diario di una ex emigrante ora immigrante e qualche volta di nuovo emigrante.
15 Gennaio 2010 Partenza da Palermo, stamattina alle 6,45.Un amico mi ha fatto andare nella saletta VIP. Nuova esperienza, invece di famiglie piene di borse di plastica, zainetti e cassate, c’erano solamente anonimi signori con giacca blù ed impermeabile rigorosamente beige, che sorseggiavano il caffè e mangiavano deliziosi croissant piccoli, o graziosi muffins. Il volo Alitalia ,Roma- Caracas è stato segnato da 4 eventi che non sono poi così particolarmente eccezionali, anzi, sono normali:
1: Gli audifoni per sentire musica e films non entravano nei buchini “posti nel bracciolo della vostra poltrona”. Quindi, avendo io esposto, gentilmente, agli assistenti di volo, questo problema, mi sono sentita rispondere in modo secco, che potevo cambiare posto. Faccio notare che l’aereo era stracolmo e quei pochi sedili liberi erano occupati da persone che si erano piacevolmente stese ed addormentate sin dal primo momento del volo. Quindi ho scelto di leggere (l’eleganza del riccio), fare parole crociate e ricopiare i numeri di telefono dalla rubrica vecchia ad una nuova per undici ore di volo.
2: Ora pranzo. Da vari anni chiedo cibo senza lattosio, essendo allergica. Mi sono vista arrivare un vassoietto composto da: una mini vaschetta con dentro del riso giallastro leggermente bruciato, qualche pezzetto di zucchini anche loro secchi e bruciacchiati, una specie di polpetta verde, dal gusto indefinito e coperta da un pomodoro rosso nero e schiacciato. A parte: una mini vaschetta con: un pugnetto di carote tagliate fine, tre punte di asparagi. Panino e una tazzina con un quarto di kiwi e un quarto di mela tagliata a quadretti (graziosa!)
3: Arrivo in ritardo di un ora.
4: La mia valigia contenente olio, parmigiano, pinoli, acquarelli, medicine eccetera, non è arrivata. Forse…arriva domani.
Quando esco dall’aereoporto, ritrovo quella sensazione di caldo-umido-tropicale-palme-terra rossa-cielo enorme che mi entra, come sempre nell’anima e nel corpo. Mi aspetta il taxi che mi porterà a Caracas. Dall’aereoporto di Maiquetia fino alla città ci vogliono circa 45 minuti senza traffico, ed anche ore, quando ce n’è.
Mi ha meravigliato non vedere più i grandi cartelloni pubblicitari di marche di tutti i tipi. Adesso ce ne sono molti di meno, e quasi tutti venezuelani. Caracas, una bella città adagiata in una valle sotto la montagna dell’Avila che la divide dal mare. Caracas con i suoi giardini e i suoi parchi, una volta tanti e ben tenuti, con il suo centro ed i suoi mercati, i quartieri coloniali dove le case avevano spaziosi patios e magari un albero di mango nel cortile, I bar con i tavolini sul marciapiede, las esquinas (angoli delle strade) dove succedevano molte cose.
Adesso è tutto cambiato, di notte le strade sono vuote, per paura degli assalti, i quartieri più ricchi o quelli della classe media, sono piantonati da guardie che giorno e notte vigilano l’entrata.Di notte, ma anche di giorno la gente si muove con sospetto ed attenzione. Anche io sono arrivata con una certa paura, tre mesi fa, sono entrati i ladri in casa mia qui a Caracas, hanno rubato un sacco di cose, di giorno mentre pioveva e c’è stato pure un terremoto.
Mi dico che devo stare attenta, ma non avere paura. Il primo giorno qui è ritrovare nella casa e negli oggetti trent’anni di vita: mia figlia ed i suoi giocattoli, il lavoro, i colori, la cantina piena di cose anche assolutamente inutili, i libri. Sono stanca, ho molto sonno e so che in questi casi è inutile decidere qualcosa, meglio lasciarsi prendere da questa dolce serata tropicale e senza vento ed addormentarsi accompagnata dalle voci dai suoni e dalla musica della strada. (continua).
Non si può dire che ci avesse fatto l’abitudine. A certe cose non penso sia possibile. Se qualcuno gli chiedeva come andava, rispondeva invariabilmente che, certo, la situazione era assai pesante. Ma cosa farci? Tutti abbiamo la nostra croce. Se davvero croce poteva dirsi badare ad una vecchia madre che, dopo aver fatto tanto per lui, ora si trovava nella necessità di dover ricevere.
Poteva negargli questo conforto?
Non si era neppure sposato per questo, puntualizzava per ogni buon conto. Detto fra noi, questa puntualizzazione ci sa di excusatio non poetita. Intendiamoci, nessuno vuole mettere in dubbio la buonafede di chicchessia, ma ci resta difficile da digerire il fatto che avere una madre inferma debba significare l’impossibilità tout court di ambire a giuste nozze. Ma ci sono madri inferme e madri inferme, potrebbe ribattere l’interessato. E bisogna convenire che la sua è davvero inferma, inferma.
Così, le notti passano in un lungo dormiveglia con l’orecchio sempre attento a captare possibili rumori o voci foriere di allarme. Di questi ultimi ce n’erano stati così tanti da apparire, ad un occhio appena appena esterno, non proprio autentici al cento per cento. Questo figlio esemplare, però, accorre sempre, senza pensare neppure un istante che quello cui tenta di porre rimedio possa essere l’ennesimo falso allarme di una ennesima notte passata in bianco.
Non diversamente dalle notti, sarebbero andati anche i giorni, se il dottor Virgilio Filippo – è lui il figlio che ogni madre inferma vorrebbe avere accanto nel bisogno - non avesse avuto un lavoro che lo costringeva ad assentarsi, suo malgrado, dal capezzale della madre.
Il dottor Virgilio, come ormai sappiamo, lavora alla Sovraintendenza ai Beni Culturali.
Ed, in effetti, è proprio quel funzionario che Cardascio ha incontrato nell’anticamera di Perez e che, in seguito, gli ha consigliato di lasciar perdere le carte che il suo gentilissimo capo gli aveva fornito.
E dagli con le piazze, direte. Sulla questioneho già detto e non voglio tornarci ancora. Non so perché tornino in ballo quasi solo piazze in questo romanzo. Non lo so e non credo sia importante saperlo. Se, poi, volete perderci il vostro tempo, sono affari vostri.
Comunque, tanto per non smentirmi, pure questa è una piazza si fa per dire. Sarebbe grande, anche per una città che alle piazze ci è abituata. Ma non è così. Ci sono dei giardinetti in mezzo dove sostano arzilli vecchietti e tutt’intorno scorazzano le automobili da mattina a sera perché è una delle zone più trafficate della città. Il motivo di cotanto flusso viario trova giustificazione oltre che negli arcani flussi del traffico cittadino, nella circostanza che in questa piazza si affaccino gli uffici pubblici più importanti: quello del Governatore, come si dice ora del Presidente della Regione e della Assemblea Regionale che, altro non è se non il consiglio regionale della Sicilia. Con la differenza però che quest’ultimo è molto più antico di tutti gli altri consigli regionali. Così tanto antico da non entrarci per niente con la Regione di oggi.
A motivo di cotante illustri presenze dimoranti in altrettanti imponenti palazzi, la piazza è quasi del tutto priva di edilizia residenziale. Tranne che su un limitato segmento, dove si affacciano alcuni palazzotti di vecchio decoro e di attuale abbandono. Al terzo piano di uno di questi, nonostante l’ora c’è ancora una luce accesa.
-Filippo, Filì. Ma che fa non ci sente? Ma che fa, dorme? Nessuno ci pensa a questa povera vecchia. Nessuno! Il Signore mi deve fare la grazia di levarci l’incommodo. Ma perché non mi piglia? Che ci sto a fare? A niente servo più. Certo prima non era così. Bastava un bai, e subito: che c’è? Di che hai bisogno figliuzzo adorato? Ma ora, ora, nessunomi sente. Sola mi devono fare morire, sola come un cane.
Sarà stato per la stanchezza o per un abbiocco incontrollato, ma questa volta Filippo non l’ha sentita lamentarsi. Ora, però, sì, visto il volume in crescendo delle lamentazioni medesime. E meno male che accanto non ci abita più nessuno da tanti anni. Se no, chi li sentirebbe i vicini.
Il dottor Virgilio, figlio devoto, fa per alzarsi, ma si blocca, chiedendosi, per la prima volta, se è proprio necessario accorrere. Ascolta il mormorio della madre farsi sempre più flebile per poi, finalmente, cessare.
E’ possibile allora! Non è successo niente. Dorme. Certo, il più tardi possibile, quello che deve accadere accadrà. Può impedirlo lui per quanto amore ed abnegazione ci metta? Possono impedirlo le mille chiamate al 118, con i cui addetti è costretto a camuffare la voce per evitare che gli chiudano il telefono in faccia?
Però, il dubbio gli rimane e gli rode la coscienza: e se fosse davvero arrivato il momento? Posso io negarle questo ultimo conforto? Come mi sentirei dopo, se non arrivassi in tempo a darle aiuto?
Non scherzateci, per cortesia. Il tormento è grande ed è diventato così profondo che, per sua fortuna solo inpochissime occasioni, Filippo si è reso conto con un certo sgomento di non poterne fare a meno, nonostante avverta anche una rabbia che non riesce a sfogare.
Pur non sentendo più nulla, Virgilio, si alza e raggiunge la stanza della madre. La vede dormire e subito gli prende un tremito incessante, tanto che deve afferrarsi allo stipite della porta perché sente le gambe che cedono.
E’ cominciato così che saranno tre mesi ed è andato sempre peggio al punto che Filippo, ora, non riesce manco più a guardarla in faccia sua madre.
Non ha smesso di occuparsene, ovvio. Come potrebbe? Da un po’ ha assunto una badante rumena a tempo pieno, nonostante l’inferma l’avesse sempre rifiutata in passato.
La madre continua a chiamarlo la notte, ma lui da quella volta non si è più alzato.
La situazione rimane sospesa e basterebbe un niente per far precipare le cose. Virgilio se ne rende conto benissimo. è chiaro. Da allora, però, continua a ripetersi che, nonostante gli sforzi, nessuno può evitare che quello che deve succedere, accada. Non è sia granchè come consolazione, ma per ora se la fabastare.
E come se tutto questo non bastasse, da un po’ di tempo in qua, si porta appresso un’angoscia costante che non lo molla mai un istante. Angoscia, però, che con la madre c’entra e non c’entra.
Si tratta, in effetti, del suo lavoro, cioè della sua unica libera uscita dall’inferno domestico.
Non è stato attento, si ripete, e non l’ha potuta evitare. Così ora si ritrova fra le mani la frittata che potrebbe significare la messa a riposo anticipata o peggio….
In altre parole, la fine.
Quindi, non èa causa dei malori della vecchia madre che quella luce resta accesa al terzo piano del palazzotto di Piazza Indipendenza.
Virgilio non sa più come uscirne. Ha tentato di parlarne a Perez. Ma, guarda caso, dal momento in cui il caso è scoppiato, il sovraintendente non ha avuto più tempo per riceverlo. Si è confidato con vecchi colleghi che dopo avergli dato una pacca sulle spalle se ne sono andati per i fatti loro. Di amici, amici veri, non è ha. Del resto, come avrebbe potuto farsene se non poteva uscire di casa, ne’ portarceli perché la madre non voleva nessuno fra i piedi? oltre loro due, s’intende.
C’è stato pure un momento in cui ha pensato di parlarne a lei. Ma, al solo pensiero il tremore ha ripreso a scuoterlo come una foglia, costringendolo a rinunciare.
Quel commissario?
Virgilio si rende conto che la mossa è estrema, quasi disperata. Ma, cosa gli può succedere di peggio di quello che ha già dettagliatamente previsto?
Magari, tutto si risolve in un gran polverone, di quelli che restano qualche giorno sui giornali e che poi tutti dimenticano. A lui l’avrebbero fatta pagare cara, ma non tanto, riflette, quanto l’anticipata pensione o il licenziamento e la prigione.
Un traferimento per incompatibilità ambientale? Sarebbe stato perfetto, anzi meglio in altra sede, lontano dalla città. Una sede periferica, con pochi impiegati a far niente tutto il santo giorno. E chi se ne frega!
La nomea di spione lo avrebbe raggiunto anche lì. Di questo era sicuro, ma tutto era meglio che lasciare il lavoro o peggio.
L’avrebbe chiamato domattina, il commissario. Anzi, capendo che la luce non è più quella dei lampioni, fra poche ore.
In effetti, lo strombazzamento del traffico ha ripreso alla grande. In più, da qualche giorno, si è aggiunto il rumore assordante di alcuni, oscuri lavori stradali.
Lunghe e profonde trincee attraversano la piazza. E che schifo, porca miseria! Avranno distrutto la tana di qualche numerosissima famiglia di sorci che ora scappano impazziti e qualcuno finisce pure sotto le ruote delle innumerevoli autovetture dei nostri palermitani che, baldanzosi e incazzati,affrontano una nuova giornata.
Ancora una volta gli avvenimenti di questi giorni – mi riferisco ai disordini di Rosarno – oltre a suscitarmi sgomento e indignazione, mi disorientano. Mi accorgo infatti di galleggiare in questa melassa informativa che non lascia spazio al ragionamento e al dubbio. .. E se istintivamente rifiuto i richiami all’ordine che provengono dalla componente governativa, dall’altro avverto la stanchezza della reiterazione dei concetti e principi della sinistra. .
Inutile perdere tempo a spiegare le motivazioni di quel rifiuto. Basti questo: ho sempre diffidato di chi afferma che i problemirichiedono soluzioni semplici. Guarda caso i rimedi sono sempre gli stessi: rimuovere e reprimere.
.Più complesso è invece motivare la stanchezza che avverto per gli argomenti addotti dall’altra parte dello schieramento.
Sarebbe facile cedere al richiamo della scorciatoia del “ sono tutti uguali ”, anche se ogni giorno che passa diventa sempre più faticoso tenere fermo il principio della supremazia etica della sinistra, applicandolo a quella italiana.Parrebbe un vicolo cieco speculare all’entropia di questa categoria della politica..
Ho detto di cosa non mi fido, ora è il turno del contrario. Mi fido delle associazioni che in modo apparentemente gratuito si generano dalla riflessione. Scrivendo le parole “vicolo cieco” , ho pensato a Tiresia – l’indovino tebano - che nel buio della cecità acquista la capacità di vedere.
Cos’è che permette a Tiresia di vedere chiaramente? Forse il non lasciarsi trasportare dalle apparenze. Forse il ricorrere ad altri sensi che rompono il monopolio del vedere. Un po’ come succederebbe anche a noi se solo per un istante staccassimo la spina della bulimia informativa per riflettere su quello che conta per davvero al di là del cinismo di un ministro degli Interni che tenta di salvarsi l’anima e delle indignazioni di un capo dell’opposizione che in Calabria è al governo. .
Ma, tornando a noi. Poche sere fa ho ascoltato nella trasmissione di Fabio Fazio la frase della settimana di Gramellini. Per chi non ha visto il programma era una frase di Beniamino Placido. La scrivo come me la ricordo: “Conoscere non è sapere le cose, è sapere il libro dove andarle a cercare”. Io sono andato a sfogliare il Dizionario Filosofico di Voltaire. Certo è assurdo chiedere ad un filosofo del ‘700 di includere nel suo dizionario le parole che oggi ricorrono per definire quell’esplosione di rabbia e di rancore reciproci. Però ne ho trovate due che potrebbero fare al caso nostro: Tolleranza e Pregiudizi. Ci sto riflettendo.
A codesta Sovraintendenza, non sarà di certo sfuggita la circostanza in parola, sulla quale, per altro, si è già avuto modo di fornire ampia ed esaustiva disamina nella nota n.23765/B1/09, che, ad ogni buon fine si torna ad allegare in copia.
Invero, non pare, infine, inopportuno ricordare la più volte citata pronunzia dell’Eccellentissimo Consiglio di Giustizia Amministrativa che, su caso analogo a quello in argomento, ha ampiamente fugato qualsivoglia incertezza interpretativa in ordine all’applicabilità alla fattispecie del combinato disposto….
Due giorni sono, dico due giorni, che Cardascio si rigira fra le mani quelle carte e gli pare sempre di tornare al punto di partenza. Non si capisce chi sia per chi o per cosa. Centinaia di lettere, relazioni, pareri, progetti, delibere e decreti e, alla fine, solo una cosa è chiara, una cosa che già conosce: che la questione dell’area di vicolo delle mandrie è chiusa e che, chi vi è interessato, se vuole, può fare ora quello che per trentanni ho proclamato ai quattro venti di volere fare.
Chi avesse deciso che tutto fosse a posto con leggi e regolamenti vari, questo no, le carte non lo facevano capire, almeno a lui.
Inutile, poi, sperare di trovare fra quei fogli il più labile indizio di un coinvolgimento di Impallomeni. Certo ha appurato, dopo lunga e tormentosa decifrazione dei protocolli, che le carte sono pure passate dall’ufficio in cui ha lavorato il ragioniere. Come sono passate da tantissimi altri uffici, però.
Forse, si dice e gli costa ammetterlo, aveva ragione quel tipo della Sovraintendenza, quello che lo aveva incrociato all’uscita dal colloquio con il dottore Perez. Magari, bisogna cercare di parlargli a quel tipo, si dice ancora il commissario. Non è che si aspetti chissà che cosa. Però, già il fatto di avergli sussurrato di evitare di perderci tempo con quei faldoni, qualche cosa doveva pur significare. O no?
Il nome se lo ricorda bene: dottor Virgilio chissà che cosa. Bisogna trovare il suo numero di telefono.
Home Page: Regione Siciliana – Assessorato ai Beni Culturali Ambientali e della Pubblica Istruzione.
Fin qui tutto ok: Uffici Periferici dell’Assessorato – Sovraintendenze. Perfetto, non gli pare vero: Sovraintendenza di Palermo- Il Sovraintendente- Segreteria. Andiamo avanti: Strutture Intermedie. Boh? Che vuole dire? Urp, no. AffariGenerali e del personale? neppure. Ah, forse questo potrebbe essere quello giusto. Macchè, il nome non c’è.
E se chiamasse la segretaria di Perez?
No, forse non è il caso. Sarebbe come dirlo a tutti là dentro.
Ah, ecco, una soluzione c’è. Il commesso, il famoso commesso all’ingresso dell’ufficio. Il nome però gli sfugge. Rammenta, però, che tutti non sembravano proprio dei grandi estimatori di Perez.
Allora, torniamo indietro. Pagina scaduta. E che cazzo!
-Mimì, Mimì Cardascio…
E che sarà? Ruvolo si presenta un’altra volta e per di più con una nuova lettera, anonima pure questa. E con nuove raccomandazioni del Signor Questore. Potevano mancare!
…niente risultati per il caso Impallomeni? Che si desse una smossa Cardascio; pure sua eccellenza il Prefetto l’ha sollecitato il caso.
Amen, finita la pace. E così sia. Vediamo:
Ancora attorno ci girate? Niente avete capito. Quartararo solo fesserie vi ha raccontato, perché quello pare fissa, ma fissa non c’è!
Risultati. Certo, pare facile a lei! Lui era solo veramente, mica come la Antocci che era brava solamente a lamentarsi. Altavilla, manco lo salutava più da quella volta chel'aveva portato all'albergo Mozart. Ora ci mancava pure quest’altra lettera per completare il quadro.
Il questore? braitasse pure quanto voleva, tanto, la conoscono tutti ormai. Fa sempre così. Scattare, scattare perché il cittadino non può aspettare i comodi della polizia! La verità? tutto quell’attivismo èsolofumo negli occhi per i fessi che ci credono. Stringendo, stringendo, poi, non è che concluda granchè la famosa dottoressa Antocci.
All’inizio, tutti con la bocca aperta: ma guarda che persona seria! Che grande lavoratrice! Ce ne fossero tante come lei! Minchiate grosse quanto una casa! Ora, però, chi prima, chi dopo, l’hanno capito tutti quanti la bella spicchia che è quella.
Però è pericolosa e Cardascio lo sa bene. Non sa come, ne’ perché, ma questa storia gli sa tanto di dejà vu.
Deve andare a parlarle ma per farlo deve avere qualche cosa in mano. Ma che cosa, santo Iddio? Che lei già non sappia già.
Dunque, anche questa nuova lettera anonima sembra scritta apposta per darle ragione. Niente incertezze stavolta. Il messaggio è chiaro. Bisogna cercare nella doppia vita di Impallomeni.
Come se non lo sapesse lui quante volte l’hanno usata questa tecnica. Non è che siano sempre tutte calunnie. Nel caso del ragionire, pare proprio di no. Ma, è chiaro come il sole che vogliono distrarlo dall’affare grosso.
Però che carte ha in mano? Impallomeni ha lavorato proprio nell’ufficio che per trentanni ha bloccato l’affare. D’accordo.
Dopo, la questione si è risolta e, proprio quando si è risolta, Impallomeni muore ammazzato.
Ma che senso ha? Forse che il ragioniere ha preteso troppo per qualche servizio? Servizio per bloccare ancora una volta o servizio per sciogliere gli ultimi nodi?E chi sarebbe il destinatario finale? Potenzialmente, sono così tanti quelli che perdono e vincono in questo gioco che è difficile capire chi possa avercela avuta con quel povero disgraziato tanto da farlo ammazzare.
I primi a guadagnarci, è chiaro chi sono, ma non ce li vede proprio come assassini o mandanti di assassini. E, quale guadagno sarebbe visto che, a cose fatte, se ne vengono fuori dicendo sul giornale di voler mollare tutto?
Sente rogne grosse in arrivo, ma una visita ai frati mi sa che deve proprio farla. Tanto che cos’ha da perdere? Peggio di com’è finito…
Se ne esce dall'ufficio. Ha bisogno di prendere una boccata d'aria. A pensare tanto ci ha perso l’abitudine e gli è venuto il solito cerchio alla testa, che, spera, non diventi l’emicrania che dura tre giorni.Troppa tensione, Cardascio!
Che ora è? le sette di sera e c'è già scuro. L’autunno comunque avanza e, nonostante il caldo non molli ancora la presa, le giornate non possono fare a meno di accorciarsi. E’ già qualche cosa, si dice il commissario. Almeno non siamo costretti a passare sedici ore al giorno con quella luce accecante.
Uscendo dalla Questura, decide che non ci vuole tornare subito a casa. Tanto che ci va a fare? Taglia per villa Bonanno. A lui piace quello spizzico di giardino. Gli piacciono, anzi gli piacevano, le palme altissime che lo fanno sembrare un’oasi del deserto prima che arrivasse il punteruolo rosso.
Certo lo sa che il posto ha gran una brutta fama e solo chi ci trova interesse ci va dopo l’imbrunire. E chi ci trova interesse è gente che in faccia non vuole essere guardata e checerca altra gente con le stesse inclinazioni. Così alle persone per bene, si fa per dire,non verrebbe mai in testa l’idea di fare due passi nella villa alle sette di sera.
Meglio così, almeno per Cardascio, che questa sera non vuole incontrare nessuno. A lui di quello che si fa nella villa al buio non gliene frega niente. Mica ha la fregola di certi suoi colleghi, che se ne stanno tutto il giorno a naschiare il vento e che già le palle a quelli della villa gliele hanno rotte più di una volta, con fotografia sul giornale e interviste alle TV locali.
- Allora commissario la lettera l'avete ricevuta?
Oh cazzo! Non è riuscito a vedere un accidente. Cardascio odia il cellulare e non ne ha mai capito l’utilità. Infatti, normalmente, lo tiene spento. Capita però, come è successo stamattina uscendo, che lo accenda e, visto che tutti ne conoscono le abitudini e non lo chiamano, il telefono è rimasto muto tutto il giorno e lui se l’è scordato. Ma, ora, quando è lì lì per fare un passo avanti nelle indagini, quello suona e lui si distrae di quel tanto che gli impedisce di capire chi gli ha appena chiesto della seconda lettera anonima. E che cazzo!
- Mimì ci sei?
- Pronto, pronto, ma chi è?
- E che non mi riconosci? Peppino sono.
- Ah, Peppino, sei tu?. Devi dirmi qualche cosa?
- Ma come Mimì e me lo chiedi pure? Mi aspettavo di sentirti già da qualche giorno. L’hai letto il referto dell’autopsia di Impallomeni?
- Mi pare che la Antocci non me lo abbia ancora passato. Ora non mi ricordo bene, scusami. Perché hai trovato qualche indizio importante?
- Niente, niente, leggitelo e poi mi dici. Va bene?
- Ma non era finito questo passio? Dieci, venti anni addietro lo potevo capire. Fino ad un certo punto, ovviamente. Ora, però, con tutti quei giornali, internet, chat e via discorrendo, ancora qua devono venire?
- Non lo vedi che sono quattro gatti contati. Lasciali perdere. Non ci siamo scaldati quando erano una caterva e ce la dobbiamo prendere ora?
- Io non le posso sopportare queste porcherie, mi conosci.
-Ancora te lo devi fare ripetere: lascia perdere, fottitene. Tanto non è di questi che ci dobbiamo preoccupare, o no?
- Hai ragione. Guarda mi fanno incazzare pure per questo. Abbiamo tante di quelle preoccupazioni per la testa e io che faccio? Mi metto a perdere tempo appresso a loro.
- Novità ne abbiamo? Perché io qualche cosa di nuovo ce l’ho. Finalmente l’ho convinto. Guarda da non crederci. Ho dovuto sudare sette camicie. Si era incavolato per quell’articolo sul giornale.
- Quale? Non mi avevi detto che era a Roma in quel periodo e che non l’aveva letto?
- No, no, non mi riferisco a quello sul Giornale di Sicilia di settembre. No, dicevo dell’ultimo, quell’intervista che ci hanno pubblicato su Repubblica. E’ per quella che se l’è presa a male. Che qui ognuno fa di testa sua. Che nessuno lo informa mai di niente. E via discorrendo. Io a dirgli, ma no, ma che dice. Era solo per vedere di smarcarsi dalla questione, di sviare l’attenzione ed evitare che qualcuno facesse collegamenti fasulli con la storia del povero Impallomeni.
- Ha capito alla fine?
- Sì. Ha fatto la solita sceneggiata per puntualizzare chi è che comanda, ma poi ho gli spiegato tutto e mi ha detto che andava bene, che si poteva andare avanti su quella strada. Ma, prima di muovere un passo, si raccomandava di essere informato.
- Meno male, ci mancava solo lui e il quadro era completo.
- Il quadro? Certo il quadro è quello che è. Bisogna solo avere pazienza, aspettare che le acque si calmino. Qualche altro anno ancora e vedrai che ne usciamo. Fortunatamente qui non si è visto nessuno.
- E chi doveva farsi vedere! Ci mancherebbe! Cardascio è una testa pazza, ma permettersi certe levate d’ingegno all’insaputa del questore, questo no. Ah, pure io ce l’ho una novità. Niente di che, il quadro, sempre quello rimane. Anzi, mi pare pure che ci voleva.
- Di che si tratta?
- C’è un’altra lettera anonima.
- E ne hai saputo qualche cosa?.
Che vi dicevo? Basta alzare gli occhi e smetterla un poco con questo brusio continuo. E come d’incanto si cominciano a sentire anche quelle voci che normalmente nessuno sente. Perchè le avete sentite pure voi, vero? Ah, meno male! Non vi montate la testa però. Non è che un passettino piccolo, piccolo che non ci porta da nessuna parte. Ma almeno ci muoviamo. Dite che non vi pare che sia così. E che ho finito di dire io? Per queste faccende, bisogna avere pazienza. La realtà non è come nei film americani che ci hanno intossicato la testa. Ci avete fatto caso? A me pare che che anche il nostro modo di ragionare segua quella grammatica e quel ritmo. La nostra storia però è diversa o, almeno, vorrebbe essere così. Che venga bene non lo sappiamo e anche se in tanti ci diranno che ci siamo riusciti, non è detto che sia vero.
Comunque, basta con le divagazioni. Io qualche cosa di quello che si dicevano quei due l’ho capita. E Cardascio che non ci ha detto niente, il rifardone. C’è un’altra lettera? Andiamo a vedere.
Cosa pensavate, che qui non piovesse mai? No, piove, piove. Capita che ci siano annate che manco a sparargli alle nuvole, altre, invece, che non la finisce più. Non lo so, è ancora presto per dirlo come andrà quest’anno. Siamo appena ad ottobre, che volete che vi dica. Intanto, godetevela questa frescura. Ah, si respira. Veramente una delizia. La mia reazione vi sembra eccessiva? Può apparire così, non ve ne faccio una colpa. Del resto siete qui solo di passaggio, che ne potete sapere. Per vostra informazione, comunque, tengo a precisarvi che la mia reazione non era ne’ eccessiva, ne’ spropositata. Vi spiego. Qui il caldo, quello serio, comincia a maggio. Chiaro? A maggio. E non la smette più almeno fino a tutto settembre, quando non continua anche per la prima metà di ottobre. Ve li siete fatti bene i conti? Esatto! Sono fra i cinque e i sei mesi, la metà esatta dell’anno. Vi pare poco? Dovete provarlo il nostro caldo per capire. E già che ci siete, levatevi dalla testa che bastino pochi giorni, fossero pure i giorni più caldi dell’estate. No, no, sarebbe troppo facile. Dovete farveli tutti i cinque o sei mesi della nostra estate. Arrivate a fine agosto, arrivate a settembre. E ancora non finisce. Cominciate a chiedervi se davvero finirà. Solo allora avrete capito. Forse.
Comunque, non è poi una gran pioggia, quindi possiamo pure camminare. Dovreste esserci abituati voi che non siete di qui, o no?
Dunque, Cardascio è chiuso nel suo ufficio e per il momento lasciamolo lì. Si è capito che è un tipo testardo. Le parole di quel funzionario della sovraintendenza le abbiamo sentite tutti bene, no? E nonostante ciò, lui che fa? sono due giorni che legge cartacce.
Lasciamolo stare, e concediamoci una pausa.Del resto siamo proprio dentro il cuore del centro storico. Quale migliore occasione per fare una visita ai nostri splendidi monumenti? Il Palazzo dei Normanni, ha appena chiuso. La Cattedrale, a quest’ora non si può visitare perchè c’è la messa. La Galleria di palazzo Abatellis e il Museo Salinas, chiusi per lavori. Dovete chiedere altro? Ho l’impressione che abbiate preso un po’ troppo sul serio le mie parole. Rilassatevi. Che modo è mai questo di visitare una città come se fosse una cosa da consumare? La chiesa tale, fatto; il palazzo tal’altro, fatto. Per cose del genere c’è il city tour. Chi vuole approfittarne, faccia liberamente. Io non trattengo nessuno. Gli altri, se avete la compiacenza di seguirmi.
Allora, siamo appena passati sotto Porta Nuova. Sì non è male e non dico altro perché non vorrei che qualcuno si mettesse in testache questa, in fondo, sia una guida turistica di Palermo, travestita da giallo. Le cose non stanno affatto così.
Avete di fronte la Villa Bonanno. Bella vero? Anche se il sole è tramontato da un bel pezzo, la sua figura la fa lo stesso. Ah, per inciso, la Questura sta proprio da quella parte. Alle nostre spalle c’è il Palazzo Reale e, lì in fondo, la Cattedrale e il palazzo dell’arcivescovo. Visto che siamo qui, entriamo qualche minuto nel giardino? Che ne dite?
- E dai non fare così. Te l’avevamo detto tutti che non ci dovevi fare conto.
Quelli sposati sono i peggiori.
- Io non gli avevo chiesto niente. Ci mancherebbe, la famiglia è la famiglia. Mica gli chiedevo di venirsene a stare con me? E dove poi? A combattere pure lui con quella stolida di mia madre?
- Però, ti sei lasciato prendere troppo e questo è male.
- Specialmente con uno sposato. I peggiori sono quelli!
- Ma che ci posso fare? Sono fatto così. Io non ci riesco a fare solo quelle cose, mi affeziono.
- E pigliati un cane allora, che quelli non te ne dicono minchiate. Qualche osso e ti sono fedeli per tutta la vita, quelli.
C’è un po’ di buio, è vero. Ma, questa volta per onestà bisogna dire che non è colpa del Comune. L’illuminazione ci sarebbe, ma come potete vedere alcuni lampioni sono rotti. I soliti vandali direte voi. Non proprio. Oggi, poi è paradiso. Dovevate venirci venti o trenta anni fa. Buio totale. E l’illuminazione c’era anche allora. Solo che i lampioni erano tutti rotti, proprio tutti. E che folla di gente allora! Non questi quattro gatti che potete vedere intorno alla fontana. Decine e decine. No, non venivano a prendere il fresco. Qua, si radunavano i froci, pardon gli omossessuali di Palermo. Almeno questo era uno dei posti più frequentati.
- Ma l’hai visto a quello?
- Sì, perché? Che c’ha di speciale?
- Come che c’ha di speciale? ma sei orbo? Non l’hai visto che culo che ha? Provincia fa, provincia imperiale però!
- Sì, sì, ho visto. Sempre di palato troppo fino sei. Sarà un buzzurro, che vuoi che sia. Lo vedi come si muove e come guarda a tutti negli occhi? Ci posso scommettere: o pullo o sbirro. Non ci scappa.
- Datti una calmata, datti. Tranquillo, non ce n’è gente a teatro stasera. Ti metti a recitare per me che ti conosco da una vita?
Per cortesia, evitiamo di farci notare. Vi avevo detto chiaro e tondo che non era una gita turistica. Chi non l’avesse ancora capito è pregato caldamente di lasciare perdere. Questo vale pure per quelli, se ce ne sono, che si fanno scrupoli a farsi vedere in posti come questi. Ce n’è? Ah, meno male. Temevo di sì. Anche se, alla fin fine, mi sarebbe pure piaciuto che ce ne fosse qualcuno, ve lo confesso. Non credo che sia una caratteristica nostra, intendo dire di Palermo. Dappertutto non c’è mai una città e una sola, ma tante città che neppure si conoscono fra loro. D’accordo, sono banalità. Lo riconosco, ma siete proprio certi che lo siano in generale? Ecco, che ci risiamo! Guardate, io davvero non ne posso più di cautele e di distinguo.Di dare ragione a tutti perché la verità non esiste e nessuno può pretendere di averla tutta per se’.Perché alla fine, a poco a poco, è come se mi sentissi mancare l’aria. Sicuro, pure in mezzo a quelli che diciamo di essere di sinistra. Infatti che facciamo? Ci frequentiamo, andiamo al cinema, ci mangiamo una pizza e amen. Ci hanno pure tolto il gusto di discutere e di ragionare. Ci avete fatto caso? Qualcuno comincia a discutere e subito tutti gli altri dietro: sì, sì è vero…Guarda quello fa proprio schifo per quanto è servile. Non si accorge di essere ridicolo? Ah, ieri ne L’amaca di Serra…ti passa il piacere, ti passa. Non ci avete fatto caso? Ah, scusate allora, continuiamo.
- Non ci dormo più mi devi credere.
- E come non ti capisco? Con quello che è successo, chiunque al posto tuo…
- Io non gli avevo chiesto niente. Ci mancherebbe, la famiglia è la famiglia.
- Minchia che pacco che si ritrova. Dai ammettilo…..
- Ma che devo fare? Mi vergogno pure a fartela questa domanda. Ti pare che non lo capisco che queste non sono cose da chiedere ad un amico?
- Lascialo perdere, tanto lo sai quanti ce n’è di quelli, pure meglio di lui ne trovi. Non faccio per vantarmi, lo sai, ma l’altro giorno….
- Che vuoi che ti dica; lo sai pure tu che sono cose troppo delicate per azzardare qualunque consiglio. Ma, se stai davvero così male, qualche cosa la devi fare. Non puoi ridurti così…
- Sì va bene, vuoi che ti dico che non l’ho mai visto un pacco come quello? Va bene. Si mai ne ho visto uno così…ih,ih,ih….
Cerchiamo di non essere indiscreti, per cortesia. Non siamo mica allo zoo e vi ricordo che non siete più bambini che possono permettersi di stare a fissare la gente come se fossero marziani. Vi avverto, inoltre, che corrette il rischio di essere equivocati. Quindi, se poi qualcuno vi strizza l’occhio o magari fa di peggio, si fa per dire, non venite a lamentarvene con me. Per quanto mi riguarda la nostra visita finisce qui.
Ma, che c’avete da confabulare come comari? Chi indica quello lì? Io con questo buio non riesco a vedere bene. Ah, dice che quello lì è Cicciuzzo, il cameriere dell’Hotel Mozart? Bella scoperta! io l’avevo riconosciuto da un pezzo.
Che ve ne pare? Sembra di stare in un'altra città, vero? In effetti, lo è. E se avete un poco di pazienza ve lo spiego. La via dove ci troviamo ora, è una traversa del Viale della Libertà, la zona chic di Palermo. Si tratta di un’espansione al di là di quelli che erano stati, per diversi secoli, i confini cittadini. C’era bisogno di aria nuova e di nuovi palazzi per quel ceto che aveva soppiantato la vecchia nobiltà, rimasta a piangere le antiche e dissipate fortune negli enormi e scomodi palazzi del centro antico. I nuovi padroni - bene o male, ancora quelli di oggi con una dose in più di cafonaggine – leggono e si tengono aggiornati su quello che succede nel resto del mondo. E che ti vedono? Vedono gli sventramenti della Parigi che fù, i nuovi boulevarde le square alberate. In più ci sarebbero piccioli da guadagnare e, come dicono gli antichi, pecunia non olet. Quindi, si fanno costruire case e palazzi alla moda di Parigi e di Roma. Gli architetti di grido strizzano l’occhio pure al passato locale, ma, di certo, non alle magioni barocche e rococò di principi e baroni, perché quella è una stagione chiusa, ostile al progresso delle arti e dei commerci. Gareggiano in originalità e stramberie. Dura poco ovviamente, datosi che anche a Palermo il tempo ha cambiato il suo ritmo. Basta una guerra, l’ultima, e l’arrivo di un po’ di gente arricchita da fuori, dalle provincie babbe, che babbe, al contrario, non sono, ed ecco che in una notte i nuovi arrivati ti radono al suolo la qualsiasi. Ma, agli occhi di quella gente, gente pratica e affamata, per quanto già ricca, un bel palazzone di sette o dieci piani vale di più di qualche arco arabeggiante o di inutili pinnacoli.
Praticamente fanno piazza pulita. Qualche edificio è rimasto, non si sa perché. Come ad esempio, quella stramba costruzione dove Cardascio è appena entrato.
Ho capito, ho capito. Visto che questa è zona di ricchi, vi eravate illusi di potervi rilassare e camminare con la testa in su, facendo i turisti. Perfetto, vi siete sbagliati! Guardate, proprio a destra dell’ingresso del palazzo che ho appena finito di indicarvi. Lo vedete quello strano trispito di ferro battuto a forma di H? Bene, quell’aggeggio serve proprio per il caso vostro. Pulitevi per bene le suole delle scarpe ed entriamo pure noi. Spero che abbiate imparato la lezione. Guardate sempre dove mettete i piedi, perché anche i palermitani amano tanto i cani.
Cardascio sta parlando con un signore seduto dietro un bancone. Gli fa compagnia una nutrita schiera di colleghi, o, forse, di amici, impegnati nelle attività più disparate, come la lettura dei quotidiani sportivi, una chiacchierata al telefono col collega del cuore, o la catatonica osservazione dello schermo di un computer
- A chi cercate?
- Il signor sovraintendente è in sede?
- Ce l’avete l’appuntamento?
- No, perché, è indispensabile?
- Le disposizioni che abbiamo, egregio signore, sono queste. Mi dispiace.
- Davvero lodevole non c’è che dire. Complimenti. Ora, però fatemi la cortesia di annunciarmi al sovraintendente.
- Ce l’avete l’appuntamento?
Da qui non se ne esce, si dice il commissario. Sembra la Svizzera! Comunque, lasciamo perdere. Per una volta che si incontra uno che rispetta le regole in questa città…
- Ecco il mio tesserino. C’è il sovraintendente?
Al commesso gli si accende immediatamente una lucina negli occhi: finalmente a quel cornuto! Tempo ci hanno perso..
Ah, alla Regione quelli che una volta erano gli uscieri, ora si chiamano commessi. Non si capisce il perché ma gli hanno cambiato nome e, cosa ancora più rilevante, le mansioni, cioè non far niente tutto il santo giorno in attesa che arrivi qualcuno come Cardascio che, in quanto sconosciuto, va fermato, interrogato e scoraggiato, a meno che non si tratti di un amico, dell’amico di un amico o di persona, comunque, importante.
- Chiamo subito signor commissario. Per esserci c’è. L’ho visto arrivare stamattina. Io non ci posso parlare direttamente, ma chiamo subito la segretaria. Lei intanto salga pure: terzo piano, entrando a destra, la terza porta. Non si può sbagliare.
E mentre Cardascio fa per entrare nell’ascensore, un urlo prorompe nell’androne.
- C’è, c’è. Non si faccia pigliare…dalla segretaria. Per esserci c’è.
E’ già seduto nell’anticamera da più di un quarto d’ora. Di fronte ha la scrivania della già citata segretaria, una quarantenne molto truccata e nervosa. Le visite si susseguono e il telefono non smette mai di squillare. Di norma la risposta è sempre la stessa: Il dottore è riunito e non può rispondere. Vuole dire a me di che si tratta? Sì certo, capisco, allora faccia così, riprovi verso le undici, undici e mezza. Certamente, riferirò.
Su un lussuossimo divanetto, stravaccato a leggere il giornale c’è un omone, l’autista del sovraintendente. E’ un personaggio molto ricercato, e si vede. Non c’è minuto che non si affacci qualcuno per richiamare la sua attenzione. Lui, in risposta fa qualche smorfia, come a dire: stai tranquillo, tutto sotto controllo. Appena c’è l’occasione… ci mancherebbe.
Rarissime volte, al richiamo del postulante di turno, l’omone si riscuote e agilmente, per un uomo di quella stazza, guadagna la porta, per tornare pochi minuti dopo con dei post it gialli che ripone dentro un capiente e consunto portafoglio.
Nell’anticamera del sovraintendente attende di essere ricevuto un altro, distintosignore in giacca e cravatta che tiene in mano un paio di camicie grigie - le camicie - in burocratese, le cartellette dove si mettone le carte d’ufficio- .
- Dottore, lei ancora qua sta? Non sa quanto mi dispiace, ma lo vede com’è questa mattina. Le avevo assicurato che, quando il sovraintendente la poteva ricevere, l’avrei chiamata io. Vuole lasciare a me le sue carte? Lo apostrofa la zelante segretaria.
Quello, come riscuotendosi dal profondo torpore ingenerato dalla lunga attesa: Non si incommodi signora. Aspetto. Sa, non vorrei che finisse come l’altro giorno. Dopo avere atteso tutta la mattinata, per colpa di quella telefonata non sono riuscito più a parlargli. Ma lei ha riferito che si tratta di cosa della massima urgenza?
Le telefonate continuano a ritmo serrato. Ma, ce n’è una che fa attisare le orecchie al nostro commissario. La segretaria, nonostante il fard, gli pare arrossisca un pochino e poi qualche cosa la sente pure lui. Una frase del tipo: c’è ancora quello?
- Signora, guardi, ho tutta la comprensione di questo mondo per il lavoro del sovraintendente. La mia, del resto, era una pura e semplice visita di cortesia. Ma, visto che non è possibile, allora le farò avere domani una convocazione in questura, va bene?
- Sono desolata commissario. Ma aspetti ancora un attimo perchè la linea è occupata. Però, guardi, lo sache faccio? ci vado io direttamente ad annunciarla al signor sovraintendente.
La porta imbottita si apre e si richiude rapidissimamente per farne alla fine sortire il sorriso radioso della segretaria.
- Vede? che le avevo detto? Si accomodi, si accomodi.
La stanza è enorme coi tetti altissimi che traboccano di puttini e ghirlande di fiori e frutta. In fondo, proprio davanti ad una vetrata da chiesa, una scrivania modernissima, tutta in vetro, sgombra di carte, un pc di ultima generazione spento e un paio di telefoni. Ma non c’è anima viva, così almeno sembra a Cardascio mentre si guarda intorno. E proprio quando, per un attimo, si distrae ad ammirare il pavimento - è come camminare su un tappeto di petali di rosa, va pensando fra se’ e se’ il commissario - la parete sulla sinistra si apre. Ha appena il tempo di vedere un grosso scarafaggio, evidentemente, schiacciato qualche tempo prima, che:
- Ah vedo che ha notato il famoso pavimento della marchesa! Opera notevolissima, seppure artigianale, ma notevolissima. Tutti questi futili distinguo su che cos’è arte e cosa, invece, no, io non li condivido affatto, mi deve credere. Comunque, la nostra missione è mantenere integro il grande patrimonio che i nostri antenati ci hanno lasciato perché tutti ne possano godere nei tempi a venire. Purtroppo, i fondi sono pochi, pochissimi. Facciamo quello che si può fare, ma il compito è arduo, mi deve credere, molto arduo.
Cardascio capisce che deve metterci un punto a quella tiritera, se no l’accapo se lo può scordare. Infatti, l’omino che ha di fronte continua imperterrito a sproloquiare di questo e di quello. E’ un tipetto bassino che avrà superato da poco i sessanta, anche se gli anni se li porta che è un piacere. Perfettamente allicchittato, come si dice dalle nostre parti per dire vestito elegantemente, sfoggia un’unica estrosità, un papillon giallo, che, comunque, non stona affatto con l’ottima stoffa inglese della giacca e con l’immacolata e inamidata camicia azzurra.
- Piacere, commissario Domenico Cardascio, Questura di Palermo. Il dottor…?
- Piacere mio commissario, cavalier Francesco Paolo Perez, sovraintendente ai Beni Culturali e ambientali per la provincia di Palermo. Ma, venga, si accomodi, gradisce qualcosa? Un caffè, una bibita?
- Guardi non è proprio il caso. Si tratta solo di pochi minuti, non si incommodi.
Francesco Paolo Perez, però, è già al telefono e impartisce le istruzioni del caso alla segretaria.
- Intanto mi deve perdonare per l’attesa. Lungi dalle mie intenzioni recarle offesa. Ma, come le dicevo, qui l’attività è assai intensa, i fondi scarsi e la gente che lavora pochissima. Inutile chiedere altro personale. Si sa come va a finire in questi casi. Chi ha qualcuno che lavora se lo tiene stretto e non gli pare vero di potersi sbarazzare della zavorra, mi deve credere. Spettacolo invero indecente, ma che farci? Bisogna fare di necessità virtù, come si dice. Ma ho visto che ha notato lo splendido pavimento della stanza. Deve sapere che questa era, per l’appunto, la stanza da letto della marchesa. Splendida donna, come oggi non se ne vedono più. Il marito, illustre personaggio della nostra città, le fece omaggio di questo pavimento, realizzato da esperti artigiani campani, facendolo trasferire qui da un padiglione dell’esposizione Nazionale.
Da principio, Cardascio, è stato incerto se il dottore Perez ci sia o ci faccia. Ora, però, è sicuro che c’è. Quindi, senza ulteriori divagazioni.
- Le dice niente il nome di certo Impallomeni Vitangelo? Era un ragioniere che ha a lungo lavorato qui da voi, prima di andare in pensione.
- Ora come ora, non ricordo. Vede nonostante la sede del nostro uffico sia magnifica ma, in fondo, piccola, mi ritrovo in organico duecentocinquanta impiegati. Non posso ricordarmi di tutti, ne conviene? Tuttavia, se ha la compiacenza di lasciare un appunto alla mia segretaria, sarà mia cura di interpellare il responsabile del personale. Anche se, forse una complicazione potrebbe sorgere. Lei ha appena finito di dire che questo tale ragioniere Impallomeni sarebbe andato in pensione. Beh, non è detto che conserviamo i fascicoli del personale in quiescenza, perché trasferiamo tutto al competente ufficio di altro Dipartimento.
Questo si è messo in testa di prendermi per il culo, si dice il commissario. Se continuiamo ancora con le formalità, qui facciamo notte.
- Avete letto l’edizione del Giornale di Sicilia del 14 settembre?
Indicando il fascio di quotidiani che giace su una poltrona
- Come vede commissario, i giornali non mi mancano, rivolto alla stessa pila di giornali E’ il tempo che manca, il tempo, mi deve credere.
- Beh, se proprio non l’avete letto, ve ne faccio io una rapida sintesi, almeno per quanto ci interessa. L’Impallomeni è stato trovato morto, in un vicolo del centro storico.
- Buon Dio, che tempi ci tocca vivere commissario! Che tempi infelici e tormentati.
Pare, continua imperterrito Cardascio, che la morte possa in qualche maniera essere collegata a questione che il ragioniere poteva avere trattato qui prima di andare in pensione. Ci chiedevamo allora se si potesse avere qualche lume sulla sua attività in questo ufficio.
- Ma, ecco i caffè, prego, prego, commissario, venga che si freddano.
Fuori ha preso a piovere. Fosse per lui, Cardascio non se ne preoccupererebbe più di tanto. Contrariamente al comune sentire dei palermitani, la pioggia non costituisce per il commissario un grande problema. Ma, ha sotto braccio un paio di grossi faldoni di fotocopie, gentilmente fornire dal dottore Perez e, ovviamente, nessun ombrello a portata di mano. Quindi aspetta, insieme a tanti altri, pure ombrello muniti, all’ingresso del palazzo. Perez, ah ecco che si ricorda perché gli è subito suonato conosciuto il cognome del sovraintendente, Francesco Paolo Perez, quello della Beatrice svelata . Pare che l’abbia scritta lui la frase sul frontone del teatro Massimo “L’ARTE RINNOVA I POPOLI E NE RIVELA LA VITA…” e un po’ gli viene da ridere. Chissà, poi, perché, vallo a capire.
- E’ tempo perso, mi dia retta. Che se le porta a fare quelle carte inutili?. Da quelle, sempre che alla fine ci capisca qualcosa, non ne caverà il resto di niente.
E silenziosamente come era arrivato, l’uomo se ne va sotto la pioggia.
Cardascio ha fatto appena in tempo a capire che si tratta del funzionario che aspettava con lui di essere ricevuto dal sovraintendente.
Laura, Pippo, Alberto e Stefano stanno facendo il giro delle trattorie palermitane e vi descrivono le loro impressioni, Clicca sul nome della trattoria e... buon appetito
una esecuzione senza processo non è da paese civile!
Ammesso (e non concesso) che ciò che hanno dichiarato gli americani sia vero, che cioè Bin Laden sia stato scovato e ucciso, ma vi sembra una cosa da paese civile uccidere un presunto colpevole senza un processo?
Persino i nazisti hanno avuto il loro processo a Norimberga. Ed anche il sanguinario (?) Saddam e kappler e via dicendo.
Insomma la cosa puzza!
LA TASSA SULL'OMBRA
A Terni gli amministratori della giunta guidata da Leopoldo di Girolamo, eletto da 3 ternani su 10, per cercare di mettere le toppe al tragico buco di bilancio provocato dalla gestione Raffaelli, se ne inventano di tutti i colori pur di tirare fuori dal cappello magico, la tassa dell’ultim’ora da far pagare ai cittadini, oltre ai salassi su acqua e altre bollette, valanghe di multe anche non valide come quelle fatte nei parcheggi a pagamento dove nelle immediate circostanze non ve ne sia uno gratuito. Ora arriva la tassa sull’ombra, cioè la tassa che si paga per le tende parasole di negozi, e locali che occupano il soprasuolo pubblico. La tassa venne introdotta nel 1972.
Visualizzazioni di pagine: ultimo mese
sotto le fresche frasi
di Pippo Montedoro
Hai voluto la cyclette? Ora, stai a casa!
di Kallaste ce n'è uno solo
guardate cosa può succedere ad imitare le gesta di Risto Kallaste (clicca sulla foto)
emendamento 1707: violenza sessuale di lieve entità!
clicca sulla foto e leggi cosa si erano inventati questi senatori!
Aprite gli occhi su Cuba
Gianni Minà ci spiega meglio di altri qual'è la vera situazione dentro ed attorno all'isola caraibica dei fratelli Castro (clicca sulla foto)
il mio ritorno in Venezuela
diario-reportage di Alessandra Vassallo.
Le emozioni vissute in questi giorni da Alessandra e fino ad oggi pubblicate in questo blog:
Credo che una società capace di festeggiare una data religiosa massacrando milioni di agnelli non debba stupirsi della violenza esercitata sui propri bambini. Agnello e bambino sono correlati. In ogni agnello portato ai macelli puoi vedere la faccia del tuo bambino e nella faccia di ogni bambino gli occhi di stupore e di paura dell'agnello che sta per essere ucciso. (Guido Ceronetti)