sabato 12 marzo 2011

frasi celebri (24)

pitecschoolOccorre persuadere molta gente che anche lo studio è un mestiere, e molto faticoso, con un suo speciale tirocinio, oltre che intellettuale, anche muscolare-nervoso: è un processo di adattamento, è un abito acquisito con lo sforzo, la noia e anche la sofferenza. … Occorrerà resistere alla tendenza di render facile ciò che non può esserlo senza essere snaturato.”

Antonio Gramsci

martedì 8 marzo 2011

e ho un marito intelligente


Oggi è l'8 marzo ed è festa.

La città è tappezzata di personaggi che ti vendono a prezzi esorbitanti mimose che sembrano dello scorso anno.

In ufficio, colleghi, che durante l'anno non ti guardano in faccia ma altrove, si presentano e ti dicono "auguri!"come se fosse il tuo compleanno.

Tutti ti offrono servizi vari a prezzi abbordabili: il parrucchiere, il ristorante, il supermercato, eccetera.

E noi?

Che facciamo noi?

Ce ne andiamo al ristorante senza i mariti -non tutte, ovviamente- ma dopo averli sistemati per benino, in modo che abbiano cibo e bevande a sufficienza sino al nostro ritorno, stimato nelle tre ore successive.

Per non parlare di quelle che frequentano i locali di spogliarello maschile ... eccetera.

Lungi da me dire che la festa della donna dovrebbe essere ogni giorno perché siamo brave;

-perché riusciamo ad occuparci bene di tutti i membri da 0 a 90 anni della nostra famiglia -un po' meno bene di noi stesse-;

-perché lavoriamo dentro casa e fuori casa senza fare mancare nulla, sentendoci pure in colpa dal momento che trascuriamo i nostri figli -ma li abbiamo fatti da sole o con i nostri compagni? e perché non se ne dovrebbero occupare anche loro?-

-perché, se è necessario, siamo disposte anche a trasferirci per seguirli, ma è raro che accada il contrario;

- perché, se occorre, ci aggiustiamo il ferro da stiro o attacchiamo quadri o simili amenità, ma la lavatrice rimane un mostro che i nostri uomini non combattono perché-poveretti- già impegnati sul fronte televisore o PC.

Già tutto risaputo.

Vi voglio pertanto provocare:

ma se siamo tanto brave, perché alcune continuano ad andare a letto con chiunque pur di avere un posto o un avanzamento di carriera?

Perché, raggiunto il vertice, ci comportiamo come gli uomini o anche peggio di loro?

Perché spesso siamo nemiche tra noi?

Mi capita, a volte, di lamentarmi perché i miei gemelli in fase preadolescenziale siano di umore mutevole. Ottengo sempre risposte tipo: non hai ancora visto niente, ci siamo passate tutte e similari.

Ma se mi deste un consiglio, un suggerimento su come fare, no,eh?

Cos'è, una gara? Io l'ho superata, ora tocca a te? La maternità in carriera!!!!

Dal momento che io non lavoro fuori casa, vengo o invidiata o schifata.

Nel primo caso, perché sono padrona del mio tempo.

Oddio, non me n'ero accorta di tanta libertà!!! Ho tre figli da ritirare da scuola a tutte le ore, perché in questa città il tempo pieno è un'utopia; il pomeriggio ho il rito dei compiti e delle attività extrascolastiche, compresa la frequentazione dei compagni. Trascuro tutto ciò che occorre per la gestione della casa, di cui mi devo fare carico perché"non lavoro fuori casa". Trascuro il fatto che, non lavorando, il budget è ridotto e la baby sitter è solamente per le emergenze.

E ho un marito intelligente.

Sono schifata da parte delle lavoratrici, perché “facciamo le stesse cose che fai tu, ma con meno tempo disponibile!”

Ragazze, non posso cambiare il corso della mia vita, non vi posso spiegare le ragioni dello status in cui mi trovo, e non lo ritengo importante.

Ma, per me e per tutte le altre, vi chiedo di comportarvi da donne e non da stupidi maschi stressati: riappropriamoci della capacità di guardare dentro le cose, non giudichiamo e non invidiamo.

Buona festa a tutte!!!!

sabato 5 marzo 2011

Il Marocco in due x due (VIII giorno)

venerdì 15 agosto - ottavo giorno

Marrakech - Eassouira



Oggi il caldo non è così opprimente, è solo soffocante. Dopo aver fatto colazione e controllato i deludenti risultati della schedina marocchina, partiamo per Essaouira. Prima però vogliamo vedere la piazza Djema el Fna di giorno.


E' sempre affollata e caotica, ma mancano i distributori di salmonella, ossia le bancarelle fast food dove abbiamo cenato ieri sera. Per fortuna sono presenti quelli che offrono il microbo ibernato nel ghiaccio dell'aranciata.


In un baleno troviamo la strada che ci condurrà a Essaouira in meno di due ore.


Dopo centoventi minuti, infatti, avvistiamo l'enorme distesa dell'oceano Atlantico. Qui fa quasi freddo . La spiaggia è immensa e piena di marocchini in vacanza. Il mare non è molto invitante a causa del colore (beige) e del suo stato di agitazione. L'albergo Tafout è modesto , ma possiede eleganti saloni e ampi luoghi di vita comune. Per questa sera è previsto il buffet. Siamo emozionati per l'avvenimento.


La nostra stanza si affaccia su una zona che ci ricorda Romagnolo e i bagni Virzì. Qua e là cumuli di terra scaricata abusivamente da camionisti frettolosi, poi rottami di auto e cani rognosi che gironzolano in cerca di immondizia. Usciamo per fare una passeggiatina di perlustrazione.


Il paesino è un gioiello. Pulito, ordinato e salubre. I commercianti dialogano alla pari con i clienti senza stress e avidità. Anche i turisti sono docili e rilassati. Sorseggiano tè e masticano corna di gazzella (dolce tipico ndr) nei numerosi bar dislocati in eleganti e fascinose piazze chiuse al traffico.


Visitiamo i negozi come se fossero salottini di amici pronti ad ospitarti per un tè. Chi ci parla della sua lontana terra, chi delle sue gazelle (donne n.d.r.), chi addirittura dorme adagiato su comodi kilim in attesa di un gentile cliente che lo desti amorevolmente come il principe con la bella addormentata nel bosco. Ci sentiamo Alici nel paese delle meraviglie.


Rincuorati da tanto calore umano, risaliamo in auto per esplorare la costa a sud di Essaouira . Ci imbattiamo nel paesotto berbero di Diabet o Diabat. Sono 10 o 12 case senza significato. Però Jimy Hendrix è passato di qua. E tutti sono felici di questo.


Alle 20,05 ci precipitiamo al buffet. C'è già la coda dei clienti che non vedevano l'ora che arrivassero le otto


Tutti i locali dell'hotel sono invasi dal fumo delle sarde arrostite. Infatti lo chef ha pensato di fare cosa gradita agli ospiti accendendo la brace nella sala da pranzo.Con le finestre chiuse


Riempiamo i nostri piatti con insalate, pollo, riso, caponata, sarde arrostite (ovviamente), pomodori imbottiti e ci andiamo a piazzare vicino la finestra. Che apriamo. Accanto a noi una coppia di italiani (il gigante padano e la sua donna) che si lamentano per il fumo puzzolente che li investe in pieno.


Dopo cena torniamo in città a piedi lungo la spiaggia brulicante di festosi magrebini in vacanza. C'è pure un luna park con un autoscontro circondato da decine di curiosi. Ma il curioso è che ciò che guardano sono delle macchinine assolutamente ferme che quindi non si scontrano. Questo, per loro, è molto divertente.


Decidiamo di prendere il solito tè alla menta all'hotel Al Riad Medina. Al piano terra c'è un terrazzino-cortile mozzafiato per la sua bellezza. E' l'apoteosi dello stile orientale, del relax e del fascino. Tutto è perfetto. Anche i clienti sono bellissimi. Elio ed io progettiamo di tornare qui in futuro con le nostre donne (future). Ad un certo punto arriva un signore con impermeabile beige e portamento fiero. Immaginiamo si tratti del gestore della locanda. Poi scopriamo che in effetti si tratta del commissario di polizia. La sua faccia ci ha ricordato quella di Mohammed Alì degli anni '60.


Chiamiamo il cameriere. Sorride sempre, ci confida di essere molto stanco. Ed infatti il tè ce lo porta 45 minuti dopo averlo ordinato.


Ma non tutti i clienti si comportano bene . Accanto a noi un francesone raccatta tutte le patatine fritte lasciate nei piatti del tavolo vicino e le fa mangiare alle sue amiche che invece di schifiarsi ridono. E' una scena da quark: il saprofita che nutre le sue femmine.


Tornando in albergo passiamo dal porto. Qui scopriamo il luogo dove i pescatori arrostiscono il pesce scelto dal cliente . Uno di loro ci chiama. Assomiglia a Toninho Cerezo.


Anzi qui tutti assomigliano a Toninho Cerezo ed hanno un accento portoghese. E' evidente che il calciatore carioca sia passato da queste parti 25-30 anni fa e che si sia divertito parecchio.


Dimenticavamo di dire che questa è soprannominata la città del vento, ma noi preferiamo chiamarla il villaggio della bufera gelida visto che la brezza estiva si è trasformata in grizzly.



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sabato 26 febbraio 2011

noi che


il 28 Gustavo Thoeni compirà 60 anni!

LA VERGINE CUCCIA

di Giuseppe Parini -

Ahi, fero giorno! allor che la sua bella
Vergine cuccia de le Grazie alunna,
Giovanilmente vezzeggiando, il piede
Villan del servo con gli eburnei denti
Segnò di lieve nota: e questi audace
Col sacrilego piè lanciolla: ed ella
Tre volte rotolò; tre volte scosse
Lo scompigliato pelo, e da le vaghe
Nari soffiò la polvere rodente:
Indi i gemiti alzando, aita aita
Parea dicesse; e da le aurate volte
A lei la impietosita eco rispose;
L'empio servo tremò; con gli occhi al suolo
Udì la sua condanna. A lui non valse
Merito quadrilustre: a lui non valse
Zelo d'arcani ufici. Ei nudo andonne ...

mercoledì 23 febbraio 2011

Ladri


-" Ma lei, quando esce da casa, torna indietro sui suoi passi per controllare se ha chiuso bene la porta d’ingresso? "– La domanda aleggiava nell’ambulatorio in attesa di risposta mentre guardavo con maleducato stupore il medico.

Fra me e me pensavo: ma che razza di relazione può avere questo con i miei problemi respiratori. Naturalmente la domanda nel mio cervello prendeva forma con termini più coloriti e folkloristici e, per questo, meno riferibili. – E allora? – incalzò l’illustre broncopneumologo, amico di un amico.

Ancora un attimo, compresi e risposi: no, non sono depressa, ho solo male ai bronchi.

Oggi, a distanza di anni, superati i disturbi bronchiali causati dal fumo grazie all’aiuto di un anonimo medico ospedaliero, davanti alla porta d’ingresso della mia nuova casa, porta che mi sembra irrimediabilmente aperta, piena di sacchetti della spesa, stanca dopo un giorno di lavoro, furibonda con tutto il sistema solare e parte della nostra galassia mi tornano in mente le parole del broncopneumologo illustre, luminare della scienza medica amico di un amico, e mi chiedo: mi sono accertata stamattina di aver chiusa la porta di casa?

Anche in questo momento il mio cervello ragiona e parla come uno scaricatore diporto; ma io mi sforzo, educatamente, di tradurre il tutto in lessico da collegio svizzero. Che fatica!

Alle sette di sera potrei rispondere indifferentemente di si come di no: chi diavolo se lo ricorda più se l’ho chiusa questa benedetta porta.
In fondo mi aiutava il luminare della scienza medica a mettermi in guardia dai pericoli della presunta depressione: fossi solo un po’ più depressa mi sarei accertata stamattina di aver chiuso per bene questa benedetta porta di casa. La depressione ha, infine, i suoi vantaggi!

Comunque sia la domanda è: se non ho chiuso la porta essa è rimasta aperta da stamattina e chissà chi è entrato a fare man bassa. Se invece l’ho chiusa, allora è stata aperta da qualcun altro che è entrato a fare man bassa. Rapido calcolo, veloce e febbrile lavorio di quei pochi e sbiaditi neuroni che mi rimangono nel cervello e concludo che, qualunque cosa sia accaduta, la porta è aperta e qualcuno è entrato a casa mia: panico!

Per un carattere ottimista come il mio la possibilità che nessuno, invece, vi abbia messo piede è subito esclusa con dogmatismo aristotelico-tolemaico.
Quadro algebrico di insieme: un sacchetto della spesa nella mano destra + un ombrello gocciolante, ulteriore sacchetto della spesa (mangio troppo) e borsa da lavoro in quella sinistra + borsa da femmina metropolitana postmoderna a manico lungo pervivacemente scivolante lungo la spalla + capello bagnato incollato in testa stile anni venti che proprioamecolfaccionechemiritrovostamalissimo!!! + giornata di furori e passioni al lavoro + più ladri in casa = voglio la mamma!

Calma e ricomporsi altrimenti così conciata corro il rischio di fare la comparsa, se non la protagonista, in un film di Lars von Trier. Il mio cervello pensa già al titolo: “le onde del destino che travolgono il funzionario tecnico dell’ente pubblico che danza nell’oscurità (l’Ente, non il funzionario tecnico) sulla piazza della città dei cani e con i ladri in casa”. Chissà che successo a Cannes!

Butto ciò che ho in mano sul ballatoio, tranne la borsa scivolante sulla spalla, quella dei documenti, del bancomat ect dalla quale mi separo solo per andare a letto tale è il panico di perdere tutto, e suono alla dirimpettaia.

Data l’ora mi apre il marito con la faccia di chi si è alzato per forza dalla poltrona dove obnubilava la sua mente con il solito quiz a premi in TV. Mille scuse per il disturbo e una concitata spiegazione della situazione. Il dirimpettaio mi rassicura, si allontana un attimo, ritorna sull’uscio e impugnando una pistola si avvicina all’ingresso di casa mia e da un calcio alla porta che si apre. Non era neanche tanto obnubilato, considero.

Cerco con tutte le forze di non dimostrare il terrore che provo alla vista di quell’arma (abusiva?) e con un filo di voce, pescata non so dove, dico: si fermi, chiamo la polizia.

Per fortuna il dirimpettaio non ha nulla da ridire e non mi spara.
Chiamo il 113 cercando di spiegare, con la poca coerenza che mi rimane, il fatto. In attesa del la polizia rimango sul pianerottolo (non oso entrare in casa) nello stato prima descritto con l’aggravante che adesso siamo una decina: a me e al dirimpettaio si sono graziosamente aggiunti la moglie e i due figli e gli inquilini degli altri due appartamenti.

Una piccola e spontanea assemblea di condominio con all’ordine del giorno la sicurezza. E giù con: i tempi non sono più quelli di una volta, bisogna fare la voce grossa con l’amministratore, mascalzoni cosa speravano di trovare in casa di una “povera donna sola”, bisogna ritornare al portiere, no il portiere no costa troppo lo paghi tu? e messa cantando.

Li guardo e mi vedo protagonista dell’angelo sterminatore di Bunuel con la sceneggiatura riscritta a due mani dall’Antonioni di Deserto Rosso e dal Resnais dell’Anno scorso a Marienbad.
Kafka in confronto era un principiante.

Nel frattempo vorrei essere sul pianeta Papalla con i pupazzi di Testa, almeno quelli me li ricordo muti.
Riesco ad estraniarmi e cerco di fare previsioni su cosa mi avranno rubato; più ci penso più mi rendo conto che a casa mia non c’è niente da rubare. Basta avere presente la tipologia media delle case in affitto già arredate e chiunque si può rendere conto di ciò tranne, naturalmente, io, troppo coinvolta al momento.

A mente lucida penserei che un ladro che si rispetti neanche ci metterebbe piede in una casa del genere e se, per caso, vi capitasse per errore lascerebbe un biglietto di scuse con qualche banconota di medio taglio per le piccole spese.
Riecheggiano le sirene: eccoli finalmente i poliziotti! Li abbraccerei già solo per la capacità che hanno avuto di fare rientrare tutti velocemente nei loro appartamenti.

Il più anziano dei due entra per primo, io per ultima. Accendiamo la luce e non emerge nulla di strano nell’ingresso. Con molta cautela e in silenzio entriamo nel soggiorno e nell’adiacente cucina, anche qui tutto a posto come nel balcone.

Soltanto Ercolino, il fancazzista gatto tigrato che sfrutta il mio stipendio per alimentarsi, protesta risentito per essere stato svegliato dallo stato letargico in cui bivacca fra un pasto e l’altro.
Il bagno è esattamente come lo avevo lasciato.

Entriamo infine in camera da letto: è qui che si manifesta in tutta la sua cruda realtà il vero disastro. Il letto è disfatto, l’accappatoio è buttato malamente sulla poltroncina, ai piedi del letto si riversano mollemente i collant del giorno prima e sul letto si trova di tutto: libri, giornale, sveglia, foulard da lavare, camicia da notte e vestaglia, e adesso pure Ercolino che non vedeva l’ora di spalmarsi sul letto.

- Si, qui c’è stato qualcuno – commenta con divertita ironia il poliziotto. Io non oso guardarlo: sono rossa sino alla radice dei capelli.
A dirla in breve, in casa non è entrato nessuno e sono stata io stamattina a dare i giri di chiave alla porta senza accorgermi che non l’avevo accostata del tutto. Fortunatamente i poliziotti sono comprensivi ed hanno un gran senso dell’umorismo contrariamente a me che al momento ho lo stesso senso dell’ironia che avrà avuto Robespierre davanti alla ghigliottina, venuto il suo turno.

Che dire. Certamente non sarà un problema sostenere le occhiate irridenti dei miei coinquilini: dopo un mese dimenticheranno l’accaduto, salvo citarlo per dare un senso alle serate invernali a cena con gli amici. Certamente, per depressione o per sicurezza, ritengo bene supremo, quando si esce da casa, controllare se la porta è stata accostata e chiusa bene: se non altro servirà a non fare cattive figure con la polizia.

Quanto al luminare della scienza medica, illustre broncopneumologo amico del mio amico, se lo incontro di nuovo gli mollo un calcio nei cabassisi così impara a fare psicologia da bar con una che, in fondo, aveva bisogno solo di un buon antinfiammatorio per le vie respiratorie primarie.

Torino 20/02/2010 Maria Gullo

martedì 22 febbraio 2011

dal sito del Team Italia di Kiva


come sono diventato un prestatore di Kiva

Iniziamo a pubblicare le storie dei prestatori di Kiva del team Italia con Pippo Vinci, da Palermo.

Nell’anno 2002 ho iniziato a lavorare presso un ufficio della Regione Siciliana che si occupava di cooperazione decentrata. In pratica la cooperazione internazionale gestita dagli enti locali (comuni, province e regioni). Lì si facevano bandi per distribuire soldi (molti soldi) ad ONG ed ONLUS che volessero progettare interventi nei paesi in via di sviluppo.

Io partecipavo a tutte le fasi, dalla stesura del bando , alla istruttoria delle progetti, alla graduatoria finale, alla verifica dei bilanci preventivi e dei rendiconti finali.

Un dato evidente saltava agli occhi. In ogni progetto, su 100 euro di spesa almeno 40 se non 60 servivano per il funzionamento della stessa organizzazione : missioni, trasporti, conferenze di presentazione, congressi, performance di apertura e di chiusura, viaggi di verifica, ricerca del partner e monitoraggio, corsi di formazione in Italia ed in loco, pubblicazioni, manifesti e locandine. Ora che ci penso a volte questi costi superavano il 70 % del budget. Il tutto per costruire un pozzo, o una tettoia per animali, un ambulatorio per un villaggio, ma spendendo il necessario per realizzare un acquedotto, un intero allevamento o un piccolo ospedale da 25-30 posti letto.

Tentai di cambiare impostazione del bando, ma , senza scendere nei particolari della mia vicenda, le mie intenzioni non trovarono mai una applicazione concreta ed il necessario aiuto “politico” con il risultato che “fui costretto” a cambiare settore.

Negli stessi mesi acquistai un libro ancora poco noto: “il Banchiere dei Poveri” di Mohamed Yunus . Libro che trovai meravigliosamente vicino alla mia idea di “cooperazione”. Da lì a poco incontrai anche Kiva.

Oggi sono al mio 29° prestito.

Grazie a Kiva

pippo vinci

domenica 20 febbraio 2011

Il Marocco in due x due (7 giorno)


Giovedì 14 Agosto 1997 - settimo giorno

Cristhina

Sono le 8,45. Pippo non si alza. E' vivo, ma vorrebbe essere morto. Quando si alza non controlla i suoi movimenti e sbatte la testa contro un ferro sporgente dentro l'armadio. Elio prende il container con i suoi medicinali e tira fuori amuchina e cotone. Il taglio non è profondo, ma forse alle berbere piacerà.

Colazione e bagno in piscina

Mentre sorseggiamo bibite e caffè al bar della piscina, Elio dice che secondo lui questa è la città più bella del Marocco. La vita in piscina è movimentata da orde di bambini multietnici che fanno caciara e si spingono a vicenda per buttarsi in acqua e affogare.

Ne contiamo trenta. Notiamo che gli uomini bianchi stanno lontani dall'acqua sdraiati sull'erba sotto le palme. I neri e i mezzosangue, invece, affollano le acque e le sponde.

Pippo dice che il bagnino calvo è molto bello. Elio invece vuole conoscere una grassona. Ma l'attenzione dei due viaggiatori viene catturata da alcuni ragazzi sicuramente membri della dinastia dei Pas de Phosphor. I loro sguardi tradiscono il vuoto che c'è nei loro teschi, ma in compenso sono circondati da donne di tutti i colori.

Individuiamo pure il capo . Non è stato molto difficile capire che era lui il leader. La sua espressione lo ha tradito. Ci lancia uno sguardo forse per capire se siamo come lui. Poco dopo esce dallo spogliatoio vestito come un tascio. Ci guarda di nuovo. Forse capisce (!?) che noi lo stiamo sfottendo da due ore . Poi se ne va.

Tutta la giornata trascorre ai bordi della piscina come succede alle zebre di quark.

Elio si occupa pure di trovare un albergo ad Essaouira, nostra prossima meta.

Pranziamo sempre lì sull'erba ai bordi della piscina. La nostra postazione non ha nulla da invidiare a quella degli altri marocchini. Siamo infatti circondati da tovaglie, guide, occhiali da sole, sandali, bottiglie di tutto, cicche fumate , pantaloncini, magliette , penne , cartoline, francobolli e ,(qui sta la differenza), Corriere della Sera. Abbiamo occupato circa due tumuli di prato. Gli altri bianchi ci guardano con disprezzo

Torniamo in camera e ci addormentiamo . Pippo calcola che oggi è stato alzato 6 o 7 minuti in totale.

Finalmente alle 19 usciamo per fare il giro della città in taxi. Ci accompagna Mamoun il tassista . E' di Marrakech e ci conduce in giro per la città mostrandoci un po' di tutto. Ora ci sentiamo a posto con la coscienza. Oltre che la piscina del Safir conosciamo anche i muri di Marrakech.

Alla piazza Djema el Fna ci sediamo in un Fast Marocc Food. Si tratta in effetti di una bancarella (la numero 54) al centro della piazza. Al centro i cuochi e i cibi da cuocere. Tutt' intorno i clienti zona cucina. Troviamo posto sottovento e quindi ci impuzziamo. Notiamo che quando la gente si alza, i resti vengono catturati con rapidità da mendicanti affamati che sostano nelle vicinanze come avvoltoi . Facciamo una foto.

Elio si beve tre spremute di arancia . Poi si ferma a riflettere e conclude terrorizzato che l'inoculo della salmonella potrebbe nascondersi nel ghiaccio dell'aranciata Stasera dose massiccia di Enterogermina strong. Pippo , invece , si beve un tè speziatissimo al ginseng e cannella. Il tearo gli ha detto all'orecchio che quella è una bevanda molto afrodisiaca e per farsi capire fa il gesto marocchino della fottuta con il braccio destro .

Al souq Elio compra una canna attorcigliata che serve per pulirsi i denti. Pippo dice che questo metodo non sarà molto efficace visto l'elevato numero di dentisti . Elio non si da' per vinto, sfila una striscia di canna dall'involucro e se la strofina sui denti abradendoseli irrevrsibilmente.

Oggi la temperatura ha sfiorato i 42 gradi. Ma questa sera già si sta meglio. Torniamo in hotel e decidiamo di sederci al bar ai bordi della piscina. Ma Toni Sperandeo ci dice che il servizio è finito. Ci accorgiamo , però, che il marpione continua a servire le signorine. I maschi possono morire di sete.

Elio alle undici va in camera in attesa di Mamoun che deve portargli un po' di legmì. Il Legmì è una bevanda semi alcolica e dolciastra che i berberi ricavano dalla fermentazione del succo di palma. Non si trova in commercio perchè "in teoria" l'alcool non è consentitio tra gli islamici. E così se ne trova in abbondanza dalle produzioni "casereccie". Certo non è una grande bevanda, molto dolce e poco alcolico. Una specie di Cherry sventato ma basta per sentirci ancora di più marocchini laici e trasgressivi!

La serata sembra finita e così Pippo ed Elio chiacchierano e fumano seduti al terrazzino della stanza 536 godendosi il clima che in questo momento ha concesso una tregua . Ad un certo punto sul balconcino accanto , nella penombra della notte, Pippo scorge la figura di una giovane donna dai lunghi capelli . E' nuda, fuma e beve. Saranno gli effetti del legmì? No, è tutto vero.

Pippo lo comunica a Elio che è voltato di spalle e non può godere. Elio spiega la situazione a Pippo : trattasi di giovane pulla a caccia di clienti . Infatti la presunta giovane pulla si riveste e va all'attacco. Ha una voce sensuale.

Dice di essere brasiliana, di chiamarsi Cristina e di sentirsi maledettamente sola. Pippo mostra di accogliere l'invito , ma Elio lo blocca -" ti ho detto che è una pulla ". Così decidiamo di perdere tempo finchè la giovane donna ci dice che siamo due finocchioni e se ne va.

Elio , che sa sempre tutto di pulle, dice che è scesa giù a cercare clienti meno finocchi di noi. Ed infatti dopo un'ora , sul balconcino di Cristina, appare un omone nero nudo che viene barcollando verso di noi. Pippo gentilmente lo saluta con un galante bon soir. Lui risponde a modo suo pisciando prima sui fiori alle spalle di Elio e poi fuori dal balcone. Finita la pisciata non dice nulla e torna dalla sua Cristina.


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giovedì 3 febbraio 2011

Il Marocco in due per due (6° giorno)


mercoledì 13 agosto 1997 - sesto giorno

Cascade d'Ozoud - Marrakech

Marrakech , ore 21,45. Due cadaveri sono seduti alla terrazza del restaurant Cafè de France in piazza Djema El Fna : siamo noi. Nonostante apparentemente siamo due splendidi quarantenni, abbiamo la pressione a 15 e ci troviamo in uno stato di apatia / afasia che comincia a preoccuparci.

Da qui dominiamo la famosa piazza dove migliaia di persone mangiano, ballano, suonano, vendono, comprano e se la fissìano. Questa vista , questo spreco di energia con una temperatura di 38 gradi basta per prostrarci. Stiamo interrogandoci sulle possibili cause di tale situazione. Elio non vuol sentir parlare di età . Ripassiamo mentalmente gli avvenimenti della giornata appena trascorsa.

Dopo la sveglia all'hotel du lac, facciamo per la prima volta colazione in albergo. E abbiamo atteso il più fetente per deciderci. Al ristorante ci fanno compagnia due ingegneri della diga forse venuti fin quaggiù per controllare se lo sbarramento abbia delle lesioni. Ci rendiamo conto che questa notte abbiamo dormito sotto la diga rischiando il Vajont 2. Sopra di noi ha dormito un lago immenso.

(scrivo queste righe ai bordi della piscina dell'hotel Safir di Marrakech mentre Elio studia la nostra prossima meta, Essaouira, ricostruita dall'ingegnere francofono Cornut)

Ma torniamo alla mattinata di ieri . Dopo aver fatto colazione partiamo alla volta del posto più affascinante esistente nei paraggi : le Cascade D'Ozoud. Un posto incantevole , secondo i nostri sacri testi.

Il caldo si fa sempre più caldo e lungo la strada spuntano, qua e là, bambini e bambine che vendono cose strane: cespugli, pietre, sacchetti di munnizza. Di tanto in tanto ci imbattiamo in gruppetti di familiari o semplici amiconi che passeggiano approfittando della bella giornata di caldo torrido e fanno la spola tra una roccia arroventata ed un cespuglio rinsecchito.

Passiamo da Azilal, un paesino ideale per trascorrervi le vacanze . Infatti da alcune foto, che mostrano il paese imbiancato di neve in inverno, deduciamo che qui fa freddo d'inverno e caldo d'estate . Mentre Elio fa la solita telefonata da cummenda, Pippo gironzola tra le strade infuocate di Azilal e nota un tizio seduto al bar che non ha fatto il cambio di stagione e indossa una pesante giacca a vento con bavero imbottito alzato a protezione del collo. Elio dice che in effetti questo è un buon metodo per ripararsi dalle temperature roventi del deserto. Intanto , però, mette al massimo l'aria condizionata.

Finalmente arriviamo alle cascate. Dopo avere trattato con i piedi una guida, ci godiamo un caffè in un bicchiere sporco. Tanto sporco che Elio non beve. In cambio , per non dare nell'occhio, chiacchiera con l'hotelier locale. I due si trovano d'accordo su tutto e alla fine diventano amici.

Le cascate sono stupende. Più dall'alto che dal basso. Qui , infatti , si viene a contatto con la lordìa e il bordello. Man mano che si scende si attraversano accampamenti di villeggianti locali che hanno in comune il fatto che non si lavano e buttano immondizie ovunque. Per passare sull'altra sponda (che appare meno sudicia), usiamo un traghettino a tre posti costruito artigianalmente con tavole di legno e bidoni di plastica.

Lo conduce un Caronte locale che alla fine della giornata diventerà ricco. Ci divertiamo ad osservare giovani marocchini che si lanciano da grandi altezze. Pippo decide di bagnarsi. Elio non ci pensa neanche. L'acqua è gelata , torbida, melmosa e sicuramente satura di mitseriosi germi patogeni

Alle 16 in punto (comme d'abitude) ripartiamo verso Marrakech. Indecisi su quale strada percorrere ripassiamo tre volte dallo stesso bivio . Alla fine decidiamo per la via più tortuosa , ma più breve, incoraggiati da una giovane coppia di francesi che ci consiglia di fare il contrario. Arriviamo a Marrakech alle sette passate e subito siamo costretti a respingere una guida in mobilette. Ci segue ovunque , ma la nostra esperienza ci consente di seminarla.

Troviamo l'hotel Safir.

Dopo una soddisfacente cena al Cafè de France, facciamo una passeggiata per la piazza Djema el Fna. Beviamo una aranciata (fredda, finalmente) e mangiamo alcune mandorle, un frutto che qui è usato a scopo alimentare e non ornamentale come avviene nell'altopiano di Taza.

Pippo mostra segni di sfiducia e di malaria . Si fa forte e ascolta con pazienza il racconto in arabo di un vecchio cantastorie che ha radunato intorno a se una folla di fannulloni.

Poi i due assistono ad uno sketch di due comici locali che si pestano i piedi. Ridono tutti, tranne noi due, non per razzismo, ma per pietà!

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domenica 30 gennaio 2011

U' tichirichì

prima di leggere queto articolo è consigliabile godersi quello che trvate appena sotto dal titolo "la dignitosità del dolore" nel quale è contenuto il termine che qui viene spiegato

Tichirichì è un termine quasi onomatopeico che indicherebbe una crisi nervosa
con movimenti spasmodici. Ad onor del vero, non so nemmeno se esiste nella
terminologia del nostro dialetto, ma sicuramente esiste nel linguaggio della
mia famiglia.

Ricordo che mio nonno, eroe della prima guerra mondiale e per questo insignito
del titolo di Cavaliere del Regno all’onor militare, ogni tanto non controllava
i movimenti del corpo, una sorta di tic nervoso temporaneo, dovuto al fatto che
durante la guerra, sul massiccio della Marmolada, fu colpito in testa da una
granata che gli fece saltare parte della calotta cranica, e quando capitavano
queste crisi, io che ero più piccola mi scantavo da morire, i miei cugini
grandi più abituati al fenomeno, dicevano che il nonno aveva il tichirichì.

antonella gullo

sabato 22 gennaio 2011

la digninosità del dolore


Quando tutti i suoi figli arrivarono, Mastro Totò era già bell’impustato, grapiu un occhiu, cull’avitru a pirtusu si accertò che Ancilina un fussi sula e nto corpu spirò!

Inaspettato arrivò il tragico evento, dopo vent’anni di sofferenza, nessuno si dava pace: Totò aveva solo novant’anni.

Totò Totò – urlava Ancilina – mi lassasti sula ‘nta stu munnu!

Ancilina e Totò avevano avuto cincu figli fimmini, tutte e cincu maritate, quinnici niputi e tri pronipoti. Arrizzavanu veru i carni a sapiri Ancilina sula!

Ancilina vestiu Totò cu un abitu eliganti, fici sistemare il feretro nella stanza chiù bella cominciò a pregare e ripitia a tutti a stessa cosa: - u viri comu u vinisti a truvari? Ma tu t’aspittavi?

No Ancilì, arristavu basita quannu mu rìdissiru! Ma coraggiu a vita continua.

Totò Totò, iu pi ttia vogghiu u megghiu, picchì tu meriti, travagghiasti na vita e ora t’accattu u postu chiù bellu du cimiteru!

La figlia più grande, che soffriva con dignitosità , le ricordò, sottovoce, che Totò ci avìa già pinsatu iddu e che il posto al cimitero lo aveva di già, e chi ddissi da mischinedda?

Si scatenarono le ire dell’inferno, le urla squarciarono il silenzio della notte, Ancilina cominciò a fari comu na foddi – è cosa mia Totò, e fazzu chiddu chi dicu iu, Totò avi aviri u megghiu du megghiu! Totò Totò dicccillu tu e parra!

Ma Totò unni vosi sapiri nenti d’arrispunniri, anche se si temette che Totò potesse rispondere – A vuliti finiri ca i cristiani a st’ura dormunu?

Ma totò, per fortuna, un arrispunniu – Totò parra biniditti DDiu! – continuava a gridare Ancilina ma si rese conto che Totò non avrebbe mai risposto, fu allora si fece venire u tichirichì!

Antonella Gullo

(l'illustrazione "il momento del trapasso" è di Giovanni Gugliotta)


ed ora.....in italiano

Quando tutti i suoi figli arrivarono, Mastro Totò era già sistemato, aprì un occhio, l’altro piccolo come un buco. Si accertò che Ancilina non fosse sola, e spirò

Inaspettato arrivò il tragico evento, dopo vent’anni di sofferenza, nessuno si dava pace: Totò aveva solo novant’anni.

Totò Totò – urlava Ancilina – mi ha lasciata sola in questo mondo!

Ancilina e Totò avevano avuto cinque figlie femmine, tutte e cinque sposate, quindici nipoti e tre pronipoti. Veniva la pelle d’oca a pensare che Ancilina era rimasta sola!

Ancilina vestì Totò con un abito elegante, fece sistemare il feretro nella stanza più bella, cominciò a pregare e ripeteva a tutti la stessa cosa: - lo vedi come lo lo hai trovato? Ma tu, te l’aspettavi?

No Ancilì, sono rimasta basita quando me lo hanno detto! Ma coraggio la vita continua.

Totò Totò, io per te voglio il meglio, perché te lo meriti, hai lavorato una vita e ora ti compro il posto più bello del cimitero!

La figlia più grande, che soffriva con dignitosità , le ricordò, sottovoce, che Totò ci aveva già pensato lui e che il posto al cimitero lo aveva di già. E che disse quella poveretta!?

Si scatenarono le ire dell’inferno, le urla squarciarono il silenzio della notte, Ancilina cominciò a fare come un apazza – è cosa mia Totò, e faccio quello che dico io. Totò deve aver il meglio del meglio! Totò Totò diglielo ti, parla!

Ma Totò non ne volle sapere niente di rispondere , anche se si temette che Totò potesse rispondere – la volete finire che le persone a quest’ora dormono?

Ma totò, per fortuna, non rispondeva – Totò parla benedetto Iddio! – continuava a gridare Ancilina, ma si rese conto che Totò non avrebbe mai risposto.
F
u allora si fece venire u tichirichì!

********

n.d.t. = scusate il finale misterioso, ma io non so proprio cosa sia u tichirichì e così aspettiamo che ce lo spieghi Antonella in persona!


lunedì 27 dicembre 2010

I pipi ‘ammuttunati

I pipi ammuttunati, su troppu belli di manciari, ma cchiananu e scinnunu comu u mastru i l’acqua.

A tempi antichi, verso i primi del novecento, nelle campagne del comprensorio Monrealese, c’era una vera e propria guerra dell’acqua irrigua, gli anziani raccontano che u Menzagnu (Belmonte Mezzagno) si vulia futtiri l’acqua di Murriali e du Parcu, tra fatti e fattacci ci appizzò i pinni Don Gaetano Millunzi u parrinu chi dicia Missa a Cersa (Real Celsi, una contrada monrealese che confina con Altofonte), unni avìa puru na casuzza, stu parrineddu quando predicava diceva che finché lui fosse stato in vita nessuno si sarebbe permesso d’arrubbari l’acqua, ma nel 1920 perì per mano mafiosa. Fonti ufficiali attribuisco la sua morte ad altre motivazioni.

Poi, finalmente l’acqua fu consorziata e da qui nacque la figura du guardianu i' l’acqua, un uomo preposto a gestire “l’acqua da vicenna”, e a controllare che nessuno rubasse l’acqua e per tanto, ancora oggi, acchiana e scinni sempri per controllare che tutto sia a posto.

Ecco perché si dice che una cosa indigesta acchiana e scinni comu u mastru i l’acqua, e i peperoni ammuttunati, un sulu acchiananu, scinnunu, ogni tantu abballanu, puru a tarantella ,nta vucca di l’arma.

I peperoni ripieni tradizionali si fanno con il ragù di carne ma io li faccio come mi ha insegnato la Nonna e cioè vegetariani, ma non per questo meno indigesti, anzi!

Peperoni ripieni per 4 persone

4 peperoni di media grandezza

4 patate

2 melanzane nustrali

Per il picpac:

4 cipolle

I kg di pomodori

Pangrattato fresco

Caciocavallo tenero a pezzetti

Caciocavallo stagionato grattugiato

Abbondante basilico

Olio di oliva q.b.

Preparazione:

portarsi avanti con il picpac e quindi, affettare la cipolla farla appassire nell’olio e aggiungere il pomodoro spellato e tagliato a pezzetti salare pepare e far cuore abbondantemente.

Ridurre le patate e le melanzane in una dadolata molto piccola, friggerle separatamente, prima le patate e poi nello stesso olio le melanzane, metterle a scolare in tanta carta assorbente.

In una ciotola, mettere il caciocavallo tenero tagliato a pezzetti, quello grattugiato, il pangrattato, le patate e le melanzane fritte in precedenza, il basilico tritato e amalgamare il tutto aggiungendo due o tre cucchiai di picpac.

Pulire i peperoni e riempirli con la composta che abbiamo preparato, dopodiché soffriggerli delicatamente e adagiarli su una pirofila da forno ricoprirli con il restante picpac e mettere in forno preriscaldato, 200 gradi circa per una ventina di minuti.

Qualche mese fa li ho preparati a casa di mia sorella, chidda di dda ffora, un caro amico piemontese doc l’indomani ringraziava per la cena e a proposito del peperone avanzato riferiva testuali parole:

mi raccomando a quel peperone che è avanzato ieri sera, visto che hai fatto la gnorri e lo hai ammucciato nel frigorifero, ora trattalo bene e bada che non vada sprecato”!

Antonella Gullo

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martedì 7 dicembre 2010

Il Marocco in due x due (5° giorno)

martedì 12 agosto 1997
Meknes - Volubilis - hotel du lac

Sono le 23,30 e siamo sdraiati , finiti (ma fieri di noi) sui letti di un modesto albergo, l'Hotel Du Lac. Vicino la città di Afourer. Lo abbiamo conquistato dopo 6 ore di macchina. La zona offre panorami incantevoli. Almeno lo immaginiamo, visto che abbiamo viaggiato col favore delle tenebre. Gli abitanti del posto mostrano di possedere una intelligenza al di sopra della media marocchina. Anche gli analfabeti sanno indicarti la strada e non confondono la destra con la sinistra.


Questa mattina abbiamo fatto il giro di Meknes con una guida di nome Benedetto

La prima cosa che ci comunica è che nel venire all'appuntamento è scoppato per terra con il motorino procurandosi dolorose escoriazioni. Anche il motore è mezzo distrutto . Inizia il giro. Le cose da vedere sono poche, ma interessanti: il Palazzo Reale con il suo lago, le Scuderie per 12 mila cavalli, la Medersa ed il Mausoleo di Moulay Idriss. Come tutte le guide, anche Ben ci obbliga ad effettuare tappe presso i negozi per acquistare qualcosa su cui lucrare una tangente.


Noi non compriamo neanche un chiodo e lui diventa triste tanto da impietosirci. Alla fine gli daremo il doppio del pattuito: 200 dhiram anziché 100. Lui ci ringrazia, ci racconta un po' di disgrazie della sua famiglia e ci comunica che la sua caduta col motore è stata voluta da Allah per punirlo di una cattiva intenzione : non voleva venire al nostro appuntamento avendo intuito che eravamo turisti taccagni. Pippo gli dice che non deve fare più questi pensieri e che quella caduta è stata solo un avvertimento. La prossima volta Allah sarà più severo. Ben si tocca le palle e ci saluta.


Alle 12 in punto il giro è bello e finito. Elio fa la solita telefonata di lavoro , poi cerchiamo di raggiungere Volubilis, il più importante sito archeologico del Marocco.

La strada non è ben indicata. Per due sigarette un ciclista ci fornisce la corretta informazione. Siamo a Volubilis.


Il caldo è pazzesco , ma Elio , che possiede una cultura più umanistica di Pippo, piscia sulle rovine. Alla casa di Orfeo incontriamo Miguel e i suoi genitori . Miguel vuole lasciare la sua famiglia e cerca di allontanarsi dalla mamma che lo chiama continuamente per mostrargli ora questo ora quello. Seguiamo la tragedia di Miguel che ha 15-16 anni e molta voglia di libertà. Lo ritroviamo a fare l'uomo di Leonardo sotto l'arco di trionfo.


Uscendo dal sito un 40enne dialoga con Pippo . Gli dice che nell' 86 , quando era piccolo (!?), ha partecipato, come comparsa, alle riprese di Gesù di Nazaret di Zeffirelli, ma siccome lui era robusto, Zeffirelli gli faceva fare lavori pesanti e poi se lo faceva.


Andiamo a Moulay Idriss, un bianco paesino aggrappato alla montagna dove sgozzano gli infedeli. E' l'occasione per vivacizzare l'estate alle nostre famiglie che potranno venire qui in Marocco a spese del ministero degli esteri per il riconoscimento delle due salme. Ma invece di tagliarci la gola, i musulmani di Mulay Idriss preferiscono venderci il tè alla menta per 10 Dhiram


Sono ancora le 16,30. Il tragitto si rivela faticoso. Arriviamo a Beni Mellah che ci fa un po' schifo e nonostante l'ora tarda, decidiamo di andare avanti fino a raggiungere l'hotel du lac situato in un incantevole posto secondo la nostra ingannevole guida. Ci fidiamo e proseguiamo. E' già buio, non ci sono cartelli e così lisciamo 3 o 4 volte il bivio.


Finalmente un abitante di Afourer si infila in macchina aizzato dagli amici felici di disfarsene. Il clandestino è analfabeta , ma aiutandosi con i gesti e con suoni gutturali riesce a farci trovare la strada. Si fotte tre sigarette e noi lo lasciamo 3 chilometri lontano da casa sua.


Ad Afourer ceniamo (pollo e chorba), telefoniamo a casa a poi all'hotel du lac per riservare una stanza.Notiamo che qui sono tutti intelligenti. Anche il teleboutiquiere è molto sveglio riesce perfino a trovare il numero di telefono dell'hotel sull'elenco telefonico.


Siamo sorprendentemente circondati da superdotati mentali. Per la prima volta dal nostro arrivo in Marocco, ci sentiamo inferiori ai marocchini. Condizionati da questa inferiorità, non riusciamo a vedere neanche l'albergo pur passandovi davanti.


Arriviamo così, dopo 50 metri , alla fine della strada ai piedi di una diga dove due reclute rincoglionite dicono di non avere mai sentito parlare di questo albergo. Poi ci indicano due direzioni diverse, una a destra l'altra a sinistra. Entrambe impraticabili perché da lì parte una sola strada che va dritto. Riacquistiamo fiducia nelle nostre capacità mentali, ci sentiamo di nuovo superiori agli indigeni e in pochi secondi troviamo l'albergo.

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venerdì 3 dicembre 2010

come commentare i post della Trazzera

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Si aprirà una mascherina alla cui destra troverete un riquadro bianco sotto la scritta "lascia il tuo commento", dove potete scrivere il vostro testo e, se volete, firmarlo con un nome, un soprannome, un nickname, un niente.

2. a questo punto , scendendo giù nella mascherina, vi sarà richiesto di copiare, in uno spazo bianco, una strana e illogica sequenza di caratteri, una parola priva di significato. Questo passaggio è indispensabile e serve per evitare i commenti automatici. Copiando il testo assicurerete alla Trazzera che siete un individuo pensante e consapevole e non un automa

3. ora basta cliccare sulla 3^ opzione proposta : "anonimo"

4. per finire, cliccate sulla opzione "pubblica il commento" ed il vostro pensiero andrà immediatamente pubblicato senza alcun filtro.

grazie

martedì 30 novembre 2010

Il Marocco in due x due (4° giorno)

lunedì 11 agosto 1997 - Taza - Meknes

Siamo appena entrati nella provincia di Taza dopo aver bevuto una taza di caffè in un bar pieno di mosche . Sulla sinistra costeggiamo un immenso lago con acqua chiara . Sulle rive si notano anche delle tende. O sono berberi , o sono bagnanti, berberi.

Abbiamo appreso nei giorni scorsi, da fonti assolutamente inattendibili, che in Marocco non esiste la scuola dell'obbligo.

Attraversiamo zone coltivate intensamente ad olivo . Gli alberi sono belli, sani e allineati. Ai bordi della strada pile immense di meloni, angurie e cipolle . Ma chi se li deve comprare? Tutte!?

A 38 chilometri da Taza passiamo davanti ad una villetta isolata -"Sarà la villa del dentista di Meknes" - suppone Pippo.

Mancano 29 chilometri alla meta e ci imbattiamo in una zona commerciale con negozi di ceramiche . Elio vorrebbe qui comprare - "le famose Tazze di Taza" -

Poi, la vista dell'insegna " Hotel Milano" lo distrae. Non lo si può più trattenere anche perché in quel momento siamo superati da un fuoristrada targato Bergamo. Un mix micidiale di richiami ancestrali che gli fa urlare in perfetto slang bergamasco: "Sotchmer" che vuol dire suca.

(trascorre il giorno)

Meknes ore 23,00

E' stata una delle più belle gite della nostra vita; questo è il parere unanime. Due su due!L
e strade, i posti attraversati e la grotta del Friouato resteranno scolpiti nella nostra memoria.

Giunti a Taza abbiamo fatto la spesa-pic nic al souq dove , la cosa più difficile, è stata trovare i limoni freschi e crudi. Si, perchè qui li vendono cotti e conservati sott'olio come le melanzane. Finchè non li proviamo non possiamo però dire “che fanno schifo!

Poi , carichi di inutili vivande, ci siamo inerpicati per una tortuosa salita lungo i tornanti della quale bambini bellissimi , spuntati dal nulla in questo panorama desertico, vendevano fichi, erbe e collane di mandorle che Elio comprava per ornamento e Pippo se le mangiava.

Salendo, la vegetazione si faceva più fitta,. Le querce diventavano bosco e i poliziotti diventavano guardie forestali. Ad un bivio due di loro ci hanno fermato per darci il benvenuto nella riserva forestale. Ci fanno sapere che lì vicino in inverno si va pure a sciare. Difficile da credere oggi con una temperatura prossima ai 40°. Insomma , poiché la descrizione della bellezza del posto non è facile ed è pure tardi, andiamo direttamente alla grotta.

Siamo all'ingresso della grotta. In una casupola in mezzo ad un querceto c'è un tipo magro magro che sarebbe il custode (?). L'ingresso costa solo 600 lire. Poverini, pensiamo noi, un posto così bello ad un prezzo così da fame. Ci si intenerisce il cuore. Ma il tranello è dietro l'angolo : il magrissimo ci dice che dentro la grotta c'è buio pesto ed allora ci costringe a comprare una piccola torcia elettrica (cadauno) per 18.000 lire. Sempre cadauno.

Non solo, il poverello ci terrorizza dicendo che il tragitto è complicato e pieno di insidie; è quindi indispensabile assumere una guida locale, che ci costa altre 18.000 lire . Solo a questo punto diventiamo duri. Quando è troppo è troppo! E cominciamo a mercanteggiare sul prezzo della guida irridendo al fatto che l'incaricato ha solo otto anni e che per questo non ci alcun affidamento. Otteniamo così lo sconto del 50%, ma il rischio è che entriamo nel pericoloso tunnel nelle mani di un ragazzotto di otto anni ripetutamente sfottuto. Siamo seriamente in pericolo.

Scendiamo.

La scala è ripidissima , man mano che si scende la temperatura si abbassa fino a farci sentire freddo . Dopo 200-300 gradini arriviamo al fondo di una vastissima grotta con un buco di luce in sommità. Ci aspettiamo che da un momento all'altro ci piombi in testa Patrick de Gayardon! (Quello che si buttava dall'aereo con il paracadue nei buchi della terra e che sarebbe morto sfracellato di lì a poco.- ndr 2010)

Mohammed (la guida ottenne) fischietta leggiadro. Noi, invece, procediamo goffamente e ci riempiamo di fango. Dalla testa ai piedi.

Ora si deve attraversare un cunicolo strettissimo. Secondo noi ci passa solo un piede . Il buio è fittissimo. Mohammed mette in atto ogni strategia per terrorizzarci. Comincia infatti a raccontarci di tragedie accadute in quella grotta . L'ultima risale a 17 anni fa. Sono morti dei belgi. E ci mostra il cumulo di pietre che dovrebbe nasconderne i cadaveri. Che per motivi oscuri sono stati lasciati lì. Forse perchè erano belgi.

Poi parla di pipistrelli voraci e malati. Nel frattempo siamo a trecento metri sotto il suolo, stanchi, insudiciati e con le ginocchia che ci dolgono. Il percorso è pure lipposo ed è pieno di spuntoni rocciosi invisibili nelle tenebre non illuminate dai fasci di luce delle nostre torcette-truffa da 18 mila lire.

Mohammed ha vinto , ci arrendiamo e decidiamo di risalire .

A questo punto incontriamo tre francesi rifardi che scendono senza guida e con una sola torcetta da 18 mila lire . " non ce la faranno" - pensiamo noi. E non lo sapremo mai!

Dopo un corroborante tè ripartiamo per Meknes. Sulla strada ci fermiamo a fotografare un gruppetto di bambine bellissime che ci vendono ancora collane di mandorle. Pippo, come al solito, se le mangia (le mandorle, non le bambine, anche se....).

Arriviamo a Meknes con la compagnia di un pilota belga che ci precede. Guida benissimo ed Elio lo vuole emulare. I sorpassi sono frequenti. Tra Elio e il belga nasce una sorta di complicità. I due piloti si sfidano, ma si rispettano. E' molto bello. Ma mi viene da vomitare

Siamo ora seduti in una specie di stigghioleria* di lusso. Il cameriere della stigghioleria è un carneade, in viso somiglia ad Al Pacino. Elio lo vorrebbe acquistare per immigrarlo a Milano. intanto due tavoli più in là un cliente erutta sempre e alla fine della cena (piuttosto pesante) sale al piano di sopra per fare piriti**.

La cena è economica e gustosa (brochette di carne bovina magra, olive, harissa, limonata, pane, acqua e tè con menta bollita). Secondo noi la menta è stata già usata e infatti il tè ha sapore di decotto di menta. A metà cena entra un elegantone in blu che si siede al tavolo con un fetente con i vestiti tutti macchiati , e insieme ad altri amici e amiche mangiano cervelli di pecore.

La cena è finita e torniamo in albergo. Qui troviamo difficoltà per il parcheggio. Elio tenta di aggredire un marocchino prepotente che gli soffia il posto. Poi desiste e gli dice solo stronzo, ma a bassa voce. Non si sa mai!. Meglio essere un po' vigliacchi che un po' vastuniati***. Decidiamo quindi di posteggiare altrove.

C'è grande movimento. Il giardino dell'hotel (bello, lussureggiante e con piscina) è pieno di giovani che parlano, bevono e ascoltano musica moderna dal vivo. Elio ed io decidiamo di organizzare , per il prossimo anno, una tournée, proponendoci come gruppo musicale Gli Spaghetti al Dente. Due giovani donne ci corteggiano, ma noi siamo fedeli a Paola e andiamo a letto senza le giovani donne.

* punto vendita (precario) dove si può gustare il budello bovino alla brace (stigghiola)
** peti
*** bastonati

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