mercoledì 13 gennaio 2010

(13) Il commissario Cardascio e lo spillone insanguinato

CAPITOLO XIII

Piazza Vittoria.

A codesta Sovraintendenza, non sarà di certo sfuggita la circostanza in parola, sulla quale, per altro, si è già avuto modo di fornire ampia ed esaustiva disamina nella nota n.23765/B1/09, che, ad ogni buon fine si torna ad allegare in copia.

Invero, non pare, infine, inopportuno ricordare la più volte citata pronunzia dell’Eccellentissimo Consiglio di Giustizia Amministrativa che, su caso analogo a quello in argomento, ha ampiamente fugato qualsivoglia incertezza interpretativa in ordine all’applicabilità alla fattispecie del combinato disposto….

Due giorni sono, dico due giorni, che Cardascio si rigira fra le mani quelle carte e gli pare sempre di tornare al punto di partenza. Non si capisce chi sia per chi o per cosa. Centinaia di lettere, relazioni, pareri, progetti, delibere e decreti e, alla fine, solo una cosa è chiara, una cosa che già conosce: che la questione dell’area di vicolo delle mandrie è chiusa e che, chi vi è interessato, se vuole, può fare ora quello che per trentanni ho proclamato ai quattro venti di volere fare.

Chi avesse deciso che tutto fosse a posto con leggi e regolamenti vari, questo no, le carte non lo facevano capire, almeno a lui.

Inutile, poi, sperare di trovare fra quei fogli il più labile indizio di un coinvolgimento di Impallomeni. Certo ha appurato, dopo lunga e tormentosa decifrazione dei protocolli, che le carte sono pure passate dall’ufficio in cui ha lavorato il ragioniere. Come sono passate da tantissimi altri uffici, però.

Forse, si dice e gli costa ammetterlo, aveva ragione quel tipo della Sovraintendenza, quello che lo aveva incrociato all’uscita dal colloquio con il dottore Perez. Magari, bisogna cercare di parlargli a quel tipo, si dice ancora il commissario. Non è che si aspetti chissà che cosa. Però, già il fatto di avergli sussurrato di evitare di perderci tempo con quei faldoni, qualche cosa doveva pur significare. O no?

Il nome se lo ricorda bene: dottor Virgilio chissà che cosa. Bisogna trovare il suo numero di telefono.

Home Page: Regione Siciliana – Assessorato ai Beni Culturali Ambientali e della Pubblica Istruzione.

Fin qui tutto ok: Uffici Periferici dell’Assessorato – Sovraintendenze. Perfetto, non gli pare vero: Sovraintendenza di Palermo- Il Sovraintendente- Segreteria. Andiamo avanti: Strutture Intermedie. Boh? Che vuole dire? Urp, no. Affari Generali e del personale? neppure. Ah, forse questo potrebbe essere quello giusto. Macchè, il nome non c’è.

E se chiamasse la segretaria di Perez?

No, forse non è il caso. Sarebbe come dirlo a tutti là dentro.

Ah, ecco, una soluzione c’è. Il commesso, il famoso commesso all’ingresso dell’ufficio. Il nome però gli sfugge. Rammenta, però, che tutti non sembravano proprio dei grandi estimatori di Perez.

Allora, torniamo indietro. Pagina scaduta. E che cazzo!

- Mimì, Mimì Cardascio…

E che sarà? Ruvolo si presenta un’altra volta e per di più con una nuova lettera, anonima pure questa. E con nuove raccomandazioni del Signor Questore. Potevano mancare!

…niente risultati per il caso Impallomeni? Che si desse una smossa Cardascio; pure sua eccellenza il Prefetto l’ha sollecitato il caso.

Amen, finita la pace. E così sia. Vediamo:

Ancora attorno ci girate? Niente avete capito. Quartararo solo fesserie vi ha raccontato, perché quello pare fissa, ma fissa non c’è!

Risultati. Certo, pare facile a lei! Lui era solo veramente, mica come la Antocci che era brava solamente a lamentarsi. Altavilla, manco lo salutava più da quella volta che l'aveva portato all'albergo Mozart. Ora ci mancava pure quest’altra lettera per completare il quadro.

Il questore? braitasse pure quanto voleva, tanto, la conoscono tutti ormai. Fa sempre così. Scattare, scattare perché il cittadino non può aspettare i comodi della polizia! La verità? tutto quell’attivismo èsolo fumo negli occhi per i fessi che ci credono. Stringendo, stringendo, poi, non è che concluda granchè la famosa dottoressa Antocci.

All’inizio, tutti con la bocca aperta: ma guarda che persona seria! Che grande lavoratrice! Ce ne fossero tante come lei! Minchiate grosse quanto una casa! Ora, però, chi prima, chi dopo, l’hanno capito tutti quanti la bella spicchia che è quella.

Però è pericolosa e Cardascio lo sa bene. Non sa come, ne’ perché, ma questa storia gli sa tanto di dejà vu.

Deve andare a parlarle ma per farlo deve avere qualche cosa in mano. Ma che cosa, santo Iddio? Che lei già non sappia già.

Dunque, anche questa nuova lettera anonima sembra scritta apposta per darle ragione. Niente incertezze stavolta. Il messaggio è chiaro. Bisogna cercare nella doppia vita di Impallomeni.

Come se non lo sapesse lui quante volte l’hanno usata questa tecnica. Non è che siano sempre tutte calunnie. Nel caso del ragionire, pare proprio di no. Ma, è chiaro come il sole che vogliono distrarlo dall’affare grosso.

Però che carte ha in mano? Impallomeni ha lavorato proprio nell’ufficio che per trentanni ha bloccato l’affare. D’accordo.

Dopo, la questione si è risolta e, proprio quando si è risolta, Impallomeni muore ammazzato.

Ma che senso ha? Forse che il ragioniere ha preteso troppo per qualche servizio? Servizio per bloccare ancora una volta o servizio per sciogliere gli ultimi nodi? E chi sarebbe il destinatario finale? Potenzialmente, sono così tanti quelli che perdono e vincono in questo gioco che è difficile capire chi possa avercela avuta con quel povero disgraziato tanto da farlo ammazzare.

I primi a guadagnarci, è chiaro chi sono, ma non ce li vede proprio come assassini o mandanti di assassini. E, quale guadagno sarebbe visto che, a cose fatte, se ne vengono fuori dicendo sul giornale di voler mollare tutto?

Sente rogne grosse in arrivo, ma una visita ai frati mi sa che deve proprio farla. Tanto che cos’ha da perdere? Peggio di com’è finito…

Se ne esce dall'ufficio. Ha bisogno di prendere una boccata d'aria. A pensare tanto ci ha perso l’abitudine e gli è venuto il solito cerchio alla testa, che, spera, non diventi l’emicrania che dura tre giorni. Troppa tensione, Cardascio!

Che ora è? le sette di sera e c'è già scuro. L’autunno comunque avanza e, nonostante il caldo non molli ancora la presa, le giornate non possono fare a meno di accorciarsi. E’ già qualche cosa, si dice il commissario. Almeno non siamo costretti a passare sedici ore al giorno con quella luce accecante.

Uscendo dalla Questura, decide che non ci vuole tornare subito a casa. Tanto che ci va a fare? Taglia per villa Bonanno. A lui piace quello spizzico di giardino. Gli piacciono, anzi gli piacevano, le palme altissime che lo fanno sembrare un’oasi del deserto prima che arrivasse il punteruolo rosso.

Certo lo sa che il posto ha gran una brutta fama e solo chi ci trova interesse ci va dopo l’imbrunire. E chi ci trova interesse è gente che in faccia non vuole essere guardata e che cerca altra gente con le stesse inclinazioni. Così alle persone per bene, si fa per dire, non verrebbe mai in testa l’idea di fare due passi nella villa alle sette di sera.

Meglio così, almeno per Cardascio, che questa sera non vuole incontrare nessuno. A lui di quello che si fa nella villa al buio non gliene frega niente. Mica ha la fregola di certi suoi colleghi, che se ne stanno tutto il giorno a naschiare il vento e che già le palle a quelli della villa gliele hanno rotte più di una volta, con fotografia sul giornale e interviste alle TV locali.

- Allora commissario la lettera l'avete ricevuta?

Oh cazzo! Non è riuscito a vedere un accidente. Cardascio odia il cellulare e non ne ha mai capito l’utilità. Infatti, normalmente, lo tiene spento. Capita però, come è successo stamattina uscendo, che lo accenda e, visto che tutti ne conoscono le abitudini e non lo chiamano, il telefono è rimasto muto tutto il giorno e lui se l’è scordato. Ma, ora, quando è lì lì per fare un passo avanti nelle indagini, quello suona e lui si distrae di quel tanto che gli impedisce di capire chi gli ha appena chiesto della seconda lettera anonima. E che cazzo!

- Mimì ci sei?

- Pronto, pronto, ma chi è?

- E che non mi riconosci? Peppino sono.

- Ah, Peppino, sei tu?. Devi dirmi qualche cosa?

- Ma come Mimì e me lo chiedi pure? Mi aspettavo di sentirti già da qualche giorno. L’hai letto il referto dell’autopsia di Impallomeni?

- Mi pare che la Antocci non me lo abbia ancora passato. Ora non mi ricordo bene, scusami. Perché hai trovato qualche indizio importante?

- Niente, niente, leggitelo e poi mi dici. Va bene?

- Va bene, Peppino, scusami ancora. Ciao

- Buona serata Mimì.


(accì)


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venerdì 8 gennaio 2010

(12) Il commissario Cardascio e lo spillone insanguinato

CAPITOLO XII

Palermo? Può essere.

- Ma non era finito questo passio? Dieci, venti anni addietro lo potevo capire. Fino ad un certo punto, ovviamente. Ora, però, con tutti quei giornali, internet, chat e via discorrendo, ancora qua devono venire?

- Non lo vedi che sono quattro gatti contati. Lasciali perdere. Non ci siamo scaldati quando erano una caterva e ce la dobbiamo prendere ora?

- Io non le posso sopportare queste porcherie, mi conosci.

-Ancora te lo devi fare ripetere: lascia perdere, fottitene. Tanto non è di questi che ci dobbiamo preoccupare, o no?

- Hai ragione. Guarda mi fanno incazzare pure per questo. Abbiamo tante di quelle preoccupazioni per la testa e io che faccio? Mi metto a perdere tempo appresso a loro.

- Novità ne abbiamo? Perché io qualche cosa di nuovo ce l’ho. Finalmente l’ho convinto. Guarda da non crederci. Ho dovuto sudare sette camicie. Si era incavolato per quell’articolo sul giornale.

- Quale? Non mi avevi detto che era a Roma in quel periodo e che non l’aveva letto?

- No, no, non mi riferisco a quello sul Giornale di Sicilia di settembre. No, dicevo dell’ultimo, quell’intervista che ci hanno pubblicato su Repubblica. E’ per quella che se l’è presa a male. Che qui ognuno fa di testa sua. Che nessuno lo informa mai di niente. E via discorrendo. Io a dirgli, ma no, ma che dice. Era solo per vedere di smarcarsi dalla questione, di sviare l’attenzione ed evitare che qualcuno facesse collegamenti fasulli con la storia del povero Impallomeni.

- Ha capito alla fine?

- Sì. Ha fatto la solita sceneggiata per puntualizzare chi è che comanda, ma poi ho gli spiegato tutto e mi ha detto che andava bene, che si poteva andare avanti su quella strada. Ma, prima di muovere un passo, si raccomandava di essere informato.

- Meno male, ci mancava solo lui e il quadro era completo.

- Il quadro? Certo il quadro è quello che è. Bisogna solo avere pazienza, aspettare che le acque si calmino. Qualche altro anno ancora e vedrai che ne usciamo. Fortunatamente qui non si è visto nessuno.

- E chi doveva farsi vedere! Ci mancherebbe! Cardascio è una testa pazza, ma permettersi certe levate d’ingegno all’insaputa del questore, questo no. Ah, pure io ce l’ho una novità. Niente di che, il quadro, sempre quello rimane. Anzi, mi pare pure che ci voleva.

- Di che si tratta?

- C’è un’altra lettera anonima.

- E ne hai saputo qualche cosa?.

Che vi dicevo? Basta alzare gli occhi e smetterla un poco con questo brusio continuo. E come d’incanto si cominciano a sentire anche quelle voci che normalmente nessuno sente. Perchè le avete sentite pure voi, vero? Ah, meno male! Non vi montate la testa però. Non è che un passettino piccolo, piccolo che non ci porta da nessuna parte. Ma almeno ci muoviamo. Dite che non vi pare che sia così. E che ho finito di dire io? Per queste faccende, bisogna avere pazienza. La realtà non è come nei film americani che ci hanno intossicato la testa. Ci avete fatto caso? A me pare che che anche il nostro modo di ragionare segua quella grammatica e quel ritmo. La nostra storia però è diversa o, almeno, vorrebbe essere così. Che venga bene non lo sappiamo e anche se in tanti ci diranno che ci siamo riusciti, non è detto che sia vero.

Comunque, basta con le divagazioni. Io qualche cosa di quello che si dicevano quei due l’ho capita. E Cardascio che non ci ha detto niente, il rifardone. C’è un’altra lettera? Andiamo a vedere.

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martedì 5 gennaio 2010

(11) il commissario Cardascio e lo spillone insanguinato



CAPITOLO XI

Villa Bonanno

Cosa pensavate, che qui non piovesse mai? No, piove, piove. Capita che ci siano annate che manco a sparargli alle nuvole, altre, invece, che non la finisce più. Non lo so, è ancora presto per dirlo come andrà quest’anno. Siamo appena ad ottobre, che volete che vi dica. Intanto, godetevela questa frescura. Ah, si respira. Veramente una delizia. La mia reazione vi sembra eccessiva? Può apparire così, non ve ne faccio una colpa. Del resto siete qui solo di passaggio, che ne potete sapere. Per vostra informazione, comunque, tengo a precisarvi che la mia reazione non era ne’ eccessiva, ne’ spropositata. Vi spiego. Qui il caldo, quello serio, comincia a maggio. Chiaro? A maggio. E non la smette più almeno fino a tutto settembre, quando non continua anche per la prima metà di ottobre. Ve li siete fatti bene i conti? Esatto! Sono fra i cinque e i sei mesi, la metà esatta dell’anno. Vi pare poco? Dovete provarlo il nostro caldo per capire. E già che ci siete, levatevi dalla testa che bastino pochi giorni, fossero pure i giorni più caldi dell’estate. No, no, sarebbe troppo facile. Dovete farveli tutti i cinque o sei mesi della nostra estate. Arrivate a fine agosto, arrivate a settembre. E ancora non finisce. Cominciate a chiedervi se davvero finirà. Solo allora avrete capito. Forse.

Comunque, non è poi una gran pioggia, quindi possiamo pure camminare. Dovreste esserci abituati voi che non siete di qui, o no?

Dunque, Cardascio è chiuso nel suo ufficio e per il momento lasciamolo lì. Si è capito che è un tipo testardo. Le parole di quel funzionario della sovraintendenza le abbiamo sentite tutti bene, no? E nonostante ciò, lui che fa? sono due giorni che legge cartacce.

Lasciamolo stare, e concediamoci una pausa. Del resto siamo proprio dentro il cuore del centro storico. Quale migliore occasione per fare una visita ai nostri splendidi monumenti? Il Palazzo dei Normanni, ha appena chiuso. La Cattedrale, a quest’ora non si può visitare perchè c’è la messa. La Galleria di palazzo Abatellis e il Museo Salinas, chiusi per lavori. Dovete chiedere altro? Ho l’impressione che abbiate preso un po’ troppo sul serio le mie parole. Rilassatevi. Che modo è mai questo di visitare una città come se fosse una cosa da consumare? La chiesa tale, fatto; il palazzo tal’altro, fatto. Per cose del genere c’è il city tour. Chi vuole approfittarne, faccia liberamente. Io non trattengo nessuno. Gli altri, se avete la compiacenza di seguirmi.

Allora, siamo appena passati sotto Porta Nuova. Sì non è male e non dico altro perché non vorrei che qualcuno si mettesse in testa che questa, in fondo, sia una guida turistica di Palermo, travestita da giallo. Le cose non stanno affatto così.

Avete di fronte la Villa Bonanno. Bella vero? Anche se il sole è tramontato da un bel pezzo, la sua figura la fa lo stesso. Ah, per inciso, la Questura sta proprio da quella parte. Alle nostre spalle c’è il Palazzo Reale e, lì in fondo, la Cattedrale e il palazzo dell’arcivescovo. Visto che siamo qui, entriamo qualche minuto nel giardino? Che ne dite?

- E dai non fare così. Te l’avevamo detto tutti che non ci dovevi fare conto.

Quelli sposati sono i peggiori.

- Io non gli avevo chiesto niente. Ci mancherebbe, la famiglia è la famiglia. Mica gli chiedevo di venirsene a stare con me? E dove poi? A combattere pure lui con quella stolida di mia madre?

- Però, ti sei lasciato prendere troppo e questo è male.

- Specialmente con uno sposato. I peggiori sono quelli!

- Ma che ci posso fare? Sono fatto così. Io non ci riesco a fare solo quelle cose, mi affeziono.

- E pigliati un cane allora, che quelli non te ne dicono minchiate. Qualche osso e ti sono fedeli per tutta la vita, quelli.

C’è un po’ di buio, è vero. Ma, questa volta per onestà bisogna dire che non è colpa del Comune. L’illuminazione ci sarebbe, ma come potete vedere alcuni lampioni sono rotti. I soliti vandali direte voi. Non proprio. Oggi, poi è paradiso. Dovevate venirci venti o trenta anni fa. Buio totale. E l’illuminazione c’era anche allora. Solo che i lampioni erano tutti rotti, proprio tutti. E che folla di gente allora! Non questi quattro gatti che potete vedere intorno alla fontana. Decine e decine. No, non venivano a prendere il fresco. Qua, si radunavano i froci, pardon gli omossessuali di Palermo. Almeno questo era uno dei posti più frequentati.

- Ma l’hai visto a quello?

- Sì, perché? Che c’ha di speciale?

- Come che c’ha di speciale? ma sei orbo? Non l’hai visto che culo che ha? Provincia fa, provincia imperiale però!

- Sì, sì, ho visto. Sempre di palato troppo fino sei. Sarà un buzzurro, che vuoi che sia. Lo vedi come si muove e come guarda a tutti negli occhi? Ci posso scommettere: o pullo o sbirro. Non ci scappa.

- Datti una calmata, datti. Tranquillo, non ce n’è gente a teatro stasera. Ti metti a recitare per me che ti conosco da una vita?

Per cortesia, evitiamo di farci notare. Vi avevo detto chiaro e tondo che non era una gita turistica. Chi non l’avesse ancora capito è pregato caldamente di lasciare perdere. Questo vale pure per quelli, se ce ne sono, che si fanno scrupoli a farsi vedere in posti come questi. Ce n’è? Ah, meno male. Temevo di sì. Anche se, alla fin fine, mi sarebbe pure piaciuto che ce ne fosse qualcuno, ve lo confesso. Non credo che sia una caratteristica nostra, intendo dire di Palermo. Dappertutto non c’è mai una città e una sola, ma tante città che neppure si conoscono fra loro. D’accordo, sono banalità. Lo riconosco, ma siete proprio certi che lo siano in generale? Ecco, che ci risiamo! Guardate, io davvero non ne posso più di cautele e di distinguo. Di dare ragione a tutti perché la verità non esiste e nessuno può pretendere di averla tutta per se’. Perché alla fine, a poco a poco, è come se mi sentissi mancare l’aria. Sicuro, pure in mezzo a quelli che diciamo di essere di sinistra. Infatti che facciamo? Ci frequentiamo, andiamo al cinema, ci mangiamo una pizza e amen. Ci hanno pure tolto il gusto di discutere e di ragionare. Ci avete fatto caso? Qualcuno comincia a discutere e subito tutti gli altri dietro: sì, sì è vero…Guarda quello fa proprio schifo per quanto è servile. Non si accorge di essere ridicolo? Ah, ieri ne L’amaca di Serra…ti passa il piacere, ti passa. Non ci avete fatto caso? Ah, scusate allora, continuiamo.

- Non ci dormo più mi devi credere.

- E come non ti capisco? Con quello che è successo, chiunque al posto tuo…

- Io non gli avevo chiesto niente. Ci mancherebbe, la famiglia è la famiglia.

- Minchia che pacco che si ritrova. Dai ammettilo…..

- Ma che devo fare? Mi vergogno pure a fartela questa domanda. Ti pare che non lo capisco che queste non sono cose da chiedere ad un amico?

- Lascialo perdere, tanto lo sai quanti ce n’è di quelli, pure meglio di lui ne trovi. Non faccio per vantarmi, lo sai, ma l’altro giorno….

- Che vuoi che ti dica; lo sai pure tu che sono cose troppo delicate per azzardare qualunque consiglio. Ma, se stai davvero così male, qualche cosa la devi fare. Non puoi ridurti così…

- Sì va bene, vuoi che ti dico che non l’ho mai visto un pacco come quello? Va bene. Si mai ne ho visto uno così…ih,ih,ih….

Cerchiamo di non essere indiscreti, per cortesia. Non siamo mica allo zoo e vi ricordo che non siete più bambini che possono permettersi di stare a fissare la gente come se fossero marziani. Vi avverto, inoltre, che corrette il rischio di essere equivocati. Quindi, se poi qualcuno vi strizza l’occhio o magari fa di peggio, si fa per dire, non venite a lamentarvene con me. Per quanto mi riguarda la nostra visita finisce qui.

Ma, che c’avete da confabulare come comari? Chi indica quello lì? Io con questo buio non riesco a vedere bene. Ah, dice che quello lì è Cicciuzzo, il cameriere dell’Hotel Mozart? Bella scoperta! io l’avevo riconosciuto da un pezzo.

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venerdì 1 gennaio 2010

(10) Il commissario Cardascio e lo spillone insanguinato



CAPITOLO X
Via Pasquale Calvi

Sovrintendenza ai Beni Culturali e Ambientali

Che ve ne pare? Sembra di stare in un'altra città, vero? In effetti, lo è. E se avete un poco di pazienza ve lo spiego. La via dove ci troviamo ora, è una traversa del Viale della Libertà, la zona chic di Palermo. Si tratta di un’espansione al di là di quelli che erano stati, per diversi secoli, i confini cittadini. C’era bisogno di aria nuova e di nuovi palazzi per quel ceto che aveva soppiantato la vecchia nobiltà, rimasta a piangere le antiche e dissipate fortune negli enormi e scomodi palazzi del centro antico. I nuovi padroni - bene o male, ancora quelli di oggi con una dose in più di cafonaggine – leggono e si tengono aggiornati su quello che succede nel resto del mondo. E che ti vedono? Vedono gli sventramenti della Parigi che fù, i nuovi boulevard e le square alberate. In più ci sarebbero piccioli da guadagnare e, come dicono gli antichi, pecunia non olet. Quindi, si fanno costruire case e palazzi alla moda di Parigi e di Roma. Gli architetti di grido strizzano l’occhio pure al passato locale, ma, di certo, non alle magioni barocche e rococò di principi e baroni, perché quella è una stagione chiusa, ostile al progresso delle arti e dei commerci. Gareggiano in originalità e stramberie. Dura poco ovviamente, datosi che anche a Palermo il tempo ha cambiato il suo ritmo. Basta una guerra, l’ultima, e l’arrivo di un po’ di gente arricchita da fuori, dalle provincie babbe, che babbe, al contrario, non sono, ed ecco che in una notte i nuovi arrivati ti radono al suolo la qualsiasi. Ma, agli occhi di quella gente, gente pratica e affamata, per quanto già ricca, un bel palazzone di sette o dieci piani vale di più di qualche arco arabeggiante o di inutili pinnacoli.

Praticamente fanno piazza pulita. Qualche edificio è rimasto, non si sa perché. Come ad esempio, quella stramba costruzione dove Cardascio è appena entrato.

Ho capito, ho capito. Visto che questa è zona di ricchi, vi eravate illusi di potervi rilassare e camminare con la testa in su, facendo i turisti. Perfetto, vi siete sbagliati! Guardate, proprio a destra dell’ingresso del palazzo che ho appena finito di indicarvi. Lo vedete quello strano trispito di ferro battuto a forma di H? Bene, quell’aggeggio serve proprio per il caso vostro. Pulitevi per bene le suole delle scarpe ed entriamo pure noi. Spero che abbiate imparato la lezione. Guardate sempre dove mettete i piedi, perché anche i palermitani amano tanto i cani.

Cardascio sta parlando con un signore seduto dietro un bancone. Gli fa compagnia una nutrita schiera di colleghi, o, forse, di amici, impegnati nelle attività più disparate, come la lettura dei quotidiani sportivi, una chiacchierata al telefono col collega del cuore, o la catatonica osservazione dello schermo di un computer

- A chi cercate?

- Il signor sovraintendente è in sede?

- Ce l’avete l’appuntamento?

- No, perché, è indispensabile?

- Le disposizioni che abbiamo, egregio signore, sono queste. Mi dispiace.

- Davvero lodevole non c’è che dire. Complimenti. Ora, però fatemi la cortesia di annunciarmi al sovraintendente.

- Ce l’avete l’appuntamento?

Da qui non se ne esce, si dice il commissario. Sembra la Svizzera! Comunque, lasciamo perdere. Per una volta che si incontra uno che rispetta le regole in questa città…

- Ecco il mio tesserino. C’è il sovraintendente?

Al commesso gli si accende immediatamente una lucina negli occhi: finalmente a quel cornuto! Tempo ci hanno perso..

Ah, alla Regione quelli che una volta erano gli uscieri, ora si chiamano commessi. Non si capisce il perché ma gli hanno cambiato nome e, cosa ancora più rilevante, le mansioni, cioè non far niente tutto il santo giorno in attesa che arrivi qualcuno come Cardascio che, in quanto sconosciuto, va fermato, interrogato e scoraggiato, a meno che non si tratti di un amico, dell’amico di un amico o di persona, comunque, importante.

- Chiamo subito signor commissario. Per esserci c’è. L’ho visto arrivare stamattina. Io non ci posso parlare direttamente, ma chiamo subito la segretaria. Lei intanto salga pure: terzo piano, entrando a destra, la terza porta. Non si può sbagliare.

E mentre Cardascio fa per entrare nell’ascensore, un urlo prorompe nell’androne.

- C’è, c’è. Non si faccia pigliare…dalla segretaria. Per esserci c’è.

E’ già seduto nell’anticamera da più di un quarto d’ora. Di fronte ha la scrivania della già citata segretaria, una quarantenne molto truccata e nervosa. Le visite si susseguono e il telefono non smette mai di squillare. Di norma la risposta è sempre la stessa: Il dottore è riunito e non può rispondere. Vuole dire a me di che si tratta? Sì certo, capisco, allora faccia così, riprovi verso le undici, undici e mezza. Certamente, riferirò.

Su un lussuossimo divanetto, stravaccato a leggere il giornale c’è un omone, l’autista del sovraintendente. E’ un personaggio molto ricercato, e si vede. Non c’è minuto che non si affacci qualcuno per richiamare la sua attenzione. Lui, in risposta fa qualche smorfia, come a dire: stai tranquillo, tutto sotto controllo. Appena c’è l’occasione… ci mancherebbe.

Rarissime volte, al richiamo del postulante di turno, l’omone si riscuote e agilmente, per un uomo di quella stazza, guadagna la porta, per tornare pochi minuti dopo con dei post it gialli che ripone dentro un capiente e consunto portafoglio.

Nell’anticamera del sovraintendente attende di essere ricevuto un altro, distinto signore in giacca e cravatta che tiene in mano un paio di camicie grigie - le camicie - in burocratese, le cartellette dove si mettone le carte d’ufficio- .

- Dottore, lei ancora qua sta? Non sa quanto mi dispiace, ma lo vede com’è questa mattina. Le avevo assicurato che, quando il sovraintendente la poteva ricevere, l’avrei chiamata io. Vuole lasciare a me le sue carte? Lo apostrofa la zelante segretaria.

Quello, come riscuotendosi dal profondo torpore ingenerato dalla lunga attesa: Non si incommodi signora. Aspetto. Sa, non vorrei che finisse come l’altro giorno. Dopo avere atteso tutta la mattinata, per colpa di quella telefonata non sono riuscito più a parlargli. Ma lei ha riferito che si tratta di cosa della massima urgenza?

Le telefonate continuano a ritmo serrato. Ma, ce n’è una che fa attisare le orecchie al nostro commissario. La segretaria, nonostante il fard, gli pare arrossisca un pochino e poi qualche cosa la sente pure lui. Una frase del tipo: c’è ancora quello?

- Signora, guardi, ho tutta la comprensione di questo mondo per il lavoro del sovraintendente. La mia, del resto, era una pura e semplice visita di cortesia. Ma, visto che non è possibile, allora le farò avere domani una convocazione in questura, va bene?

- Sono desolata commissario. Ma aspetti ancora un attimo perchè la linea è occupata. Però, guardi, lo sa che faccio? ci vado io direttamente ad annunciarla al signor sovraintendente.

La porta imbottita si apre e si richiude rapidissimamente per farne alla fine sortire il sorriso radioso della segretaria.

- Vede? che le avevo detto? Si accomodi, si accomodi.

La stanza è enorme coi tetti altissimi che traboccano di puttini e ghirlande di fiori e frutta. In fondo, proprio davanti ad una vetrata da chiesa, una scrivania modernissima, tutta in vetro, sgombra di carte, un pc di ultima generazione spento e un paio di telefoni. Ma non c’è anima viva, così almeno sembra a Cardascio mentre si guarda intorno. E proprio quando, per un attimo, si distrae ad ammirare il pavimento - è come camminare su un tappeto di petali di rosa, va pensando fra se’ e se’ il commissario - la parete sulla sinistra si apre. Ha appena il tempo di vedere un grosso scarafaggio, evidentemente, schiacciato qualche tempo prima, che:

- Ah vedo che ha notato il famoso pavimento della marchesa! Opera notevolissima, seppure artigianale, ma notevolissima. Tutti questi futili distinguo su che cos’è arte e cosa, invece, no, io non li condivido affatto, mi deve credere. Comunque, la nostra missione è mantenere integro il grande patrimonio che i nostri antenati ci hanno lasciato perché tutti ne possano godere nei tempi a venire. Purtroppo, i fondi sono pochi, pochissimi. Facciamo quello che si può fare, ma il compito è arduo, mi deve credere, molto arduo.

Cardascio capisce che deve metterci un punto a quella tiritera, se no l’accapo se lo può scordare. Infatti, l’omino che ha di fronte continua imperterrito a sproloquiare di questo e di quello. E’ un tipetto bassino che avrà superato da poco i sessanta, anche se gli anni se li porta che è un piacere. Perfettamente allicchittato, come si dice dalle nostre parti per dire vestito elegantemente, sfoggia un’unica estrosità, un papillon giallo, che, comunque, non stona affatto con l’ottima stoffa inglese della giacca e con l’immacolata e inamidata camicia azzurra.

- Piacere, commissario Domenico Cardascio, Questura di Palermo. Il dottor…?

- Piacere mio commissario, cavalier Francesco Paolo Perez, sovraintendente ai Beni Culturali e ambientali per la provincia di Palermo. Ma, venga, si accomodi, gradisce qualcosa? Un caffè, una bibita?

- Guardi non è proprio il caso. Si tratta solo di pochi minuti, non si incommodi.

Francesco Paolo Perez, però, è già al telefono e impartisce le istruzioni del caso alla segretaria.

- Intanto mi deve perdonare per l’attesa. Lungi dalle mie intenzioni recarle offesa. Ma, come le dicevo, qui l’attività è assai intensa, i fondi scarsi e la gente che lavora pochissima. Inutile chiedere altro personale. Si sa come va a finire in questi casi. Chi ha qualcuno che lavora se lo tiene stretto e non gli pare vero di potersi sbarazzare della zavorra, mi deve credere. Spettacolo invero indecente, ma che farci? Bisogna fare di necessità virtù, come si dice. Ma ho visto che ha notato lo splendido pavimento della stanza. Deve sapere che questa era, per l’appunto, la stanza da letto della marchesa. Splendida donna, come oggi non se ne vedono più. Il marito, illustre personaggio della nostra città, le fece omaggio di questo pavimento, realizzato da esperti artigiani campani, facendolo trasferire qui da un padiglione dell’esposizione Nazionale.

Da principio, Cardascio, è stato incerto se il dottore Perez ci sia o ci faccia. Ora, però, è sicuro che c’è. Quindi, senza ulteriori divagazioni.

- Le dice niente il nome di certo Impallomeni Vitangelo? Era un ragioniere che ha a lungo lavorato qui da voi, prima di andare in pensione.

- Ora come ora, non ricordo. Vede nonostante la sede del nostro uffico sia magnifica ma, in fondo, piccola, mi ritrovo in organico duecentocinquanta impiegati. Non posso ricordarmi di tutti, ne conviene? Tuttavia, se ha la compiacenza di lasciare un appunto alla mia segretaria, sarà mia cura di interpellare il responsabile del personale. Anche se, forse una complicazione potrebbe sorgere. Lei ha appena finito di dire che questo tale ragioniere Impallomeni sarebbe andato in pensione. Beh, non è detto che conserviamo i fascicoli del personale in quiescenza, perché trasferiamo tutto al competente ufficio di altro Dipartimento.

Questo si è messo in testa di prendermi per il culo, si dice il commissario. Se continuiamo ancora con le formalità, qui facciamo notte.

- Avete letto l’edizione del Giornale di Sicilia del 14 settembre?

Indicando il fascio di quotidiani che giace su una poltrona

- Come vede commissario, i giornali non mi mancano, rivolto alla stessa pila di giornali E’ il tempo che manca, il tempo, mi deve credere.

- Beh, se proprio non l’avete letto, ve ne faccio io una rapida sintesi, almeno per quanto ci interessa. L’Impallomeni è stato trovato morto, in un vicolo del centro storico.

- Buon Dio, che tempi ci tocca vivere commissario! Che tempi infelici e tormentati.

Pare, continua imperterrito Cardascio, che la morte possa in qualche maniera essere collegata a questione che il ragioniere poteva avere trattato qui prima di andare in pensione. Ci chiedevamo allora se si potesse avere qualche lume sulla sua attività in questo ufficio.

- Ma, ecco i caffè, prego, prego, commissario, venga che si freddano.

Fuori ha preso a piovere. Fosse per lui, Cardascio non se ne preoccupererebbe più di tanto. Contrariamente al comune sentire dei palermitani, la pioggia non costituisce per il commissario un grande problema. Ma, ha sotto braccio un paio di grossi faldoni di fotocopie, gentilmente fornire dal dottore Perez e, ovviamente, nessun ombrello a portata di mano. Quindi aspetta, insieme a tanti altri, pure ombrello muniti, all’ingresso del palazzo. Perez, ah ecco che si ricorda perché gli è subito suonato conosciuto il cognome del sovraintendente, Francesco Paolo Perez, quello della Beatrice svelata . Pare che l’abbia scritta lui la frase sul frontone del teatro Massimo “L’ARTE RINNOVA I POPOLI E NE RIVELA LA VITA…” e un po’ gli viene da ridere. Chissà, poi, perché, vallo a capire.

- E’ tempo perso, mi dia retta. Che se le porta a fare quelle carte inutili?. Da quelle, sempre che alla fine ci capisca qualcosa, non ne caverà il resto di niente.

E silenziosamente come era arrivato, l’uomo se ne va sotto la pioggia.

Cardascio ha fatto appena in tempo a capire che si tratta del funzionario che aspettava con lui di essere ricevuto dal sovraintendente.


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mercoledì 30 dicembre 2009

(9) Il commissario Cardascio e lo spillone insanguinato

CAPITOLO IX

Piazzetta Tarzana

Antica Osteria Sagone Serafina


Eccolo lì, Cardascio, seduto ad un tavolo appartato dell'Antica Osteria Sagone Serafina. Pur avendo davanti un bel piatto di bollito di manzo bollente al punto giusto, il commissario è intento a prendere appunti.

- Allora, allora riassumendo:

1 La lettera anonima non era una minchiata.

2 All'albergo di Quartararo Impallomeni c'è stato. Però, la dottoressa Antocci ha ragione ad insistere solo su questo?

3 E come la mettiamo con l'affare dell’area edificabile?

4 Di quest'altra questione, a parte le quattro cose che mi ha detto Michele, non si sa altro. Approfondire, approfondire!

In conclusione? … va bene, chiudiamola qui.

E sì, è proprio meglio finirla, pure perché il piatto di bollito non fuma più. E il bollito freddo, a meno di trasformarlo in insalata, è davvero immangiabile.

Capita che Cardascio ogni tanto si perda nei propri pensieri. L'occhio spalancato e alloccuto, la bocca stretta, come a non volere fare uscire le parole che va rimuginando. E a che pensa in quei momenti il commissario Cardascio? Proprio a questo volevasi arrivare.

E' quasi finita un’altra giornata. Un'altra giornata, che manco mi ricordo com’è cominciata. Quante giornate mi restano? Ho passato i cinquant’anni. Fumo assai e mangio altrettanto. E per catasmuovermi dalla sedia dell'ufficio ci vogliono le camurrie che raramente porta Ruvolo. Se no, patate che mi muovo.

Ma tanto prima o poi tutti si deve morire! Si ripete per consolarsi. La gente s'arrimina, corre, s'affancenda. E perche? Per quattro soldi in banca, per il palco al Massimo o per il villino a Mondello? Negli ultimi anni ci ho pensato assai alla morte. Anche se mi rendo conto che è una perdita di tempo, magari stupida. Ma se prima era solo spavento, ora ci ho fatto come l'abitudine. Niente santi o paradiso. Niente. Forse è l’età e succede a tutti così. Col tempo è come se ci si pigliasse confidenza e uno se lo scorda. Poi, però, senza un motivo apparente succede che il pensiero ritorni e batta come fa la lingua su un dente cariato. Le prime volte che è capitato, era come cadere dentro un buco nero, dove tutto perdeva consistenza e importanza. Ora, invece, l'unica cosa che sento è un brivido che mi fa battere i denti, come quando mi piglia la febbre. Allora, per un attimo, ritorna in vita il Mimì picciriddo, che, spaventato, chiama la mamma e piange disperato perchè lei non viene più a consolarlo.

Non vi dovete fare un’idea sbagliata del nostro Commissario. Certo che sentendo quello che gli passa per la testa, torto non ne avreste. Ma, non è così, ve lo assicuro.

Anzi, Cardascio è conosciuto come persona spiritosa. Ogni tanto, magari esagera con le sue battute senza stare a riflettere più di tanto sul fatto che possano ferire l’amor proprio degli altri. Però, la gente che lo conosce, di solito, ride e ne cerca la compagnia. Magari c'è qualcuno che è convinto che filosofeggi un po’ troppo e che abbia proprio la testa int’allaria, come si dice qui per uno che ha la testa fra le nuvole. Ma non è corretto. Cardascio non ha la testa sulle nuvole. E' che ancora non gli è passata la voglia di capire povero figlio. E capire per lui è sinonimo di complesso. Hai voglia a dirgli che ci sono stati uomini nel passato - e ancora oggi qualcuno ce n’è - che hanno praticato tutt’altra strada con soddisfazione, vivendo felici e contenti. Ma lui no, è cocciuto. Però, pur nel suo essere testa int'allaria, Cardascio non dice quasi mai castronerie. Questo no. Al contrario, molto spesso, alcuni che conoscono questa sua abitudine a ingarbugliare le cose e a complicarsi la vita, lo provocano apposta, perché sanno che dal suo arzigogolare ne trarranno sfumature trascurate, elementi dimenticati, nessi neppure intravvisti. Col risultato, frustrante per il commissario, di ritrovare in bocca ad altri conclusioni a cui lui era arrivato molto, ma molto prima.

- Sì, sì, propriamente di Impallomeni parlarono…Ah, sì… e che ne so io? sempre qui dentro chiuso sto, manco ca fussi in galera…Eh, che dite?…Ah, ho capito, va bene… Ma, a mia sbirri mi parsero…

Quartarano, appena chiusa la porta, è corso, si fa per dire, al telefono. E’ ancora agitato perchè la corsettina bene non gli ha fatto. Ma ora, si vede che è più tranquillo: assittato nella poltrona grande del salottino, fuma beato il sicarro.

Ciccio ha sentito tutto. Con ancora in mano una tazzina di caffè appena lavata, ha ascoltato di nascosto la conversazione. Ha la faccia triste e pare manchi poco che si metta a piangere. Perché? E perché? Boh? Forse qualche cosa in più di noi lui l’ha capita dalla telefonata di Quartararo.

Ma quello non è il cameriere dell’hotel Mozart? Si chiede Cardascio appena uscito dall’antica trattoria.

- E’ rimasto soddisfatto, signor commissario? Era buono il bollito?

La signora Serafina Sagone ci tiene al nostro commissario e si vede. Il tempo di un saluto e di un complimento veloce veloce, perché se no la signora ci resta male, che il picciottello è sparito. E' stato solo un attimo. L’ha intravvisto che passava quasi correndo nel vicolo e gli è rimasta un’impressione strana. Gli è parso che il ragazzo stesse piangendo.


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sabato 26 dicembre 2009

incipit (4) : Il mercante di Venezia


In questa rubrica della trazzera in terza vogliamo dedicarvi le frasi iniziali (incipit) di alcune tra più famose opere letterarie di ogni tempo.
L'inizio di un libro è una delle parti più importanti e più difficili da scrivere ed è spesso quello che ci spinge al suo acquisto o alla sua lettura.

Antonio:
Non so spiegare questa mia tristezza; mi stanca; anche voi dite che vi stanca; ma come io l'abbia presa, trovata, assorbita, di che è fatta, di dove venga, vallo a sapere......

(Il mercante di venezia di William Shakespeare)
Traduzione di Sergio Perosa - ed Mondadori I Meridiani

tutti gli incipit pubblicati

venerdì 25 dicembre 2009

(8) il commissario Cardascio e lo spillone insanguinato

CAPITOLO VIII
Via Terra delle Mosche
Teresa Leone, Cuturiera

- Un minuto, un minuto, mi scusasse, ma mi trovo in desabbigliè.
- Signora, guardi che non mi pare proprio il caso. Si è fatto tardi. E' quasi l’ora di pranzo e non vorrei disturbare.
- Ma che disturbo e disturbo. Lei non cerca a qualcuno? E allora aspetti che la faccio entrare.
Cardascio capisce che non c’è modo di evitarsela e aspetta che la donna lo faccia entrare.
- Signore? Signore? A lei dico, ma che fa non ci sente?
Il commissario che per l’intanto si era accesa una sigaretta sente questa vocina, ma, l’abbiamo detto più di una volta, non riesce a vedere chi sia che lo chiama perché la strada è assai buia. Gira la testa a destra e a sinistra e non vede niente.
- Signore? Signore? A lei dico, ma che non fa non ci vede?
Intanto, qualcuno lo tira per la manica e lo costringe a guardare in basso. Da dove è uscita questa qui? Cardascio si ritrova davanti una vicchiuzza piccola piccola che si appoggia ad un bastone, mentre con l’altra mano continua a strattonargli la manica della giacca.
- Ah finalmente, orbo e sordo è per caso?
- Mi deve scusare signora ma ero sopra pensiero e non mi sono accorto. Ha bisogno di qualche cosa?
- Io non ho bisogno proprio di niente. A me mi pare che lei, invece…
- Non si incomodi, non ho bisogno di niente.
- E allora che ci fa qui impalato? Ma che gli pare che non l’ho sentita quella che lo chiamava prima?
- Chi signora?
- Come chi, la Za Trisina. Non è a lei che aspetta?
- Guardi signora che io neppure la conosco la sua vicina di casa.
- Ma quale vicina e vicina, quella non c’entra niente con me. La lasci perdere, se ne vada per dove deve andare. Quella, si lasci pregare, ci gode a sparlare dei cristiani.
E con questo, Cardascio, che si era appena distratto per dei rumori che ha sentito da dietro la persiana, non avverte più quel peso leggero che premeva fino ad un istante prima sulla sua manica, sente, flebile, come una cantilena che si allontana.
- “Io a lei non la conosco a lei…va bene?” “Io a lei non la conosco a lei…va bene?” “Io a lei non la conosco a lei…va bene?”

Beh, a questo punto, forse è meglio che vi dica qualche cosa, se no non vi ci raccapezzate più. Dunque, la nominata Za Trisina in realtà si chiama Teresa Leone. Di mestiere fa la sarta, ma più per passione di curtiglio, che per bisogno in quanto vedova reversibile del defunto marito Pasquale. Abita da una vita al numero 22 di Via Terra delle mosche, proprio di fronte al 25, dove si trova l’hotel Mozart. La sua casa è un basso che si affaccia direttamente sulla strada e la nostra signora è una delle poche indigene che vive ancora in queste decadute magioni, oggi, generosamente locate dalla brava gente del posto a tamil o immigrati in genere. Questi ultimi, così si dice, vi si trovano così bene che pagano ben volentieri gli esosi canoni di locazione. Ma, tornando alla nostra sarta, dico solo un ultima cosa. E' conosciuta come il Giornale di Sicilia della Vucciria perché niente e nessuno sfugge alla sua curiosità. E ora se ci spicciamo riusciamo ad entrare insieme al commissario.

- S'accomodasse, prego, prego. La casa è in disordine. Ma deve sapere che ieri sera facemmo tardi. Si maritò la figlia della signora Annamaria. Quello che mi ha fatto passare , voi non lo potete immaginare. Pidocchi arrinisciuti sono. Sapesse che pretese che hanno! Ma il vestito, modestia a parte è venuto magnifico. Allora le stavo dicendo che al rinfresco, niente di speciale... Spendono e spandono e poi si confondono per le fesserie...ero assittata allo stesso tavolo della signora…
Cardascio, per esperienza maturata nei commissariati quando faceva ancora il commissario commissario, capisce subito com'è fatta la signora Teresa. Intanto, nonostante l'età, è ancora piacente: bassina, biunnitta e florida, con un paio di minne che non finiscono mai. Nell'occasione indossa un kimono, forse accattato quando era signorina e magrolina, perchè oggi proprio non ce la fa a contenerla tutta. A meno che...
Il nostro poliziotto, un poco per la premura, un po’ per cercare di farle di impressione, si è presentato subito: commissario Cardascio, Questura.
A Teresa Leone, però, la rivelazione che di sbirrume si trattava, invece di indurla ad un più morigerato riserbo, sembrò spronarla a più estesi e dettagliati resoconti su tutto e su tutti.
- Veniamo al dunque signora Leone. Lei poco fa mi ha invitato ad entrare perché avrebbe capito che cerco qualcuno. Non è proprio così. Non cerco qualcuno in particolare, ma mi piacerebbe sapere, visto che lei è tanto gentile, che tipo di gente ci viene all’albergo del numero 25.
La Leone, da perfetta commediante qual'è - Ma per chi prende commissario? Io i fatti miei mi faccio. Non dò confidenza a nessuno.
Pazienza, pazienza, si dice Cardascio, che ci arriviamo, ci arriviamo.
E difatti, dopo un caffè (un altro!), un bicchierino di rosolio, perché la frutta di martorana da sola non si può mica mangiare, la Leone - Mala gente ci viene. Brutta assai. Signorine e signorini. E poi travestiti, che non c'è più mondo.
- Solo questo tipo di gente ci viene?
- E che vi devo dire commissario ormai stiamo diventando vecchi. Non è più come una volta che mi ricordavo tutto.
- Magari si ricorda di un signore anziano, ben vestito.
- Fatemici pensare. Sì, sì, ora che me lo dite qualche cosa me la ricordo perché quei due mi hanno fatto impressione. Niente a che fare con la malagente che si vede entrare e uscire tutti i giorni dall'albergo. Era tardi, le sette o le otto di sera, sotto il portone di fronte, uno anziano, distinto e ben vestito proprio come avete detto voi, stava insieme a un giovanottino. Commissario, non me lo chieda. Sapesse le porcherie che si devono vedere di questi tempi. Di più non posso dirle perché bene bene non li ho visti. Però, mi sono sembrate facce conosciute. Quello anziano viene regolarmente una volta a settimana. Mi pare il martedì, di pomeriggio. L'altro, il picciottello, potrebbe essere il cameriere dell'hotel, quel ragazzino che chiamano Ciccio. Brutti tempi, commissario! Se non l'avessi visto coi miei occhi non ci crederei . Si baciavano come nei film! Poi, la luce il Comune quando ce la mette è sempre tardi.

I sospetti nati, parlando con Quartararo, trovavano conferma nelle parole della Leone, che ci aveva messo pure il carico di Ciccio, il cameriere. Cardascio, a malincuore, deve ammettere che la Antocci sulle frequentazioni di Impallomeni ci ha visto giusto. Quello che continua a non digerire è l'insistenza del questore a voler seguire solo quella pista. Il commissario è persona onesta, ma ostinata a volere ragionare con la propria testa, puvirazzo, nonostante i guai che questo modo di fare gli ha procurato nel passato. In più, per onestà, bisogna aggiungere che, intuitivo com'è, spesso e volentieri, vede ed ascolta poco. Così, mette agli atti le scandalose – ma pericolose ? - inclinazioni del defunto ragioniere e pensa a quell'altra oscura indicazione della lettera anonima, che più gli solletica il naturale istinto sbirresco.
Intendiamoci con questo non è che vogliamo prendere un partito piuttosto che un altro. Non sarebbe corretto nei vostri riguardi. Almeno io la penso in questo modo e mi comporto di conseguenza. Se preferite altrimenti, nonostante siate ancora a pagina 31, potete lasciare perdere e rivolgervi ad altri che la pensano diversamente.
Ora, chiudiamola qui con queste divagazioni e torniamo a Cardascio.
Fra caffè, rosolio e pastarelle assortite si sono fatte le tre. Che ci torno a fare a casa a quest'ora? Si chiede il commissario. Badate bene che in quel tornare a casa è sottinteso un per il pranzo e, visto che il pranzo dovrebbe prepararselo lui, possiamo capirlo, perchè è notorio che Cardascio ai fornelli fa veramente schifo . E non è tutto. Infatti, girato il cantone c'è una vecchia osteria che fa ancora il bollito come si preparava una volta e al commissario il bollito piace moltissimo. Però, santo cristiano, ma come cavolo fa a mangiare così? Il bello è che si lamenta di avere la pressione alta e il colesterolo a mille. Inutile, comunque, farglielo notare. Tutti quelli che ci hanno provato sanno già la risposta; Cardascio invariabilmente tira in ballo il nonno materno, morto alla ragguardevole età di ottantotto anni, che ai medici e parenti raccomandanti morigeratezza, rispondeva che è “megghiu moriri sazio che diuno”.


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martedì 22 dicembre 2009

(7) il commissario Cardascio e lo spillone insanguinato




CAPITOLO VII
Vicolo Catari
Michele Porcarello libraio

Non credo che succeda solo a Palermo e solo ai palermitani. Penso che accada dappertutto. Quando ci sono pochi soldi e molto bisogno di apparire sulla stampa e sulle tv ci si inventa qualcosa che costi poco e che dia il massimo di visibilità. La zona che stiamo attraversando è servita ad un’operazione del genere proprio qualche anno addietro. Quest’intrico di stradine e vicoli è solo il rimasuglio di quello che diversi secoli fa era la giudecca della città. Il luogo prendeva il nome di Meschita e ci abitavano, per l’appunto, ebrei. Come vi dicevo, qualcuno, ha avuto la brillante idea di cambiare la toponomastica di questa parte della città, riscrivendola in italiano, ebraico e arabo. Salvo poi a dimenticarsene il giorno dopo che gli articoli sui giornali cittadini erano usciti e le interviste alle televisioni passate nei vari notiziari. Oggi, i pochi palermitani che ancora abitano queste strade continuano a chiamare le vie coi loro vecchi nomi. Se gli immigrati hanno approfittato o meno di questa favorevole opportunità concessagli dall’amministrazione comunale per chiamare le stesse strade con i loro idiomi nativi, sinceramente non lo so. Ovviamente se proprio dovesse interessarvi potete chiederglielo, tanto ne incontremo parecchi cammin facendo.

Vi dicevo che questa zona della vecchia città è stata quasi totalmente abbandonata dai palermitani. Capisco, quindi, perfettamente, che possa risultarvi poco comprensibile trovare una spiegazione per questa gita improvvisata. Ma, ho pure sottolineato più volte che solo quasi tutti i locali si sono trasferiti. Ed è proprio uno di questi sopravvissuti che il nostro commissario ha deciso di andare a trovare.

Non si tratta, come capirete cammin facendo, di una visita improvvisata, quanto piuttosto di una consuetudine. Cardascio si reca da queste parti almeno una volta a settimana. Di solito lo fa per suo piacere e, riteniamo, anche per piacere dell’ospite. Lo fa innanzitutto con la scusa di acquistare libri perché il nostro palermitano superstite fa proprio questo, il libraio, in Vicolo Catari. Un po’ stramba l'idea di aprire una libreria in un vicolo. Apparentemente sì. Considerato, però, che nelle altre zone di Palermo i prezzi degli affitti sono impossibili e che il nostro libraio ha una clientela di aficionados consistente, la scelta di Vicolo Catari, alla fin fine, se non lo ha reso milionario, almeno gli ha consentito di esercitare l'unico mestiere che conosce e che gli è sempre piaciuto.

Ah, non fatevi venire in testa chissà che cosa riguardo al nome del nostro vicolo. Non si tratta della tragica eresia, quanto più modestamente di secchi. Sì, cataro, in idioma locale, stava per secchio e in quel vicolo si concentravano appunto gli artigiani che li fabbricavano.

La vetrina della libreria è senza insegna per colpa dei balzelli comunali che, nonostante quello che possano pensare gli amici che abitano un po’ più a Nord, negli ultimi anni, sono lievitate in maniera iperbolica e direttamente proporzionale al degrado dei servizi forniti.

Il discorso sull’argomento sarebbe lungo e non mi pare questo ne’ il momento ne’ luogo più adatto per farlo. Vediamo intanto di non perderci Cardascio.

Che ve ne pare? Per l’età che ha il commissario,si muove ancora come un ragazzino e per di più non si fa impressionare da niente. Eccolo lì, un saltello e ha guadagnato l’ingresso della libreria senza pestare quel gatto morto.

Cercate di evitarlo pure voi, per cortesia.

- Ciao Michè

- Ah, ciao Mimì, che ci fai qui oggi, che è martedì?

- Perché è proibito? Mi pare che la libreria la tieni aperta sei gioni a settimana, o mi sbaglio?

-E che fai? te la prendi? Babbiavo e, comunque, di solito tu vieni il sabato mattina, quindi… Per caso devi usare la toilette?

- Va bene che ogni tanto ti chiedo la cortesia di usare il bagno, ma questo mica significa che ho scambiato la libreria per un pisciatoio.

- Pensavo che visto che eri qui vicino per affari tuoi, magari potevi avere urgenza …

Il libraio, Michele, e Cardascio si conoscono da una vita e mai, dico mai, che nei loro discorsi vengano subito al sodo. Al contrario, amano alla follia tampasiare e ciolliare, termini gergali per dire quello che ho detto prima con più effetto.

Prima di andare avanti, un minimo di presentazioni sono dovute. Michele Porcarello, cinquantasette anni, libraio, è un tipo secco secco e alto di statura. E, come succede a tutte le persone con troppi centimetri fra testa e piedi, tende a stare un poco curvo, quasi fosse una forma di cortesia per gli ospiti solitamente, almeno quelli della sua generazione, più bassi di lui.

Un bel paio di baffi, curatissimi, e un paio di occhiali da miope con lenti molto spesse completa il quadro.

Se ne sta tutto il giorno appollaiato su un trespolo dietro la cassa, in una posizione strategica che gli consente di vigilare sull’intero negozio, che poi non è così ampio. Conosce vita, morte e miracoli della vita cosiddetta culturale della città. Un po’ perché è uno che si è sempre appassionato a queste faccende, un po’ perche i tanti che non hanno le entrature giuste finiscono invariabilmente per venirlo a cercare se devono organizzare qualcosa di culturale, appunto: un dibattito, la presentazione di un libro, una mostra.

Lui non si nega a nessuno e non pretende di guadagnarci nulla o quasi. Così tutti, apparentemente, lo rispettano e lo stimano.

Che camurria questi scarafaggi. Mi fa schifo schiacciarli, ma non sopporto di vedermeli passeggiare sulle scarpe.

- Allora Michè, novità?

- Niente Mimì, che novità ci devono essere…poi qui, in questo buco sperduto di vicolo che vuoi che debba succedere: un tamil ubriaco, la vecchia del piano di sopra che urla come un’addannata perché non la fanno dormire in santa pace e…ah, questa sì che è una grossa novità: l’altro ieri sono passati gli spazzini.

- Fai pure lo spiritoso, ma guarda che la munniza mica ce l’avete solo qui. Anzi, a dire il vero, qua mi pare paradiso. Ma, veniamo a noi. Non è che ti trovi qualcosa su un certo progetto di recupero urbanistico che risale ad un trentina di anni addietro? L'ha fatto un architetto famosissimo, ma io il nome non lo ricordo.

- Da quand’è che ti interessi di architettura, Mimì? Lo sai che è arrivato l’ultimo di Manchette? Ne ho preso due copie, una l’ho messa da parte per te.

- Grazie, Michè. Certo che lo piglio. Hai fatto bene. Incasinato come sono per ora magari mi sfuggiva.

- E che successe? Non c’è stata una volta, dico una, che negli ultimi dieci anni non ti sia lamentato che ti hanno messo di lato e che non fai un cazzo di niente tutto il giorno.

- Ma, niente, fesserie, di che cosa mi posso mai occupare io? Di fesserie. Questa volta, però, la fesseria in questione pare che interessi al Questore. Proprio per questo ti chiedevo poco fa di quell’architetto. Dai, lo so che ci arrivi. Minchia se è brutta la vecchiaia Michè. Il nome dell'architetto ce l'ho proprio sulla punta della lingua, ma, cavolo, se viene fuori. Però, ricordo bene che il progetto prevedeva il recupero di quell'area abbandonata dove, prima dell'ultima guerra, c'era la Chiesa di Santo Spirito. Ce l’hai presente?

- Come no? Ho settanta anni e mia nonna mi ci portava a messa la domenica mattina in quella chiesa.

-Aspè un minuto che ti do qualche altro elemento. Il terreno sta in via Maqueda, proprio accanto al Vicolo delle Mandrie e alla chiesa di sant’Onofrio piluso.

- Ah quello! Sì qualche cosa dovrei averla. Ma, a proposito, ti capita di leggerli i giornali? Guarda che neppure tre mesi addietro La Repubblica ci ha fatto su un’articolone di una pagina intera. Parrebbe che i proprietari, i frati dell'Incoronazione, non vogliano più realizzarlo il progetto. Anzi avrebbero deciso di vendere tutto il pacco, terreno e progetto.

-Dici sul serio? Ma, dimmi una cosa, quest’affare non era morto e sepolto ormai?

-E ci torna! L’articolo diceva che ormai i permessi ci stanno tutti.

-Per trent'anni su quel terreno c'è stata la guerra di tutti contro tutti, poi, quando la faccenda si è risolta. i vincitori si ritirano. Non ti sembra strano Michè?

-Per essere strano, è strano, ma, fammi capire una cosa Mimì, che c’entra questa storia con la fesseria che ti ha affidato il questore?

Non mi pare il caso di tormentarvi ammatula con il riassunto delle puntate precedenti, dato che non ci pagano a cartella. Quello che è giusto è giusto, quindi sorvolerei sul prosiego della conversazione, Una cosa, però, mi pare valga la pena di stare a sentire.

- E così ci sono andato. Che altro potevo fare? Come volevasi dimostrare, Impallomeni frequentava l’hotel Mozart. E con questo? mi sono detto. Resto convinto che in questa faccenda il puzzo di bruciato viene da tutt’altra parte.

- Ma come fai ad essere così sicuro che il ragioniere c’è stato in quell’albergo?

- Quartararo non mi mi ha detto niente, ma, dopo che sono uscito, ho fatto quattro chiacchere con una signora che abita proprio lì vicino



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venerdì 18 dicembre 2009

(6) Il commissario Cardascio e lo spillone insanguinato



CAPITOLO VI


- Io, a quella non la capisco proprio.

- Sentiamo, Che ha fatto di così grave da farti scapicollare qui?

- Te l’ho detto che la lettera, che tu sai, l’ha data a Cardascio?

- Sì, l’hai detto e mi pareva che fossimo d'accordo sul fatto che non c’era di che preoccuparsi. Anzi, ho puntualizzato che la cosa non mi dispiace per niente. Quindi, ancora con questa stramalettissima storia mi stai a camurriare?

- Mi ricordo tutto, non c'è bisogno di prendersela tatnto. Ma, anche a rischio di farti incazzare un'altra volta, ti ripeto che io ancora non l'ho capito che gli passa per la testa alla Antocci.

- Stai sereno, che non mi incazzo, però, una volta per tutte, me lo fai capire perchè stai tanto sulle spine?

- Se hai la pazienza di seguire il mio ragionamento, provo a spiegartelo. Mi pare che per certi versi la faccenda vada per come deve andare. Esattamente per come l’hai pensata tu. Difatti, il questore l’ha mandato da Quartarano.

- Chi?

- Cardascio.

- Ah bene.

- E lui ci è andato con un altra cosa inutile della Questura, l’agente Altavilla. Pare che per prendere per il culo Quartararo abbiano fatto una sceneggiata tutta da ridere. Fingevano di essere andati al Mozart per fottere. Quartararo, che stupido non c'è, gli ha dato spago e poi li ha mandati a fare in culo.

- Ho capito, ho capito e allora?

- Allora, non mi convince lo stesso. Perché l’ha data a Cardascio quella fottutissima lettera? Lo sai com’è strambo quello. Mai che si butti sulle cose semplici. Si attizza solo cercando il pelo nell'uovo. E poi – non finirò mai di ripetertelo - perché infilarci pure quell’altra storia dentro la lettera?

- Quando uno nasce con la testa tonda mai che può morire con la testa quadrata. Tu sei così, ti incornutisci su una cosa e non ci bastano tutti i santi del paradiso per togliertela dalla testaccia dura che hai. Eppure cretino non lo sei, se no stai fresco che stavi qui a rompermi il cazzo!

- Mi devi scusare, ma mi conosci meglio di me. Niente, niente, non ci torno più.

- E finisce così?

- Che cosa finisce così?

- Vieni qua - che non ci dovresti venire, e lo sai - mi fai la testa tanta e poi basta che uno ti si fa buu! E ti ritiri in buon ordine? E parla, santo cristiano! Dillo quello che ti passa per la testa.

- E, allora, te lo ripeto: quella non mi convince. Quella vuole giocare su tutti i tavoli.

- E tu lasciala giocare, falle montare la testa, che più si monta più si fa male quando cade.

Può essere che siano gli stessi di prima, però la mano sul fuoco non ce la metterei manco ammazzato. Qualche cosa mi pare di averla capita, ma non ne sono tanto sicuro e quindi non vi dico niente. Di certo c’è che questi, chiunque essi siano, sanno cose che magari non dovrebbero sapere. Addirittura le sanno prima di noi.

Per come si scrivono i romanzi ai giorni nostri, non dovrei farci una tragedia. Vi confesso, però, che questo andazzo un po' mi fa incazzare. Fare la figura del cretino non è mai piaciuto a nessuno, o mi sbaglio?


fine della 6^ puntata
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o a persone realmente esistite o esistenti
è puramente casuale...


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