscio, che raffinatezza, come stai bene questa mattina”
Aiuto, lui mi vede e io …non so chi siaaaaaaaaa!

In fondo ad ogni  biglietto, però, devo confessarlo, sempre ripete  nome e numero di cellulare….
Mentre il mio tergicristallo fiorisce di bianco come ciliegio in primavera, le mie amiche danno di matte, cercano di appropriarsi di un biglietto, di uno solo, daiiii: “Chiama, vedi chi è, …com’éééé…”
E io: no maiiiiiiii

“Sctupita” mi rimproverano sdegnate
La tecnica, si sa, è commare stretta  del progresso e poi, che vuoi, un po’ di privacy in più…non guasta,  pertanto lo sconosciuto scrittore –u Ghost Writer, (mi passi la traduzione inesatta, ma pertinente, n. d. R.)  tenace, affina non il contenuto, sempre galante e garbato, bensì il metodo:
letterina in busta chiusa affissa fermamente con adesivo tagliato con cura al finestrino lato guidatore.
La perfezione, il Non Plus Ultra..Chissumitagghiapureammia, mi sa….
Alla perfezione,  però….!

domenica 30 settembre 2012

esca viva (2)

la mamma ci dava a colazione carciofi
“leccamim la boccam
la cioccolatam è buonam
se mi asciughim il fiorellinom
io ti leccom il pistolinom”.

Il mio criptocane ha il cristallino degli occhi tutto verde. Sta diventando supercane ma è veramente tanto bravo, il mio criptocane. Me lo ricordo da sempre, si può dire che siamo nati insieme. La mamma ci dava a colazione carciofi bolliti abbagnati nell’olio buono verde denso. Ci vogliono i denti pari e allineati a filari tutti uguali per rosicchiare bene le foglie e trattenere tutta la polpa possibile che il carciofo c’ha sotto, ma il mio criptocane coi suoi denti che sembrano passati nell’ammoniaca ci resta veramente male, si sente giustamente privato della sua identità. 

Però il verde carciofo alla fine gli sale negli occhi e così tutto possono vedere che non è un cane uguale agli altri ma è un criptocane. Io gli voglio bene e nei pomeriggi porpora lo porto a passeggio nelle strade regali del mio quartiere e gli faccio vedere tutte le facciate che con quella luce uguale uguale al mio menarca possono diventare bizantine. Cripton, gli dico, lascia stare le dog-mignottes, vieni Cripton, ti compro la ciccia, delle sugnette freschissime che mi faccio regalare in cambio di una filastrocca:

“macellaio con il panzone
pensa un poco al mio cagnone
se tu sarai un po’ carino
per te mi farò un ditalino”,

Criptocane ingoia tutto in un istante ma poi gli viene sete e allora gli faccio leccare il mio gelato alla fragola molto acquoso. Per questo dico sempre al gelataio di mettere la panna prima del gelato e non viceversa.
Trapani. Però quel sole che impazzisce nel mare esiste solo lì.

rossella valentino 

venerdì 21 settembre 2012

2002. la prima volta a Cuba (9)


8 gennaio 2002 -nono giorno
Diventiamo poveri

E’ il giorno della partenza di Pino e dei Baci Perugina. Decidiamo di fare un piccolo giro turistico. Facciamo una rapida colazione da Mercedes che non perde l’occasione per aggiornarci sulle tragiche conseguenze del guasto della sua specie di macchina. Il danno è di circa 400 dollari. Più o meno lo stipendio di due anni di un professore. Mercedes ci fa capire che vorrebbe pagati i danni; noi le facciamo capire che i danni ce li dovrebbe pagare lei. Allora lei capisce il pericolo che sta correndo a mettersi contro di noi e si arrende.
Ma le sorprese non finiscono qui. A casa di Mercedes troviamo Prondo e Peppone…….. con le cognatine. Siamo tutti felici.
Decidiamo di festeggiare pranzando tutti insieme. Prondo decide per tutti. Si va  al Morro. Ma siccome pensa che siamo cretini decide pure che prima è meglio vederci all’Hotel Inglaterra perché  è più facile da trovare e così non ci perdiamo. Noi gli facciamo credere che è una bella idea però, prima vogliamo  andare al mercatino dove si trovano tutte le minchiatelle tipiche per turisti.
          Il povero Che, ad esempio, è stampato su tutto: calendari, portacenere, portachiavi, foulard, vasi., piccoli cessi, cuffiette, mutande E ancora magliette, cappellini double face, penne, scacchiere e cavatappi. Pino ed io decidiamo che il modo miglior per ricordare il nostro eroe è quello di  comprare un cappellino con la sua effige.

Pino vuol esagerare e compra pure una pipa che suona. Ma prima di pagare scassa la minchia alla venditrice. Anzi si mette al suo posto e vende qualcosa ai turisti. Quella se la ride, ma tutta questa sceneggiata non le ha intenerito il cuore e non fa nessuno sconto a Pino che così ha perso tempo e dignità .
Alle 1.30 ci dirigiamo verso l’hotel Inglaterra dove abbiamo appuntamento con Peppone, Prondo e le due cognatine.
Ma, passando davanti la Boteguita del Medio29 ci accorgiamo di una scritta vergognosa ed umiliante: sulla porta in legno della Boteguita qualche bestio30  ha scritto W BERLUSCONI. Pino è inorridito, Pippo ha perso la parola  e l’intelletto. Pino con 25 cents cerca di raschiare l’orrenda scritta. Tutti lo guardano , e lo filmano e lo acclamano. E’ un successo internazionale.
Arriviamo finalmente all’Inglaterra. Peppone è fuori ad aspettarci, Prondo dentro che se ne fotte e vuole offrirci l’aperitivo. Tosto ci accorgiamo che le cognatine non sono con loro. Ma dove sono?
Ci dicono che sono in macchina ad aspettare. Inorridiamo per la seconda volta in tre minuti. Chiediamo come mai loro qui a prendere l’aperitivo e le donne in macchina ad aspettare? Non ci danno una risposta  convincente e noi, per protesta, attuiamo l’embargo e rinunciamo all’aperitivo.

Prima di lasciare il locale Pippo rimane incantato da un’anziana pianista che suona soavemente la marcia turca di Mozart. Poi l’applaude. E’ l’unico che si entusiasma nell’indifferenza totale. Lei commossa gli dice che vende CD, Pippo, irritato, le risponde che tornerà a comprarlo dopopranzo. Mente ma la scena è  toccante.
Ma ora si va al Morro.
I baci perugina davanti. Gli altri, in tacsi, dietro. Si arriva al Morro che sarebbe un bastione sulla baia da cui si domina tutta l’Havana. E’ palesemente un posto per pelare i turisti. Infatti, al nostro arrivo, mettono “o sole mio”.. Cazzo!
Pippo tenta di fuggire, poi ci ripensa per non guastare l’atmosfera familiare. Il pranzo, però si trasforma presto in una tribuna politica. Tutti gridiamo le nostre ragioni.
Prondo sostiene che l’embargo non c’è e che qui stanno tutti nella merda perché sono comunisti. Pino urla che qui il comunismo li ha salvati dalla morte certa e che le cose costano il triplo per colpa dell’embargo che c’è.. eccome se c’è!
Peppone dà ragione a tutti. 
Le cognatine dicono che qui si sta male perché non hanno le lacoste.
Nadia, forte del suo passato comunista, dice che qui non c’è il vero comunismo, ma una perversa forma di capitalismo
Pippo, infine, dice che il problema della povertà non è solo di Cuba, ma di tutti i paesi del terzo mondo indipendentemente dal tipo do governo.. Il fatto è, continua  Pippo, che i cubani più che assicutare il consumismo occidentale e diseducativo dovrebbero lottare per i diritti umani quali libertà di uscire dall’isola, la libertà stampa e cose di questo tipo.
Alla fine paghiamo 210 dollari… Minchia! Alla faccia del comunismo! Infine le foto sul cannone storico del Morro.
Il gruppo si divide. Pippo, Pino, Jolaise e Nadia vanno ad affittare un’auto. Ma ecco il problema che non t’aspetti. Pippo ha esaurito le disponibilità della carta di credito. Riusciamo comunque ad affittare l’auto. E’ una.. cuore targata 04311. Tutti in macchina, si va al Parque Central per comprare un giubbino a Jolaise che in questo momento è più consumista di noi che invece siamo più comunisti di lei.
Pippo e Nadia, ormai poveri, comprano una birra al solito bar ed escono senza pagare. Il cameriere se ne accorge e li insegue per farsi dare un  dollaro.
All’aeroporto assistiamo a scene strazianti: Jolaise piange, Pippo sta male per problemi intestinali, Nadia fuma. Intanto Prondo e Peppone fanno i furbi e scavalcano la coda al Check in.

Pippo Nadia e Jolaise tornano a casa. Prima di rientrare, però, comprano un sandwich (uno solo per tre) per cena. La povertà è brutta, ma qui a Cuba sembra meno pesante perché in fondo gli altri sono pure poveri. E visto che la povertà è un concetto relativo………… mal comune mezzo gaudio.
Ma quale mezzo gaudio?! Siamo rovinati!
Comunque si va a letto. Non si esce per non spendere soldi. Una vacanza finita male!

29 noto locale habnero famos perchè frequenato da Ernest Heminguey
30 equivale a bestia, ma in senso ancoa più dispreggiativo 

lunedì 17 settembre 2012

La lingua del marchese raffinato



Tra i dieci e i sessanta, gli anni di Guglielmina Gunt.La donna, perché adesso e sempre c’è qualcosa e tutto da vivere.La bambina che è in lei, preservata intatta: il giardino in cui si nasconde, un giardino segreto che forse mai nessuno troverà.
Succhiando lentamente susine e prugne, miriadi di punte di dolcezza che le avvolgevano la lingua, giocando a sputare gli ossi più in là possibile, in una stramba gara solitaria, Guglielmina slacciò il legaccio della Ragione, e si lasciò andare, come bottiglia vuota che si riempie sotto un rubinetto d’acqua, ai ricordi.Aveva traslocato in un palazzo, di recente, in nessuna città, senza via senza numero civico.
C’era un grande albero, meta di pellegrinaggio da tutto il mondo, a tutti conosciuto. E onorato. Per un giorno, uno solo.Ai piedi dell’albero, una aiuola ben curata, fiori e foto e biglietti e poesie. E pietre: lisce bianche rotonde.Come gli Ebrei, chi le aveva poste sapeva il senso delle pietre sulle tombe. Il passaggio ininterrotto "da Padre in Figlio", legame e memoria, il ricordo che si trasforma in simbolo.Il custode assomigliava più ad un broker di Wall Street che ad un portiere canonico. Giacca cravatta impeccabile elegante raffinato. A più d’uno accadde di scambiarlo per un condomino.
Ogni mattino, quando diretta al lavoro Gugliemina solcava il lungo androne, il signor Marcello le porgeva il braccio, e l’accompagnava al portone.Era un gioco e uno scherzo piacevole tra loro, un modo più caldo e amicale di augurarsi buona giornata.
Guglielmina condivideva il pianerottolo con niente di meno che… un marchese napoletano! “Gran signore”- l’aveva avvisata la madre, tanto appassionata di nobiltà- “mi raccomando, sii educata e gentile”. - Och , aveva fatto lei di rimando, non troppo sicura che la nobiltà, surtout in un tempo di democrazia già annoso, fosse di blasone e non di animo.E difatti….
Una domenica mattina, pronta sull’uscio Guglielmina e la sua barboncina, ecco aprirsi la porta del marchese. Alcuni minuti di gentili convenevoli e chiacchiere, il nobile napoletano vira deciso sul privato:
"Lei vive sola?"
" NO, con mio figlio"

"Che peccato una così bella donna"
"Grazie, davvero gentile da parte sua.."
E da Gentiluomo qual’E’, il marchese in sequenza trina e velocissima:
"che bel rossetto, un vero peccato intaccarlo"
Deciso infila la lingua nella bocca…………………………..!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
L’ascensore misericordioso e salvifico é al piano.La barboncina strattonata vola dentro la cabina, tasto T premuto senza coscienza, le porte scattano chiuse.Fino a terra è solo una sequenza lunga ininterrotta di sputi sul pavimento. Cinquanta? Cento? La cana la guarda perplessa. Grazie al piffero, TU come puoi capire, mica l’ha data a te la linguaaaaaa! Altri, ancora, di nuovo sputi. Per tutto l’androne, che é molto lungo. In silenzio, chiede scusa al tunisino lavascale del palazzo. La ragione c’è ed è validissima. Fuori .Aria. Villetta e bisognino della cana. Richiamo di ritorno alla Natura. Sana vera pulita (sì, anche il bisognino sa di pulito….)
Proletari di tutto il mondo: In PIEDI, Indignatevi!
Guglielmina Gunt. 

mercoledì 12 settembre 2012

diavolino cerca papà




Proprio il diavolo, il più cattivo che si possa immaginare, gira in bicicletta per Palermo col suo diavolino nel cestino. Ma satanasso impattando con le buche perde il diavolino nel tombino, urtando bruscamente contro un sasso.
Impreca il diavolo disperato e rosso:" porco me (diavolo)!! Come ho fatto a fidarmi di cotanta urbe, così sporca e malandata? Ci ho perso sinanco il diavolino!"

Mentre l'angoscia risale alle sue corna, gli indifferenti e intolleranti cittadini, nel traffico, come un esercito di guerrieri continuano o a passare sulla buca impedendogli il recupero del figlio dicendo a squarciagola senza tregua: " diavolo di un extracomunitario! Levati i' ddocu e va travagghia! "

Il diavolino intanto nel tombino trova un tunnel lungo e fino che lo porta dritto dritto in un vialone alberato e con le griffe, che riporta per iscritto un ricordo ormai sbiadito, la scritta Libertà. Il padre ormai è perduto?

Lo cerca tra la gente che passa e che si agita, tra bar e bancarelle. Lo vede mentre strappa una borsetta a una signora e poi dentro un negozio a prender pizzo... E poi mentre incassa un ricavato senza tassa e mentre vende una bustina ad un ragazzo...la giungla dei ladri e dei furfanti lo inghiotte con violenza senza pena. "Ma mio padre è quello là?" Non cede il diavolino e passa avanti.

Un teatro a un certo punto, lo attira e lo richiama... Tanta gente è seduta ad ascoltare, ammirata e attenta, quella figura in fondo alla sala che urla e impreca, promettendo e predicando che un giorno, grazie a lui, tutto questo finirà. Ecco il padre! Questo è proprio lui!
Finalmente in mezzo a tanti non si sbaglia il diavoletto, ha trovato il satanasso, riconosce le parole inzuccherate e ingannanti. Lo conosce e non lo molla, gli si aggancia nella coda, mentre è avvolto dalla folla.


Moffoletta e Sfilatino