mercoledì 16 dicembre 2009

(5) Il commissario Cardascio e lo spillone insanguinato



CAPITOLO V

Via Terra delle Mosche

Hotel Mozart

L’anonimo estensore della lettera, pur essendo criptico, urbanisticamente parlando, non è stato affatto oscuro, almeno per alcuni dei miei concittadini. In breve la questione è la seguente. Dovete sapere che a Palermo ci sono faccende che non si risolvono mai, almeno nell’arco della vita di una persona che non si chiami Matusalenme. Badate bene che le faccende di cui si parla non debbono riguardare necessariamente affari eclatanti. Niente affatto, anzi sovente, si tratta di interventi urbani banalissimi, una stazione per i bus regionali o un palazzo dei congressi.


Si scatenano effimere campagne di stampa e dibattiti televisivi, politici e gruppi vari s’indignano perché le opere non si fanno oppure perché si intendono realizzare. Chiaramente, alla fine, non succede niente, salvo, in seguito, tornare a scannarsi secondo una periodicità assolutamente non prevedibile. Una di queste questioni riguarda un pezzo di terra pieno di pietre ed erbacce, sul quale sorgeva da secoli una chiesa distrutta dai bombardamenti dell’ultima guerra. E’ proprio nel centro della città, quindi non mi pare di chiedervi un grosso sacrificio se facciamo due passi. Dobbiamo superare le due piazze principali, piazza Politeama e Piazza Massimo, dove si affaccia l’omonimo teatro; il secondo al mondo per grandezza, almeno così dicono i palermitani. I


l secondo teatro lirico, il primo parlamento, che volete farci? Da queste parti ci consoliamo così, magari per scordarci delle passate e presenti miserie. Comunque, superata quest’ultima piazza imbocchiamo decisi la via Maqueda. Si pronuncia Macheda, ma i palermitani la pronunciano Maqueda con buona pace del viecerè spagnolo che le ha dato il nome. Arrivati al quadrivio che taglia la nostra strada, intersecando due dei mercati storici della città, il Capo e S.Agostino, proprio accanto al Vicolo delle Mandrie, c’è appunto quel muro in conci di tufo di cui parla l’anonimo. Non si vede nulla dalla strada, ma, credetemi, non è che vi perdete chissà che. Mi pare sia stato detto, dietro non c’è che una distesa di calcinacci e sterpaglie. Ma, qui è il bello. Attorno a questa landa desolata negli ultimi cinquantanni si sono dati battaglia fazioni agguerritissime.


Da un lato il proprietario della landa, la congregazione dei frati dell’Incoronazione, che per nobilitare l’investimento si è addirittura affidata ad un architetto di fama mondiale, dall’altra gli strenui difensori della memoria urbana. Risultato: il resto di niente

Non mi pare il caso di dilungarci ancora sull’argomento. Se davvero vi interessa, sulla questione esiste una vasta, ma sparsa letteratura da consultare. Ma, credetemi, almeno per quanto riguarda questa storia, non è questo il punto.

Ora fate attenzione ad attraversare e non state sempre col naso in aria a guardare di qua e di là. Se c’è qualche cosa di notevole da vedere, vi avverto io. Forse è per questo che non sentite questa puzza. Badate almeno a dove mettete i piedi. Come perché? Abbassate gli occhi, per cortesia. Ecco perché.

I cocchieri di Palermo trovano disdicevole per i loro stalloni l’applicazione dei pannoloni, quindi la merda di cavallo imbratta le strade e ammorba, con il puzzo di stallatico l’aria di questa felicissima città.

Ora però dobbiamo sbrigarci, perché Cardascio, almeno per una volta, è stato costretto ad uscire dalla sua tana per fare le indagini come ogni commissario che si rispetti. Va in quell’alberguccio di Via Terra delle Mosche, l’hotel Mozart.


Che stava a sentire quella mattina il commissario? Ah, un bello cd di Rosa Balistreri che ha trovato al solito negozio di Via Roma: un'occasione, vecchie incisioni degli anni 70. Comunque, una bella voce. E dove si trovano più voci così ai giorni d'oggi? Cantu e cuntu, cuntu e cantu/pi nun perdiri lu cuntu

Lui, Cardascio, ascolta la musica con le cuffie perché, dice che non vuole disturbare, e, cosa più importante ancora, non vuole essere disturbato. Aggiungeremo noi che magari usa le cuffie perché ascolta musica pure quando è al lavoro, ma forse Cardascio questa malignità non se la merita. L'ufficio suo è ignuniato, cioè nascosto, al terzo piano della Questura, in fondo al corridoio, salendo a sinistra. Dalla finestra si vede solo un pizzicunello di cielo e mezzo pinnacolo di Cattedrale. Ma a lui ci basta.


Appunto, mentre Cardascio stava beandosi del cd di Rosa Balistreri

- Mimì, Mimì Cardascio…

Ruvolo, e questo stava a significare ancora camurrie, nel caso specifico una telefonata dell’Antocci, che, come al solito, quando cerca qualcuno non lo trova ed è costretta a mandare l’uscere: che non lo sente il signor commissario Cardascio il telefono?

Certo che no, ovviamente, visto che ascolta Rosa Balistreri con le cuffie in ufficio. Comunque, la suddetta telefonata va a buon fine.

- Caro Commissario che piacere, che piacere sentirla!. Le rubo solo un minuto perché lo sa, vero, quante cose ho da fare. E mi creda, caro Cardascio, nessuno e dico nessuno che mi dia una mano. Tutto da sola devo fare! Ma lasciamo perdere che è meglio. Ho mandato Ruvolo per quella lettera.

- Sì l’ho ricevuta e ho appena avuto il tempo di leggerla. Mi pare strana assai.

- E perché? A me pare invece così chiara.

- Vede dottoressa, la lettera dice cose che paiono andare in due direzioni diverse.

- Ma no, ma no, lei è portato a complicarsi la vita. L’accenno a quell’albergo non le dice niente?

- Non ho ancora avuto il tempo di…

- Lei sa che qui nella mia Questura si fa solo gioco di squadra, no? E allora, Cardascio? Ci ho pensato io, stia tranquillo. Ho acquisito una ponderosa, e dico, ponderosa documentazione su quest’albergo. Denuncie non ne mancano e si tratta sempre di certe cose. Mi raccomando, sono certa che concorda con me che un sopralluogo, s’impone, e dico, si impone.


Cosa dell’Investigativa è, continua a ripetersi, pure ora, Cardascio. Invece, la Signora Questore che fà?. Manda lui e quel povero figlio di madre dell’agente Altavilla in Via Terra delle Mosche. Perché? E perché in quella fottutissima lettera si parla dell’Hotel Mozart, sul quale, è vero, il questore ha raccolto una ponderosa documentazione, dalla quale risulta che il Mozart è un albergaccio di malaffare. Da questo a fare due più due che ci vuole? Già se li vede i titoli dei giornali: “caso risolto: tragico epilogo di….”

E dai, è così chiaro. L’altra parte del messaggio è cosa troppo delicata, da evitare accuratamente.

Ma a lui, Cardascio, la dottoressa Antocci non lo piglia per il culo. Però, bisogna avere pazienza e dargli corda.

Vabbè, lasciamola cantare. Fra qualche giorno se la sarebbe scordata questa lettera anonima. Del resto, è sempre andata così, pensa il nostro povero commissario.


L'indirizzo è quello, Via terra delle mosche. Cardascio si guarda intorno. Il vicolo è stretto e buio, pure se sono appena le 10 del mattino. Solo un portone aperto, proprio quello del numero 25. Dentro non si vede un accidenti di niente. Prende dalla tasca il foglietto spiegazzato che Ruvolo gli ha consegnato il giono prima. Accidenti a lui: l'indirizzo è proprio quello, Via Terra delle mosche 25, 1° piano. Non resta che salire a vedere. Niente campanelli da suonare, non c'e niente di niente.


Altavilla mantiene le distanze. E’ ancora incazzato e si vede. Fuma, guardandosi intorno disgustato. Ma chi ce l'ha portato? Continua a chiedersi, per non pensare a cose peggiori. Per esempio, a quanto è cornuto quel figlio di buttana del commissario.

Sì, perché proprio Cardascio ce l'ha portato in questo casino, che manco c’ha la lucina rossa sul portone.

- Andiamo, Salvù. Una volta che ci siamo, vediamo di sapere se pure questa è una fesseria. Almeno così il questore si calma un poco.

Dopo quella prima visita di Ruvolo, Cardascio ha fatto quello che fà sempre. Cioè, ha preso la cartelletta con quella strafottuta lettera anonima e in attesa dei risultati dell’autopsia l’ha impilata insieme alle altre. Ovviamente, l’ha collocata in fondo alla pila, perché pure al niente, così la pensa il commissario, bisogna dare un ordine. In questo caso, però, le cose non sono andate come sempre erano andate, purtroppo. C’è stata prima la telefonata e come se non bastasse Ruvolo si è ripresentato con un biglietto, vergato a mano direttamente dal Questore in persona.


Che stava combinando il signor commissario? E che non si sapeva che tutti, ma proprio tutti in quella Questura non facevano altro che oziare tutto il santo giorno? Ma lei no, il Questore non dimenticava nulla. Ecco allora l’indirizzo di quell’alberguccio. Sicuramente il signor Commissario non si era dato la briga di trovarlo… E badasse bene che il posto era assai equivoco perché frequentato quotidianamente da notori pederasti!

A questo punto non restava altro che mettersi il cuore in pace e decidersi a farlo quel benedetto sopralluogo.

Al primo piano non si vede una minchia di niente. Ci sono tre porte, come nell’indovinello della Turandot, e manco una targhetta.

- Suona Altavilla.

- A quale maresciallo?

- A quello che vuoi. Non lo vedi che manco una targhetta di schifo ci mettono? Suona, suona.

E Altavilla suona. Niente, neppure un'arma, cioè un’anima, di cristiano.

- Suona ancora Altavì.

-Ma nuddu c'è, marescià e poi alle dodici i picciriddi mi escono dalla scuola.

Ma, ma, Cu è, cu è? A nuddu aspittamu. Itivinni; nuddu c'è, itivinni.

Deve essere una vecchia, pensa Cardascio. E pure anziana assai. La voce in effetti è fina fina, ma incazzata assai.

- Ci aprisse signora, clienti siamo.

- Ma chi signora e signora! Ma chi minchiate andate dicendo. Sono Quartararo Giovanni, fu Battista, che andate cercando?.


E la porta si apre e ne esce una tistuzza senza manco un capello, liscia liscia. Sotto la pelata, però, ci stanno due occhi neri e ancora vispi e un baffettino nivuro, sopra una bocca piccola e stretta.

- Borgiorno signor Quartararo, mi deve scusare per prima, mi sono sbagliato, capita,e me ne dispiace tanto.

-Cosa volete a quest'ora? Tutto chiuso è; nuddo c'è, come ve lo devo dire?

-Mi deve scusare, ma veniamo da lontano e ci avevano detto che qua affittate camere, pure per qualche ora. Io e mio compare, qui, siamo stanchi e ci volessimo fare un riposino. Sempre che lei ci favorisce; s'intende paghiamo, paghiamo, quello che è giusto.


Il commissario ci fa una taliata a Altavilla che diventa tutto rosso, povero figlio.

Il sorriso ci spunta allora sulla buccuzza di Quartararo, che magari una occhiata ad Altavilla ce l’ha data pure lui.

- Accomodatevi, accomodatevi. Un cafè, un bicchierino. Dite, dite, a vostra disposizione. Ci dovete scusare, è tutto ancora in disordine. E poi, e poi, una cosuzza pulitina è questa casa, Semplice, ma onesta,

E mentre li fa accomodare in un salottino scuro dal decoro banale, si volta di scatto:

- Ciccio, Cicciuzzo, veni ccà. Ci sono due signori, due clienti, porta u cafè.

State comodi, il cafè arriva subito. In che cosa posso servirvi?

Cardascio con Altavilla è stato chiaro; fammi parlare solo a me. Tu statti zitto, senza dire una parola. E difatti, Altavilla se ne sta zitto e si guarda le scarpe, assittato sopra una poltroncina di vellutino rosso. E fuma.

- Deve sapere che io e mio compare ci abbiamo un cugino, alla lontana…

- Ah che cosa meravigliosa! Sì, sì, però chi c'entra? Non siete qui per la camera?

Premura aveva Quartararo.

- Un minuto e ce lo spiego. Io e mio compare abbiamo certi affari qui a Palermo. Ma la corriera del paese parte solo la mattina presto. Così o questo o niente. E allora, che si fa? Ci siamo alzati questa mattina alle 4, e ora dobbiamo vedere un amico nostro alle 5, questo pomeriggio. Vediamo di farci una dormitina ci dissi al mio compare. E dove? risponde lui. Io allora m'arricordai di mio cugino, quello alla lontana, il ragioniere Impallomeni…


A Quartararo quel nome non gli ha fatto un bella impressione perché magari è diventato più pallido di quello che era. E ce ne vuole, giarno, com’è di suo. Però, il vecchio, che fissa non c’è, incassa e cerca di far finta di niente.

- E allora? Le ritorno a dire che c’entra? La volete sta camera sì o no?.

- Il cafè pronto è.

Cicciuzzo entra e si talia tutt'attorno. Si vede subito dalla faccia pallida che è preoccupato, e un tantino spaventato.

- Lolò, non facciamo scortesie al signor Quartararo. Pigliamoci il caffè.

Cicciuzzo ha posato la guantiera sopra al tavolinetto davanti al divano.

- Aspetta aspetta, Ciccio, per la cortesia.

Cardascio ha tirato fuori dalla sacchetta un rotolone di carte da centomila lire e, pigliato un diecimila, lo porge al picciotto.

- Assai, assai, sono; così me lo maloabbituate il ragazzo. E che fece? Per un cafè che portò? Questo lavoro suo è.


Quartararo ride, ma si capisce che sta sulle spine.

Approfittane, Mimì, si dice Cardascio. Se non lo sfruculii ora stu carusu, mai più ne avrai l'occasione.

- Ah, qui lavora il ragazzo? E che fai Cicciuzzo, che fai?

- Il cafè porto. Il cafè ai clienti. Pure le sigarette qualche volta e quello che comandano.

- Ah, ora sì che mi ricordo, pure mio cugino, il ragioniere Impallomeni, mi ha parlato di te e di quello che fai…

Ma quant’è curiusu questo cristiano, si dice Quartararo. Mezz’ora che si parla, parla e ancora non si sa se sta benedetta stanza la pigliano o no. Forse è meglio evitare. Lui a questi non li ha mai visti e da che si ricorda gente che cerca una camera per farsi un riposino qui, all’hotel, non ce n’è mai capitata. Tutta gente conosciuta o presentata. Evitiamo che è meglio.


- Arrivederci, arrivederci e scusatemi tanto, ma stanze non ce n'è. Ve l'ho detto subito che non ce n'erano. Scusate, scusate.

Cardascio che ancora parla con Ciccio, il cameriere, non se l’aspettava proprio questa uscita di Quartarano. E’ indeciso se insistere o lasciare perdere. Il pensiero della Antocci però è risolutivo. Lasciamo perdere, se proprio se ne deve occupare lui della questione è meglio andare a cercare da qualche altra parte. Vabbè, può pure essere che Impallomeni qui ci venisse, e allora?

Quartararo ha chiuso la porta e a loro non ci resta che tornarsene a casa.

Davanti al portone di Via delle Mosche 25, Lolò Altavilla, scusandosi assai, deve scappare a pigliare i figli che gli escono dalla scuola.

Signore, signore, scusasse, ma che cerca qualcuno?


Cardascio con quel buio non riesce a capire chi è che lo chiama. Sente solo la voce che ripete a cantilena ma che cerca qualcuno? ma che cerca qualcuno? Fa per s'accendersi una sigaretta. e abbassando lo sguardo verso la fiamma dell'accendino ti vede un paio d'occhi luccicanti dentro la persiana del numero 22.

Detto fatto, Cardascio legge la targhetta della persiana, ora chiusa e sprangata: Leone Teresa, CUTURIERA.


(accì)



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sabato 12 dicembre 2009

(4) Il commissario Cardascio e lo spillone insanguinato


CAPITOLO IV

Sempre in Piazza Vittoria

Domenico Cardascio, detto Mimì

A lui, Cardascio, la posta arriva, come a tutti in Questura, dall’archivio generale. Tranne quando si tratta di cose delicate, camurrie cioè, perché allora viene Ruvolo. E chi è Ruvolo? Ruvolo è il commesso del Questore.

Funziona così. La signora Cherubini, ve la ricordate, no? Riceve la posta della giornata. La apre, la spiega per bene e la sistema per l’esame del Questore. Di norma, si tratta di burocratiche fesserie. Ma, di tanto in tanto, qualche cosa di interessante si trova. Comunque, la Cherubini entra con la sua bella carpetta nella stanza del capo e ne esce con una serie di camicine, all’interno delle quali la posta è stata sapientemente smistata. Da quel momento le carte prendono strade diverse per finire in tavoli altrettanto diversi gli uni dagli altri. Tavoli imponenti e rococò e tavoli di metallo mezzi scassati.


Non tutto quello che arriva, però, prende così rapidamente le strade di cui sopra. Succede che qualche foglio rimanga a macerare sul tavolo del Questore. Che deve rifletterci.

A questo punto torniamo a Ruvolo. Il commesso ha il compito di recare personalmente ai funzionari le carte, appunto, interessanti. E lui, da venticinque anni e nove questori, lo fa con scrupolo e senza lasciarsi scoraggiare dalle eventuali assenze dei destinatari. Non li trova? Ritorna.

E così è stato anche questa volta.


Ruvolo ha trovato Cardascio e gli ha lasciato una cartelletta di contenuto ignoto, ma, senza dubbio, assai delicato.

- Il Signor Questore tanto si è raccomandato che il dottore la guardasse bene la pratica e che vedesse cosa si poteva fare. Ah, poi, si raccomandava pure che tutto si doveva fare di premura, ma senza levate di ingegno.

Nella cartellina c'è una busta gialla, con su scritto a stampatello QUESTURA PIAZZA VITTORIA, 90110 PALERMO. All’interno contiene un articolo del Giornale di Sicilia del 15 settembre e una lettera scritta a macchina, la solita lettera anonima.

La notizia di nera è davvero striminzita: il cadavere di un uomo dell’apparente età di sessanta anni era stato trovato in un vicolo della Vucciria. Di nome faceva Vitangelo Impallomeni, vedovo e pensionato della Regione. L’uomo, ben vestito e senza nessun segno di violenza, a parte l’ovvio danno letale provocato dall’arma del delitto, giaceva riverso dentro l’androne di un vecchio palazzo abbandonato. Ambienti della polizia riferivano che ad ucciderlo sarebbe stato uno spillone appuntito, di quelli che un tempo si usavano per appuntare ai capelli i cappellini delle signore.


La lettera, invece, diceva:

Dovete sapere che non sempre quello che appare è vero. Perchè se così fosse non avreste ora per le mani questo foglio. E un povero cristo, come appare, non sarebbe morto com’è morto.

Se vi fate una passeggiata in via Maqueda e prendete la direzione del Teatro Massimo, prima di arrivare all’ingresso di Via Bandiera, sulla destra, ci trovate un muro di tufo. Non è un muro storico; sta lì da una trentina d’anni. E dietro questo muro non c’è niente. Quattro pietre, mozziconi di palazzi diroccati, erbacce e munnizza. Cosa vi pare che sia? Un altro ricordo dei bombardamenti dell’ultima guerra, direte. Non avete torto. Infatti, la zona è stata sì bombardata, ma non solo.

Allora perché questa lettera, perché tanto mistero? Perché accostare quel povero cristiano ammazzato alla Vucciria con queste rovine? Ma che ho detto prima?

Ah, quasi me lo scordavo…c’è un alberghetto un poco, come dire, particolare. Come si chiama? Sì, Albergo Mozart.

Si dice che il fu Impallomeni ci andasse. E’ proprio dietro la Via Chiavettieri. Non lo conoscete? E fatele ste indagini, per cortesia!


E’ cosa dell'Investigativa, non c’è dubbio, impreca in silenzio il commissario. Con la lettera in mano non lo vede, ma sa che Ruvolo è ancora lì. E Infatti c’è, in piedi davanti alla scrivania perché non ha ancora finito di rferire tutto quello che gli è stato ordinato di riferire.

- E ora che si sbrigasse che la dottoressa Antocci aspetta urgentemente gli sviluppi dell’indagine.

-Ho capito Ruvolo, va bene. Riferisci al Questore che me ne occupo subito.

Minchia, che premura! La lettera l’ha letta una volta sola e di primo acchitto gli pare che dica almeno due cose. Quello che non lo convince è il perché siano state messe lì, una dietro l’altra, senza un apparente collegamento. Cardascio sa che la dottoressa non ama i dubbi. Vuole, anzi pretende, certezze e soluzioni. Quindi deve darsi da fare e, magari pure questa volta, se la cava con la solita relazione di una paginetta. Ma subito.


- Ciao Pignatone, novità ce n’è?

- Non mi fare santiare di prima mattina, Cardascio! Da me le vieni a cercare le novità? Ti sei scordato del mestiere che faccio o ti va di babbiare?

- Appunto, appunto, caro Peppino, del tuo mestiere mi interessano le novità. Ce l’hai tu quel pensionato della Regione che hanno trovato alla Vucciria?

- Sì perché, ti interessa?

- Fosse per me lo sai Peppino…ma la Antocci mi ha passato stamattina una lettera anonima che riguarda proprio quello lì.

- Ah le tue solite lettere anonime. Va bene, ma di norma non le, diciamo così, passi all’archivio morto che tieni nel cestino sotto la scrivania? Scusa, ma me l’hai proprio tirata di bocca la battuta.

- Mi conosci Peppino, eccome se mi conosci. Ma, si da il caso che il questore ha una premura del diavolo e io non so che cavolo riferire.

- Ahi, ahi, bella spicchia la Antocci.

- Lasciamo perdere Peppì. Allora ce l’hai tu questo morto ammazzato della Vucciria, si o no?

- Sì, sì, e a chi lo dovevano dare questo figlio di nessuno?

- Quindi?

Quindi che cosa? Ah, va bene. L’autopsia non l’ho ancora fatta, ma qualche cosa te la posso dire pure ora.

- E dilla Peppino che a quella non gli piace aspettare.

- Dunque, allora, morto fra l’una e massimo le tre del 14. Un corpo contundente sottile e appuntito gli ha bucato l’occhio e ha raggiunto il cervello. Morto sul colpo e amen.

- Come un corpo contundente? Ma se pure il giornale dice che l’hanno trovato con uno spillone infilato dentro un occhio?

- Appunto, uno spillone è un corpo contundente. O no?

- Ma vai dove sai tu, Pignatone, fammi il piacere. Un corpo contundente. Va bene, non è che sia granchè, ma almeno qualcosa la so. Grazie Peppino a buon rendere.

- Aspetta, aspè. Ci sarebbe dell’altro…

- E che aspetti a dirmelo?

- Si tratta di cosa delicata.

- E io sono la direttrice dell’educandato delle Orsoline. Peppino…

- Allora, sembra proprio che prima della morte il tizio avesse intrattenuto rapporti sessuali, come dire, particolari.

- Particolari in quel senso lì?

- Esattamente.

- Ah, ricevuto Pignatone.

- Del rapporto dell’autopsia che devo farne, lo mando a te?

- Ma che ne so Peppì, forse è meglio che fai come di solito: segui le vie gerarchiche. Può essere che per me la cosa finisce subito.


Non ditemi che ve lo siete già scordato. Ve ne è ho parlato solo poco fa. Come di chi? Del commissario Domenico Cardascio, detto Mimì. Ecco, appunto, è proprio lui quello che Ruvolo è andato a cercare per portargli la lettera anonima per conto del Questore. Perché, come vi ho detto prima, Cardascio si occupa di denuncie anonime. D'altro Cardascio non s'occupa e, sottolineo, non si deve occupare. Denunce anonime e basta. E perché? tornate a chiedere voi. E perché? A parte il fatto che siete curiosi assai, perché è un galantuomo. Non vi basta?

E va bene, state a sentire.


Il commissario Domenico Cardascio, detto Mimì, non si è sempre occupato di denuncie anonime. Ha avuto anche momenti buoni; momenti che lasciavano presagire una folgorante carriera. Commissario ad appena 31 anni, stimato dal questore pro tempore – e non perché sia figlio di chi sa chi -, Cardascio si è fatto da solo. Lo so che è una brutta espressione e che fa storcere il naso a tanti (ma non sufficienti direi), ma non è che possiamo andare avanti all’infinito con la storia personale del commissario.

Comunque, alla fine qualcosa è successo. Per il fatto stesso che successe quello che successe dovreste capire che, in fondo, Cardascio non era proprio destinato a fare carriera. Non lo capite? Va bene, tento di spiegarvelo brevemente, anche, se so che dovreste averne fatta esperienza pure voi. Dunque, secondo voi chi fa carriera?

Ve lo dico io: non quelli che fanno, ma quelli che evitano le camurrie.

E Cardascio non aveva intuito che una questione apparentemente banale era una camurria colossale. Aveva tentato di risolverla, ma senza capire che non si voleva che si risolvesse e, così facendo, era diventato il capro espriatorio che tutti cercavano.


Bisogna rendere merito al nostro commissario del fatto che non aveva ceduto di un millimetro. Non si era abbassato le braghe, in sintesi. Tuttavia, la faccenda si era chiusa lo stesso alla maniera de L’assassinio sull’Oriente Express.

Erano stati tanti, ma così tanti a decidere che, alla fine, non aveva deciso nessuno e Cardascio era stato trasferito dove l’abbiamo trovato.


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mercoledì 9 dicembre 2009

(3) Il commissario Cardascio e lo spillone insanguinato



CAPITOLO III
Piazza Vittoria

Il titolo del capitolo non deve trarvi in inganno. Lo so, finora non abbiamo fatto altro che parlare di piazze. Non vorrei per questo che i non palermitani si facessero un’idea sbagliata della città. A Palermo, infatti, non è che le piazze abbondino. In alcuni casi si tratta di toponomastica fantasiosa, in altre occasioni di semplici slarghi pomposamente elevati al rango di piazze. Ma di piazze vere e proprie ce ne sono davvero poche, ve lo assicuro. E se non ci credete venite a constatare di persona. In fondo, a parte i molti palermitani, Palermo è una splendida città.

Comunque, per sentire e vedere quello che è necessario, dobbiamo tornare sui nostri passi e immergerci nel centro storico della città. A due passi da Porta Nuova e dal Palazzo dei Normanni, ci sta, appunto, Piazza Vittoria. Di che Vittoria si tratti non lo so e non credo sia utile approfondire l’argomento per l’economia del nostro racconto. Vi basti sapere che sulla piazza si affacciano gli uffici della Questura.
C’è dell’altro e ci torneremo, ma non è il momento.
Ora se avete la compiacenza di seguirmi…
Entrando nella Questura non fermatevi, per cortesia, nell’atrio. Lo so che è splendido, ma andiamo di fretta. Se no perché vi avrei fatto fare questa levataccia? Dobbiamo arrivare dal Questore prima delle nove.

A destra c’è uno scalone, non male neppure questo, ma non distraetevi.
Mi chiedo come facessero prima dell’invenzione dell’ascensore i malcapitati abitanti del palazzo. Non sembra, ma ditemelo dopo, quando siamo arrivati al secondo piano.
E non è finita. Lo so vi aspettereste una bella porta massiccia con la targhetta, QUESTORE. Non è così. Bisogna imboccare un stretto corridoio sulla sinistra e poi salire per un ripida scaletta e, finalmente, ci siamo.

Nell’anticamera del Questore non ci sono sedie, neppure una. A parte, s’intende, quella dietro la scrivania della segretaria. Si mormora che questa inusuale austerità in fatto di mobilio, sia voluta.
Il Questore, infatti, odia gli scocciatori. Chi sono gli scocciatori? Semplice, sono quelli che non convocati si presentano alla sua porta. Certo non può impedire che i suddetti si presentino sia per ignoranza delle regole non scritte che per ostinazione. Nell’un caso e nell’altro, comunque, nessuna accondiscendenza dovrà essergli dimostrata. Se proprio ci tengono, dovranno aspettare in piedi.
Il questore, poi, è sempre occupato. Ovvio, no?

Per cui, se per caso, la segretaria non vi ha convocati, e avete urgente bisogno di conferire, non vi resta che starvene in piedi ad aspettare. La signorina Cherubini, la segretaria, non vi dirà mai di no. Anzi, sempre gentilissima, vi dirà di attendere, che si tratta di pochi minuti e sarete ricevuti. Ma, la verità è che non si sa mai quanto durerà l’attesa e se, alla fine, riuscirete a parlarci col Questore. E perché? Perché il Questore può sempre avere una riunione urgente da qualche parte. E in questi casi esce e se ne va. E se ci restate male, sono affari vostri!
Affari che, comunque, non potranno mai essere così urgenti come quelli del Questore.

Ma, ovviamente, in questo caso, noi non abbiamo problemi. Diamo un rapido saluto alla Cherubini che, sempre impegnata al telefono, risponde con un lieve battere di ciglia ed entriamo.
Ha una bella stanza il Questore. Austera, come si conviene al suo ruolo istituzionale e con bei quadri alle pareti. Uno, in particolare, mi piace molto. E’ una marina di Agatino Mirabella, una veduta, dall’Aspra, del golfo di Mondello, col monte Pellegrino violetto e azzurro. Una vera delizia. Ma, stiamo divagando. Un attimo, prego. Gli scarafaggi proprio non li sopporto. Uno bello grosso ci attraversa la strada. Potrei schiacciarlo, ma mi fa troppo schifo. Ecco, si è imbucato proprio dietro la cornice del quadro. Possiamo procedere.

Seduto sulla poltrona di fronte al Questore, c’è il dottor Infante. Parlottano. Chiunque, del resto, in Questura non si stupirebbe di quello che vediamo. Il dottore Infante e il Questore lo fanno ogni mattina.
Dicono che Infante sia il fischietto del Questore. Il fischietto? Sì, la spia. Ogni mattina, invariabilmente, si presenta in anticamera, non aspetta nessuno ed entra. E cominciano a parlare, una mezz’oretta, non di più.
Di che parlano? E che ne so io!
Comunque, se volete, possiamo ascoltare:
- Annabella, e quella lettera anonima?
- Quale lettera?
- Lo sai no? Quella che mi hai fatto leggere l’altro giorno. Che notizie ci sono?
- L’ho assegnata a Cardascio.
- Ah, bene, bene. E lui che ha fatto?.
- E’ presto, bisogna aspettare, lo sai come vanno le cose di Cardascio. Prima che si catasmuove quel benedetto cristiano, ce ne vuole.
- Sì, sì. Ma non era cosa sua, te l’avevo detto, no?E’ cosa troppo delicata per Mimì.
- Ma può essere mai che sei sempre così fesso! Mamma mia, Signore del cielo, a tutto io devo pensare, a tutto! Lo sai che quella scimunita della Cherubini doveva far riparare la fotocopiatrice, da un mese, dico da un mese, e la fotocopiatrice è sempre lì e dell’assistenza manco l’ombra. Che devo fare? Chi me lo ha fatto fare di venire in questo inferno di cornuti e sfaticati? Chi, dimmelo tu Infante?

Il Dottore Infante, in effetti, una risposta bella pronta ce l’avrebbe (i piccioli, i belli piccioli che il Questore si piglia ogni mese), ma si guarda bene dal dirla.
- Annabella….
Annabella? Sì, Annabella. Il Questore è una dottoressa. Sì, una dottoressa del continente. Normale avvicendamento hanno detto al Ministero. Ma, si sussurra, che non è vero niente. A chiedere, poi, sembrerebbe che nessuno sappia o voglia dire di più. Ma, è solo l’ennesima sceneggiata in cui noi palermitani siamo bravissimi. Provate, infatti, a insistere e vedete che succede: che è stata tutta una montatura per togliersi di mezzo il vecchio Questore; che quello aveva rotto le palle al Ministro e via discorrendo. Ovvio che si tratta unicamente di chiacchere, ci mancherebbe. Quindi, vi posso solo dire che la dottoressa Annabella Antocci è stata trasferita alla nostra Questura da sei mesi, dopo l’ennesima ammazzatina di un tizio che non si faceva di fatti suoi, come tutti.

Infante non è tipo da scoraggiarsi. L’avete presente la patella? Infante è proprio così, quando una cosa gli interessa, si attacca e nessuno se lo può scrollare di dosso se prima non molla e dice quello che Infante vuole sapere. Neppure la dottoressa Annabella Antocci sfugge a questa regola.
- Quindi, quindi, mi dicevi che l’hai assegnata a Mimì Cardascio la lettera?
Il Questore ha già scordato quello che si sono detti un momento prima
- Ma di che lettera parli Infante? Ah, quella, sì a Cardascio. Del resto, lui di lettere anonime si occupa.
- Sì, è vero, però….
- Però che…
Se c’è una cosa che la Antocci non sopporta è di essere interrotta. Questa maledetta abitudine di voi siciliani, dice, che mai state ad ascoltare. Il resto ve lo risparmio.
- Niente però, la lettera è di Cardascio e lasciamogliela. Vediamo che fa, poi, poi, deciderò il da farsi. Se ci sarà da intervenire, si interverrà. Un mastino è Mimì, lo sai bene Infante….
- Appunto, appunto…
- Appunto niente, per ora mi va bene così. Voglio che quelli chiamati in ballo si prendano una bella strizzata di palle. Poi, poi, se, come sempre, Cardascio esagera, si vedrà. Intanto, godiamoci lo spettacolo.
- Ma quelli….che ne pensa il …?.
- Sempre a fare dietrologia state voi siciliani, un vizio è. Basta, basta, Infante, se non hai niente da fare, io ce l’ho, come se non lo sapessi quello che mi aspetta stamattina e, come sempre, devo fare tutto da sola, da sola. Nessuno che si dia una smossa in questa Questura del cazzo…
Infante, l’antifona la capisce subito, allora, come sempre in questi casi, si alza e se ne va.

A questo punto è chiaro che non vi ci raccapezzate più. Si vede che non leggete i gialli. E se così è, beh vuol dire che siete proprio l’eccezione, visto che solo quelli si pubblicano di questi tempi.
Comunque, ricapitolando, vi starete chiedendo chi è questo benedetto Cardascio. Per ora vi basti sapere che è un commissario, assegnato alla Questura perché troppo zelante. Ora non venitemi a dire che non capite perché. In tal caso la chiudiamo qui e chi si è visto si è visto.
Certo, e che non lo so? un commissario dovrebbe stare in un commissariato con tutto quello che ne consegue, ma nel nostro caso, e non è il solo, non è così. Domenico, detto Mimì, Cardascio è un commissario che non sta in un commissariato e che si occupa di lettere anonime. Ora me lo aspetto, vi starete chiedendo. Che ci mettiamo a fare un commissario ad occuparsi di denuncie anonime? Con tutti i problemi di sicurezza che abbiamo, ecc., ecc…?
E io vi rispondo. In che mondo vivete? In quello dei dibattiti televisivi?
Poi passi per uno, che ne so, del Nord Est, ma se questa domanda se la fa un siciliano, anzi meglio, un palermitano, come ho detto, è meglio levarci le mani perché siete senza speranza.
La lettera anonima di cui parlavano il Questore e Infante? Oddio, e che maniere sono queste? Pazienza, se no che lo leggete a fare questo romanzo?


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lunedì 7 dicembre 2009

Incipit (3) : Il ritratto di Dorian Grey


In questa rubrica della trazzera in terza vogliamo dedicarvi le frasi iniziali (incipit) di alcune tra più famose opere letterarie di ogni tempo.
L'inizio di un libro è una delle parti più importanti e più difficili da scrivere ed è spesso quello che ci spinge al suo acquisto o alla sua lettura.


Lo studio era impregnato dell'intenso odore delle rose,e quando la leggera brezza estiva frusciava tra gli alberi dl giardino, fluiva dal vano dell'entrata il greve odore del lillà o il più delicato profumo dell'eglantina.
(Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde)
Traduzione di Ugo Dèttore - ed Fabbri la grande biblioteca

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sabato 5 dicembre 2009

(2) Il Commissario Cardascio e lo spillone insanguinato



CAPITOLO II


Palermo? Può essere.


Questi due non li conosco. E’ vero, mi hanno detto di farvi da guida e io ho accettato. Ma se non sai le cose che cavolo ti metti a fare la guida? Direte voi.

Per certi versi, avete perfettamente ragione.

Lo so che siete abituati bene. In occasioni come questa per voi è come prendere un aereo. Vi affidate perché siete convinti che il pilota sappia tutto quello che c’è da sapere. Ho il timore che nel nostro caso non sarà così. Ve lo faccio presente prima ancora di cominciare, perché chi volesse scendere, lo può tranquillamente fare.


Vi dico subito che di questa storia so appena come comincia e, vi giuro su quello che volete voi, non so proprio come va a finire. In più, conosco quasi tutti quelli che ci capiterà di incontrare, ma quasi tutti.

Degli altri, come questi due per esempio, so che ci sono. Forse, li avrò visti da qualche parte e magari me li hanno anche presentati.

E poi, forza, non ditemi che non è capitato anche a voi. Magari, che ne so, siete di Bergamo. Tipi come questi ci sono pure lì, ma li conoscete?

Ora spunta quello che dice sì.


Va bene, è chiaro che qualcuno li conosce, ma l’eccezione conferma la regola, o no?

Non voglio comunque sottrarmi al mio compito e qualche cosa ve la dico. Immaginate che quello che stiamo per sentire sia come gli scampoli di conversazione che vi capita si ascoltare per strada, sul bus, al bar.

Sapete che c’è qualcuno che sta parlando, ma non vi riesce proprio di capire chi è.

E con questo è tutto e non ci tornerò più sopra. Casomai dovesse succedere che, a parte le parole, capitasse di intravedere qualche cosa, state tranquilli, se non ve ne accorgete voi, ve la farò notare io.


- Prima quel cretino del Giornale di Sicilia. Ma dico io, con tutto quello che succede in questa benedetta città, mi vanno a fare un articolo a tre colonne su quel signor nessuno?

- Ci vuole pazienza, lo sai. A che serve lamentarsi? Il danno, se danno c’è stato, è fatto, quindi…E poi, i giornali, chi li legge più. Dai, mettiti il cuore in pace che ci perdi la salute.

- Tranquillo, parlo assai, mi conosci, no? Meno male che è finita lì. Nessuno ci ha ricamato sopra dopo.

- Non è che hai fatto o detto qualche fesseria in giro?

- Ma che stai a dire...nulla, nulla di nulla. Ci mancherebbe. E’ vero che chi ha occhi per vedere, vede, ma da questo arrivare a muovere un dito ce ne passa. Mi meraviglio che tu l’abbia solo pensato.

- Non te la prendere. Lo sai che ho assoluta fiducia in quello che fai.

- E come no, sempre le rogne più rognose mi dai…come con quel don Ermete.

- Di questo non devi crucciarti. Al contrario, consideralo il segno più tangibile della mia stima per te.

- D’accordo, d’accordo. Scusa lo sfogo, ma, certe volte è come se non ci fossi vissuto da sempre in questa città. Mi vengono i nervi a vedere di quali scimuniti siamo circondati.

- Va bene. Chiudiamola qui e spiegami il perché di tanta urgenza.

Mi sbaglio o hai appena finito di dirmi che la questione non è stata più ripresa dopo la pubblicazione di quell’articolo?

- Se ti riferisci ai giornali, sì, però, la cosa non è affatto finita lì.

- Che intendi dire?

- Se hai la pazienza di starmi a sentire un minuto te lo spiego. A quanto pare c’è una lettera anonima.

- Una lettera anonima? A chi?

- Alla Questura

- Ah e ti pareva. Qui tutti scrivono lettere anonime. Non mi pare il caso di preoccuparsi tanto.

- E no, in questo ti sbagli.

- Va bene, se lo dici tu, sarà così. Però, per cortesia, fammi capire pure a me.

- La lettera in questione, il Questore l’ha assegnata al commissario Cardascio.

- Ah, e dovremmo preoccuparci per questo?

- Io dico di sì

- Mah…ne ho sentito parlare e so che è un rompiscatole, ma da questo a farsene un cruccio come stai facendo tu ce ne corre assai.

- Che dirti…speriamo.

(accì)


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mercoledì 2 dicembre 2009

(1) Il Commissario Cardascio e lo spillone insanguinato


CAPITOLO I

Via Bontà

Omicidio alla Vucciria

Un pensionato sessantenne trovato morto ieri in Via Chiavettieri.

La Questura non esclude nessuna pista.

I particolari in cronaca

Se arrivate a Palermo, arrivate alla Stazione Centrale. Non importa che mezzo usiate per viaggiare. La stazione sta in Piazza Giulio Cesare, anche se nessun palermitano lo ammetterebbe mai. Per lui quella piazza non esiste, non l’ha mai sentita nominare. Eppure c’è. Si allarga davanti all’architettura provincialumbertina della stazione e si chiude con la pomposa cortina marmorea, costruita nel ventennio, a far da ingresso monumentale alla via Roma.

Non è più notte e neppure pieno giorno, ma quell’ora incerta in cui la città finalmente rifiata. Le carovane dei nottambuli hanno preso la via di casa e non è ancora cominciato lo strombazzamento del traffico del mattino.

E’ un’occasione unica per guardarvi attorno perché, fra poco, non lo potrete fare più.


Mettetevi spalle alla stazione e puntate gli occhi dritto davanti a voi. Oltre le cortine di marmo grigio del su nominato manufatto littorio si apre una strada larga, almeno per i parametri di Palermo. E’ chiaramente deserta data l’ora e avete la possibilità, camminando di ammirare la cortina di palazzi liberty che la costeggia, giù, giù fino al Palazzo delle Poste, altro regalo del ventennio, maestoso e bianco. Una meraviglia fuori e soprattutto dentro coi suoi marmi neri e il rosso del rame che ne adorna le pareti.


In fondo, dopo l’hotel delle Palme, così lo chiamano i palermitani, intravvedete una piazza, molto più piccola di quella che vi siete lasciata alle spalle. E’ Piazza Sturzo, altro nome che i palermitani non digeriscono. Non potendo per oscure ragioni ignorarla, ne storpiano il nome e non mi sembra il caso di dirvi come, perché non vorrei rubare il mestiere ad altri miei, più o meno illustri, contemporanei concittadini.

Piazza Sturzo è propriamente un quadrivio. Una delle strade che vi si intersecano la conosciamo già perché l’abbiamo percorsa per arrivare. Due delle altre le tralasciamo perché non ci interessano. Guardiamo a destra. Lì comincia corso Scinà , una strada che tira dritto, almeno a quest’ora, visto che è sgombra di uomini e automobili, verso il mare che si intravede appena, come del resto in tutta la città.


Su corso Scinà si aprono una serie di stradine, rimasugli dell’intrico di vicoli della città vecchia. Su una di queste, Via Bontà, arriva un lapino carico di frutta e ortaggi, dal quale scende un uomo, che distinguiamo appena perché la luce del giorno che avanza e quella della pubblica illuminazione, carente, non ci consentono di più. E’ un fruttivendolo del Borgo Vecchio e si chiama Totino. Così da lontano, a vederlo scalciare come un tarantolato, sembra davvero buffo. Da tanto scalciare volteggia allegramente per aria qualcosa, che non si riesce a distinguere bene.

Totino si sente stanco e la giornata non è neppure cominciata. Ha parcheggiato il lapino davanti al portone di casa ed è salito su a farsi il secondo caffè.


Il primo l’ha preso, come ogni giorno da trent’anni in qua, che non erano ancora le tre e mezza di notte. Ora dalla finestra della cucina vede sopra i tetti del Borgo Vecchio il cielo di Palermo farsi chiaro, un azzurro da presepe sul letto rossastro dell’orizzonte. Totino vende frutta e verdure al Borgo e, come ogni mattina, è andato ai mercati generali. Ha caricato il lapino e, dopo il caffè, andrà ad aprire il banco che tiene sulla piazza. Totino è uno come tanti a Palermo. Non se la passa male. Come tutti, si lamenta che i soldi non gli bastano mai, anche se, si è comprato casa al Borgo e villino a San Nicola. Inutile ricordarglielo, però, perché vi ripeterà che gli mancano sempre quattro soldi per fare una lira, come diceva suo nonno buon’anima.

Prima di cominciare la giornata deve svegliare suo figlio Rosario.


Il picciottello ha 17 anni e di scuola non ne ha mai voluto manco a brodo. Dorme perché mai ha voluto seguire il padre ai mercati all’alba. Totino, che pure è grosso e ha la faccia cattiva, per quel figlio – Rinuccio - si squaglia tutto e ci passa sopra.

Rosario dorme e sogna signorine, come tutti, o quasi, i picciottelli della sua età. E’ impegnato, proprio adesso che suo padre apre la porta del suo camerino, in una laboriosa manovra per slacciare il reggipetto a Vanessa, la figlia di una vicina di casa.

- Rinù, amunì, Rosario, i cinqu si ficiru.

Totino ha cominciato a chiamarlo già prima di aprire la porta, ma Rosario manco ci passa per l’anticamera del cervello di sentirlo. E chi gli darebbe torto, visto quello che sta sognando di fare e quello, invece, che dovrà fare dopo che il padre sarà riuscito a svegliarlo?

Alla fine, comunque, il picciotto ha indossato il jeans e la maglietta e mangia latte e brioss sotto lo sguardo del padre che si ostina a raccontargli che ha visto questo e ha salutato quell’altro e che oramai coi prezzi non ci sta più nessuno.


Rosario, come sempre, si sta scordando dei giornali da portare giù. Ci pensa quando è già a metà delle scale di casa. Santiando risale, ne prende un grosso fascio dallo sgabuzzino della cucina e li porta al padre che vuol farlo sedere accanto a lui. Ma Rinuccio ne ha già sentite abbastanza di minchiate per quella mattina e tante ancora ne dovrà sentire per tutta la giornata che l’aspetta. No, si siede coi piedi a penzoloni sul cassone e piglia dal mucchio un giornale, il primo che ci capita.

Guarda tu la combinazione…

Legge appena il lancio Omicidio alla Vucciria e la cosa non gli fa ne’ caldo e ne’ freddo. Butta il Giornale di Sicilia con gli altri e, come tutti, pensa ai fatti suoi.

Ah, dimenticavo, ricordate che avevamo visto Totino scalciare qualcosa? La cosa in questione è rimasta sul marciapiede proprio di fronte a casa sua. Ed è davvero una cosa assai strana, un grosso topo di fogna con ancora in bocca i resti di un piccione spiaccicato da una macchina di passaggio.


Attilio Martirano è un pensionato come tanti. Ha 72 anni e bisogna dire che se li porta niente male, però ha un pochino di alzheimer. Niente di grave, perchè scaminia come un ragazzino tutto il santo giorno, salendo e scendendo le scale che è un piacere a vederlo. Certo, gli è successo un paio di volte di scordarsi la strada di casa. Certo parla che pare una macchinetta e la gente, pure i pochi amici che ha, lo evitano come la peste. Ma, se vi guardate un poco in faccia tutti quanti, con sincerità, ditemi chi non vorrebbe arrivarci alla sua età come ci è arrivato lui?

Comunque, Martirano, tutte le mattine va a fare la spesa. Evita i negozianti vicini perché li considera dei ladri, e non ha tutti i torti. Evita lo stesso pure quei pochi che ladri non sono perché Attilio Martirano, sarà per l’età, sarà per l’alzheimer, è tirchio assai.

Quindi, prende l’autobus verso le otto, tanto ha la tessera gratis di invalido civile, come tutti, e se ne va al mercato del Borgo Vecchio.


Questo mercato non è uno dei tre mercati storici della città che sono il Capo, la Vucciria e Ballarò. E’ abbastanza recente, circondato da palazzoni anni ’70, nel pieno centro cittadino, a due passi da Piazza Politeama. A dispetto però della vicinanza alla città bene, i prezzi sono buoni e le botteghe sempre aperte, domeniche e festivi compresi.

Ora per tornare a Martirano non è che il Borgo ha prezzi più convenienti del Capo, che gli verrebbe più vicino. Martirano però pensa di sì, contento lui!

Oggi deve portare a casa un poco di frutta e le coste per la cena. Cerca un pochino di arance sanguinelle, quelle rosse per intenderci, che vanno tanto di moda oggi. Ma, non riesce a decidersi. I prezzi gli sembrano spropositati. Martirano comunque ha tutto il tempo che vuole in quanto pensionato, quindi che premura c’è.

Finalmente, avvista un banchetto che ne ha in bella mostra una montagnola.

Se non l’avete ancora capito è, guarda la combinazione, proprio il banchetto di Totino.

Il nostro fruttivendolo è momentaneamente assente e vorrei vedere, povero cristo, dopo essersi alzato alle tre del mattino!

C’è, ovviamente, Rosario spaparanzato su una sdraio, occhiali scuri e ipod alle orecchie.

Martirano, sarà per l’età, sarà per l’alzheimer, non è che abbia molta pazienza. Ha provato a chiamare il picciotello ma senza risultato. Ora un pochino alterato e lì che gli scuote una spalla: A quanto stanno le sanguinelle?


Rosario, non se la piglia. Ne vede tante ogni giorno al mercato che Martirano incazzato manco lo vede.

Alla fine l’affare si fà; un chilo di sanguinelle e stop che oggi non si può più campare, la pensione non vale più una minchia di niente e quelli invece rubano i soldi a noi poverelli. E via di seguito, come fanno tutti. Si tratta, però, di puro e semplice soliloquio, che per Martirano non è una novità, perché Rosario in un lampo si è rimesso alle orecchie l’ipod e sente solo la sua musica metal.

Con il coppo delle arance avvolte nella carta di giornale, insieme alle zucchine per il pranzo e alle coste per la cena, il pensionato si ripiglia la 104 per tornarsene a casa.

E al solo pensiero gli si chiude la bocca dello stomaco. Perché direte voi? Beh perché Martirano ha un figlio. Vabbè, d’accordo che c’è la crisi delle nascite e gli embrioni li buttano nel cesso, ma non è che l’avere un figlio sia proprio una cosa tanto straordinaria. E poi siamo al Sud e ancora qui i figli si fanno.

Ma non è questo il punto. Ovvio. E’ che Franco, il figlio di Martirano, è, come dire, un tantino strano. Chi conosce il pensionato, non si meraviglierebbe certo di questo, è vero. Ma si tratta di stranezza particolare.

Comunque sia a Martirano questo figlio non gli cala per niente. Alla bella età di 25 anni se ne sta ancora a casa a mangiare a sbafo e guai a farglielo notare perché si scatena l’inferno. Lui da solo contro Ciccio e la signora Martirano, che come tutte le mamme del mondo conosciuto, difende il proprio pargolo, si fa per dire, con la furia di una lupa con la rabbia.


Dice che lavora, eh sì bello lavoro, fare il cameriere per quattro lire al mese. Di questi, poi, soldi mai che avesse pensato di contribuire alle spese di casa.

Il nostro pensionato è ora nella cucina di casa. Sono appena le dieci del mattino, ma, come si è visto, lui si alza presto e nonostante tutta la sua buona volontà nel perdere tempo, dopo due ore a casa ci è dovuto tornare per forza.

Non aspettatevi niente di che, la cucina di casa Martirano è uguale a mille altre, fatte di compensato tirato a lucido e di elettrodomestici incassati. Una di quelle che compri con meno di settecento euro, una occasione da non perdere. Per chi la vende, ovviamente. Perché, e non ditemi che non lo sapete, dopo un po’, le superfici si gonfiano e gli elettrodomestici di sfasciano. Tuttavia, onore al merito della signora Martirano, questa è come nuova, pulita e linda che è un piacere a guardarla. Nonostante ciò, Martirano non sembra affatto contento. Fa una faccia schifata manco avesse visto un cane morto da una settimana. Guarda nel lavello e scuote la testa come a dire, ci risiamo… In effetti, se solo potessimo affacciarci un attimo nella linda cucina dei Martirano, faremmo la stessa faccia pure noi.


C’è una puzza che si crepa. A quanto pare, il nostro pensionato la conosce già e ne conosce, pare, anche la causa, alla quale intende porre un precario rimedio in seguito, limitandosi per l’intanto a mettere a posto la frutta e le verdure che ha comprato al mercato.

Datosi che i giornali non li butta mai perché possono servire ancora, anche il Giornale di Sicilia che incartava zucchine e sanguinelle va a finire sulla pila che sta in cucina.

E, guarda un po’ la combinazione, proprio in cima alla suddetta che ci sta?

Omicidio alla Vucciria

Un pensionato sessantenne trovato morto ieri in Via Chiavettieri.

La Questura non esclude nessuna pista.

I particolari in cronaca

A questo punto, le cose sono due: o è una maledizione o, cosa assai più probabile, di quest’omicidio dovremo occuparci.

Comunque, aspettiamo e vedremo.


(accì)

fine della 1^ puntata

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